
Operazione cena fuori al via
Serie: Fino all'ultima paura
- Episodio 1: Armi visibili
- Episodio 2: Sentimenti negati
- Episodio 3: È così che deve finire
- Episodio 4: Sentimenti promessi
- Episodio 5: La paura del passato
- Episodio 6: Sentimenti sospesi
- Episodio 7: La paura del futuro
- Episodio 8: Operazione cena fuori al via
- Episodio 9: La paura del presente
- Episodio 10: Operazione casa nuova al via
- Episodio 1: La tormentata decisione
- Episodio 2: Operazione aperitivo fuori al via
- Episodio 3: L’unica decisione
- Episodio 4: La condizione dei ricordi
- Episodio 5: La giusta decisione
- Episodio 6: La condizione delle scelte
- Episodio 7: Il dolore di essere persone nuove
- Episodio 8: La condizione delle certezze
- Episodio 9: Il dolore di essere le stesse persone
- Episodio 10: L’amore è quello che facevo
- Episodio 1: Il dolore di essere persone diverse
- Episodio 2: L’amore è quello che farò
- Episodio 3: L’intromissione delle domande
- Episodio 4: L’amore è quello che faccio
- Episodio 5: La paura è alla luce del tramonto
- Episodio 6: Il male è alla luce del sole
- Episodio 7: L’intromissione delle risposte
- Episodio 8: Resistere per non morire
- Episodio 9: Armi invisibili
- Episodio 10: Il bene è alla luce della luna
- Episodio 1: È così che deve iniziare
- Episodio 2: Resistere per non soffrire
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
Settembre 2006
Bergamo
Venerdì 29 settembre era arrivato e nessuno sembrava essere preparato, l’ansia e l’agitazione erano diventate compagne degli ultimi istanti, dubbi e ripensamenti, sentimenti e impedimenti, uniti insieme come una nebbia densa e viscida che rendeva impossibile vedere come sarebbe andata a finire la pazzia di un momento che prometteva, nella sua conclusione, il nostro ricongiungimento.
L’mp3 bianco e sottile ripeteva in continuazione spedita la voce incisiva di Battisti, Greta nel letto di fronte al mio respirava rumorosamente, persa completamente in un sonno pesante, io mi stringevo le braccia davanti alla finestra, silenziosa e quasi assente, soppesavo quante cose sarei riuscita a portare con me senza dare troppo nell’occhio, con la triste consapevolezza che ogni cosa fosse rimasta lì non l’avrei più rivista.
Non pensi mai che una mattina puoi essere costretta a scegliere un’unica combinazione di vestiti per il resto dei giorni che verranno, quasi a diventare un cartone animato che viene rappresentato con gli stessi abiti, puntata dopo puntata.
Come valigia improvvisata avevo la tracolla nera di Dimensione Danza, dentro rimaneva uno spazio esiguo in cui stringere fra i libri e il diario, le cose da portare e tenermi accanto.
Durante la mia permanenza in quella galera mascherata da casa famiglia, i miei genitori mi avevano regalato un’infinità di cose bellissime e preziose, ciò che era stato essenziale ad addolcire la nostra distanza, adesso diventava una sottrazione avanzata in cui, per forza, qualcosa di mio in quella stanza andava lasciato e abbandonato al suo epilogo, per raggiungere la svolta necessaria a scappare e inventare nuovamente la trama spessa della mia esistenza.
Cominciai con il vestirmi a strati, magliette e maglioni sovrapposti, la giacca sopra a tutto con la scusa del vento della prima mattina, i gioielli più importanti sulla pelle, la fede d’argento con l’incisione sempre fissa all’anulare sinistro, un cerchietto nei capelli, le cinghie della sacca tirata al massimo come una pancia piena dopo il pranzo di Natale e la mia faccia pallida, tirata, pronta a camuffarsi in una tinta di finta tranquillità.
Svegliai Greta per non farle fare tardi, mi brontolò qualcosa di incomprensibile e mi spinse via, quando tirai la porta per uscire, Roberta entrò nella stanza e si meravigliò di trovarmi così vicina alla sua faccia.
“Mantovani, già pronta?”
“Sì, mi sono alzata prima. Greta non si sveglia, io vado in cucina.”
“La sveglio io. Controlla il caffè.”
Il corridoio bianco sembrava quello dell’ospedale, non una foto appesa, non un quadro, un colore a segnare il viverci dentro di tutti noi, solo muri spogli ed un’eco di solitudine così forte da rendere sordi.
Manuele era ai fornelli che sbucciava una banana e scaldava del latte, il petto nudo sempre pronto per essere ostentato e la mano nuovamente sul mio sedere, come uno schiaffo sodo e indesiderato.
Mi trattenevo dal ricambiarlo con la mia mano secca in pieno sulla sua faccia, ero capace di farlo solo mentalmente.
Sapevo che le mani, se non usate per il bene, erano lo strumento più pericoloso di questo mondo, non volevo che le mie fossero un’arma, nemmeno per lui.
“Piantala!”
“Dai!”
Mi mise la mano sul mento, la scacciai via come se fosse un enorme zanzara pronta a togliermi sangue e pazienza.
Davide entrò in quell’istante, il volto irritato di gelosia nel vederci insieme, gli occhi verdi aperti in ciglia lunghe ed estese, mentre le guance piene e lentigginose sembravano sorreggere per interno la sua figura alta e magra contro il muro di tutto il dolore che sosteneva dentro di sé.
Forse non ero affatto pronta a dirgli addio, forse persino io ero convinta che noi ci amassimo, ma nulla, nessuno, era importante come tornare ad appartenermi, riscoprire chi fossi, appendere di nuovo le chiavi di casa e sapere che qualunque che cosa accadesse, avrei sentito le voci dei miei genitori, raccontando a loro i miei sogni o lottando, come qualsiasi adolescente, per quelli che potevo credere essere i miei bisogni.
Eppure no, non era pronta a dirgli addio mentre lì, davanti a lui, stavo per fingere un per sempre di sentimento che presto si sarebbe inevitabilmente spento.
“Vieni con me.”
Non ebbi nemmeno il tempo di chiedergli cosa avesse che mi aveva già trascinato lungo il salotto, mi spinse indispettito contro un lato rigido del divano verde e di fronte a noi il televisore ci faceva da contorno come in una cornice nera.
“Devi proprio civettare con lui?”
“Non è colpa mia, lo sai che mi da fastidio quando mi tocca.”
“Voglio stare da solo con te.”
“Lo so. Anche io.”
E mentivo nuovamente perché ora in mente avevo solo il viaggio che avrei intrapreso per essere lontana da dove ero adesso, lontana da lui e da quello che rappresentava.
“Oggi, dopo scuola prima di tornare qui?”
“Ho un pranzo con Simona.”
“E nel pomeriggio?”
“Stasera a cena vengono i volontari, hanno fatto le lasagne e ci fanno restare a preparare.”
E poi non mi trattenei più, sorrisi e lui lo scambiò per amore, tanto da spingermi nell’angolo più remoto del muro e baciarmi, contro la paura di essere scoperti, solo per avermi fra le sua labbra, solo per essere io il suo sapore, mentre io sapevo che quella sera, dopo un lungo anno, avrei cenato fuori, assaggiando il gusto della libertà, magari in un locale in riva al mare, su un barca attraccata ad un lago, in un rifugio sul ciglio di una montagna, ma sarei stata distante da lui e sarei stata amata da un amore diverso, maturo, indelebile, proiettato incredibilmente nel per sempre.
Mi staccai leggera dal suo bacio e Manuele venne a spiarci.
“Che fate?”
“Prepariamo i posti per stasera.”
“Ah, il latte è pronto, venite?’”
“Arriviamo.”
Davide si allontanò tentando di seguirlo, ma io lo bloccai e lo abbracciai, era il momento del mio addio, anche se lui era totalmente ignaro che da quell’incastro di braccia non mi avrebbe mai più rivista.
Tornammo in cucina raggiunti anche da Roberta che scortava Walter e Greta, buttai giù il mio latte mentre qualcuno leggeva Topolino e insieme si ascoltava il rumore delle mascelle altrui, l’orologio scandiva tra le pareti gli unici suoni coesi di quel nostro gruppo.
Poggiai la tazza nel lavandino, il mio compito finiva lì, le regole prevedevano che io dovevo sparecchiare mentre toccava a Manuele fare la lavastoviglie, oltrepassai la soglia della porta della cucina e dissi ciao a tutti, Francesca, un’altra educatrice, entrava mentre io stavo uscendo.
“Scappi a scuola?”
“Sì.”
“Mi raccomando stasera non mancare, ci sono le lasagne!”
“ E dove vuoi che vada?”
Le si mise a ridere ed io mi sentivo più leggera, non avevano davvero idea di cosa stavo per fare.
Presi la bicicletta e infilai a velocità sostenuta la lunga strada sterrata che isolava la cascina dalla città, quando la prima curva fu in grado di coprirmi, presi il cellulare e l’accesi.
Le dita sulla tastiera scorrevano di felicità.
‘Operazione cena fuori al via’
Poi premetti invio e il messaggio partì, era il segnale che stavo arrivando, che qualche ristorante, sperso da qualche parte nel mondo, per quella sera, mi stava già aspettando.
Settembre 2016
Lucca
Beatrice cerca nella sua borsa le gomme da masticare di Giacomo, ha bisogno di qualcosa che le calmi i nervi, trovo solo un cioccolatino rosso a forma di uovo, deve essere rimasto in quella fodera dalla Pasqua precedente, lo guarda diffidente, ma ha fame e senza farsi guardare cerca di mangiarlo con un solo gesto.
I due occhi azzurri le si girano addosso all’improvviso, lo sguardo di un momento, il cioccolatino ormai sciolto e il cuore, impazzito e caldissimo, sconvolto di eventi vorrebbe sedersi e avere tregua.
“Ha fame, vero? Lo capisco, l’ora è quella giusta.”
Beatrice rimane in silenzio, il gusto ferroso del rimasuglio ormai sciolto del cioccolato fra la lingua e il palato, l’inevitabile raffronto con il proprio passato.
“Cosa volete da me?”
“Sono il commissario di polizia Fabrizio Prandoni, dirigo le indagini inerenti alla sparizione della ragazza bergamasca.”
“E perché è qui?”
“In verità per lei.”
Un fermo immagine di fiato invisibile attraversa la gola di Beatrice.
“Le due sparizioni hanno dei punti in comune e possano essere collegate, analizzando i casi passati ho trovato il suo nome, la sua storia e ho scoperto che abita qui, ora. Era un’occasione che non potevo farmi scappare.”
“Continuo a non capire.”
“La prima ragazzina sparita è di Bergamo, qui sono fuori dalla mia giurisdizione ma ho l’appoggio dei carabinieri per collaborare all’indagine anche della ragazza toscana, lei è l’aiuto che mi manca.”
“Si sbaglia.”
“Non ho i mezzi legali per obbligarla ad accettare e lei non può avere un ruolo ufficiale nell’indagine, ma la sua esperienza con queste strutture e la conoscenza di entrambi i luoghi può essere determinante per capire come trovarle.”
“Perché dovrei farlo?”
“Non tutti hanno dei genitori pronti a sostenerti, se quelle ragazzine fossero in fondo ad un burrone o nelle mani di un pazzo?”
Fabrizio non molla lo sguardo, la gravità delle parole riversate nella storia delle persone.
“Operazione cena fuori al via.”
“Che cosa?”
“Così abbiamo chiamato il piano per scappare.”
“Questo vuol dire che vuole collaborare?”
Beatrice si toglie gli occhiali da sole da sopra la testa, le due del pomeriggio e ancora non sa dove o con chi avrebbe mangiato quella sera a cena.
Serie: Fino all'ultima paura
- Episodio 1: È così che deve iniziare
- Episodio 2: Resistere per non soffrire
Ciao Marta, questo non è un genere che seguo, ma le tue descrizioni così legate agli affetti e alle sensazioni dei protagonisti mi spingono sempre di più a continuare con la lettura, e quando possibile, faccio una visita alla tua protagonista. I salti tra passato e presente funzionano alla grande, perché mettono ancor più curiosità sul vissuto di Beatrice e al suo legame con le ragazze sparite. E mi affascina la voglia di libertà di Beatrice che contrasta comunque con il suo desiderio di staccarsi da una vita odiata, una vita però che fa parte di lei. Mi ha dato la sensazione che per un attimo non volesse lasciare alcune cose. Comunque bell’episodio anche questo, alla prossima!
Ciao Marta sto riscoprendo una parte si me: quella “rosa”. È un’esperienza piacevole 🙂
@micol_fusca EO en rose, che bello 😀
Flashback e forward funzionano, la trama funziona, lo stile funziona, non resta che andare avanti. Hai reso in modo palpabile lo stato d’animo di chi affronta la giornata immaginando di non dover rientrare più in casa e pensa a cosa pratiche come il vestirsi, come gli oggetti; e come gli affetti che forse non rivedrà. Mi aggrego al pensiero di Blaise: bello.
Ciò che volevo rendere era l’instabilità e l’incertezza dentro la precarietà di una vita che non si bene dove andrà a sbattere, i tempi passati e presenti vogliono essere lo specchio di una persona che nonostante quello che ha subito, ha cercato di rimanere stabile, ma non è facile, è un progetto ambizioso, più che come stile narrativo, volutamente lasciato semplice per una storia così, per i collegamenti in cui azioni e psicologia dovranno coincidere fino alla fine, soprattutto se condensati in un limite di 1500 parole che a dir la verità non mi hanno mai messo in difficoltà, ma qui si fanno sentire… vedremo questo andare avanti dove mi porterà, è un esercizio interessante, crescere di mano in mano con i personaggi. Intanto GRAZIE 😀
Una serie appassionante che coinvolge il lettore per la vicenda, lo stile ed il messaggio. Descrizioni vivaci e sequenze dinamiche in una coesione armonica. Complimenti!
Ciao 😀
Grazie davvero, volevo creare una storia che pur non essendo nettamente noir avesse un pò di suspense e dinamismo insieme, grazie davvero per avermi letta!