Ossa di coniglio

Il piccolo borgo da cui fa capolino la nostra storia è un agglomerato di casette addossate l’una all’altra come se si sostenessero a vicenda. Qui viveva una comunità ormai di anziani, solida e fraterna i cui principi erano la pace e la serenità. Il campanile della collina di fronte, nascosto dalla foschia mattutina, aveva appena finito i rintocchi del buongiorno. Malinconici ma soavi, quasi fatti apposta per non voler disturbare gli inguaribili dormiglioni. Quel mattino, una vecchia utilitaria con la carrozzeria consumata, tamponata in vari punti e a tratti arrugginita, figlia delle molteplici scorribande e delle rocambolesche fughe, aveva deciso di entrare nel borgo. I due bricconi che la occupavano avevano adocchiato una dolce vecchietta che, vivendo sola, si trovava sempre con parecchio denaro contante in casa. La nonna Cecca, l’anziana signora obbiettivo dei due furfanti, nonostante i suoi quasi novant’anni, era sorprendentemente agile ed atletica. «Apri la porta, dalle uno spintone e prendi la mercanzia!» disse il manigoldo alla guida indicando la casetta della povera nonna Cecca. L’altro si avvicinò quindi alla porta con passo felpato senza riuscire tuttavia a nascondere la sua indole manesca. Bussò subito in modo insistente e fastidioso facendo rimbombare i sottili vetri della porta della casetta. Non udendo alcuna risposta ridacchiò ad alta voce richiamando l’attenzione del collega «È più sorda delle campane di questo inutile paese! Più facile del previsto!» «Sbrigati! Ma se la vedi dalle uno spintone e buttala a terra, così saremo sicuri di avere il tempo per dileguarci!» disse l’altro con gratuita cattiveria. Egli, spronato come un cavallo dal proprio fantino, con gli occhi infervorati di rabbia ed impaziente di soddisfare il piacere del furto, iniziò a forzare la maniglia per varcare la soglia. La Nonna Cecca, apparentemente allarmata dall’improvviso scompiglio nel suo cortile, si sporse proprio in quel momento dal balconcino del piano di sopra dove stava terminando di risistemare il letto. Ella, con uno spontaneo sorriso sdentato, disse educatamente: «Non ho bisogno di niente, grazie!» Quello, innervosito dal tono benevolo della vecchietta, decise di cambiare strategia. Il malfattore iniziò quindi a prendere a spallate quella maledetta porta per tentare di aprirla più velocemente, certo che sarebbe stata la strategia migliore, anche perché se la vecchia si trovava di sopra aveva decisamente terreno libero per lavorare. Ma quello che accadde successivamente fu l’inaspettato.

La nonna Cecca infatti piombò al piano di sotto scivolando sulla scala seduta sul corrimano, quindi fece una capriola in volo per saltare più agevolmente il vecchio tavolo, aprì il cassetto dove teneva i biscotti preferiti del nipote quindi vi prelevò il revolver. Si posizionò proprio dietro alla porta di casa in posizione di cavalier servente con un ginocchio sul bracciolo del divano e il piede sulla sedia vicino alla porta. Appena il rapinatore riuscì a sfondare l’uscio il suo revolver era già puntato in direzione della sua tempia. Ma questi nemmeno se ne accorse poiché ella, premuto il grilletto, gli sfondò il cranio. Tutto accadde in una frazione di secondo, il malvivente venne catapultato contro il muro dove fu avvolto da quel rivestimento di plastica che usava negli anni settanta per nascondere l’umidità. Il manigoldo non rimbalzò neppure tanto fu violento l’urto, fu il muro a prendere la sua forma. La nonna Cecca non peccò certo di inesperienza, sapeva bene che un proiettile sparato a così poca distanza avrebbe fatto rimbalzare su di lei parecchio sangue, per questo aveva preso le giuste precauzioni adoperando una maschera da sub e una cuffia di silicone per evitare gli ingenti schizzi di sangue. Il tizio alla guida allarmato da tutto quel fracasso si intimorì: «Ma cosa diavolo ha combinato? Gli avevo detto di romperle il femore mica di farle la pelle!» Non vedendolo tornare spense la macchina e raggiunse l’uscio della piccola ma accogliente casetta. Quando vide la nonna Cecca conciata in quel modo con il revolver ancora fumante in mano ed in preda ad una preoccupante soddisfazione per ciò che aveva combinato, quello se la diede a gambe levate. Saltò in macchina più veloce che poté. La nonna Cecca non contenta iniziò a sparare a raffica sulla carrozzeria. Le scintille dei proiettili facevano tremare le mani al povero furfante incapace di mettere in moto la vecchia automobile durante quegli interminabili secondi. Quando ella finalmente terminò i proiettili il ladro riuscì a mettere in moto e a partire ma con notevole difficoltà. Con due pneumatici bucati l’automobile sgommava ad ogni metro rendendo la guida un’impresa titanica.

Tonino abitava alcune case più a valle rispetto alla nonna Cecca, in quel punto la stradina si faceva più stretta prima di passare sotto ad un arco di mattoni. Egli aveva assistito a tutta la scena rosicchiando piacevolmente la sua mela. Poi, dopo essere arrivato al torsolo l’aveva gettata dal finestrino della sua vecchia ape che sbarrava la strada al malcapitato malvivente. Così la sua fuga si trovò davanti ad un ulteriore ostacolo. «Togliti di mezzo vecchio!» lo minacciò «Mi dispiace ma non parte!» sentenziò il ricurvo ed innocuo vecchietto allargando le braccia. «Potresti essere tanto gentile da darmi una spinta?» Il manigoldo, terrorizzato di perdere il prezioso vantaggio che aveva acquisito con sudore dalla nonna Cecca, con un impeto di coraggio, mise le sue sudice mani sul carretto dell’ape e la spinse con tutta la forza che aveva. Il novantaduenne Tonino con balzo fulmineo piombò alla schiena del ladro in fuga e con estrema scioltezza gli cinse il collo con uno spago piuttosto robusto, lo stesso che usava nell’orto che curava con estrema passione. Strinse così forte che nel giro di mezzo minuto il birbante non era più di questo mondo.

Giovanni amava la polenta con il coniglio, soprattutto come la cucinava sua moglie, la signora Lina. Era gustosa, poi con la salsa dei pomodori del suo amico Tonino era la fine del mondo. Era passato più di mezzo secolo quando adolescente tali prelibatezze erano solo un sogno proibito. Dopo aver terminato anche il bicchiere di vino ed essersi asciugato i baffi con il tovagliolo prese le chiavi del piccolo escavatore che custodiva nel garage.

Guidò il cingolato fino nel campo vicino al suo cortile e scavò due profonde buche. La nonna Cecca e Tonino si occuparono di trasportare i due cadaveri con le carriole con cui un tempo spostavano la legna. Gettati i disturbatori, prima di chiudere le buche, la moglie di Giovanni, la signora Lina, vi rovesciò le ossa del coniglio. «Altrimenti finisce che se le mangia il cane, appuntite come sono, rischia di soffocare!»

In tarda serata ma prima del consueto rituale dell’accensione della stufa, dopo diverse ore di lavoro, il muratore Bruno aveva già risistemato il muro della nonna Cecca, teatro del sanguinoso avvenimento del mattino.

In quel borgo di cui nessuno conosce il nome né quindi come si raggiunga, ma forse meglio così, vive ancora oggi quella comunità di anziani solida e fraterna i cui principi cardine sono sempre la pace e la serenità. E nessuno, nessuno, può osare minacciare questo solido e prezioso equilibrio.

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