Per Sbaglio

Un giorno ho pensato che un ragazzo si fosse innamorato di me. Non ci potevo credere, eppure un sacco di segnali mi dicevano che era proprio così! Avevo captato dei segni nell’aria, so essere molto sensibile se la situazione lo richiede, quindi ero sicura che una percentuale di possibilità che si fosse innamorato di me, c’erano. Era incredibile! Non avevo immaginato di potergli piacere, lui era così intelligente, di un’intelligenza unica, che ti apre la mente, connette diversi punti di vista, riesce ad esprimere un’opinione sottile sulle cose, come solo chi possiede una mente acuta può fare. Non riesco nemmeno a descrivere la sua incredibile finezza mentale. Poi era estroverso, divertente, ironico, rideva di una risata che era contagiosa e riuscire a farlo ridere era come far risplendere il sole. Aveva idee politiche chiare e certezze fondate su ciò che è giusto e sbagliato, ma mai una volta avevo trovato un suo pensiero scontato o leggero o monotono. Aveva tutto, per me. Era davvero una persona speciale. E se si era innamorato, come credevo, di me, anche io ero speciale e all’altezza, come trovavo lui. Iniziai a fare ancora più caso a tutti i segnali che mi mandava e nella mia modesta maniera introversa e cauta cercavo di rimandargliene indietro. Li vedevo ovunque e nel mio circolo mentale tutto tornava. Infine, un giorno, uscimmo con altri amici a pranzo e parlando venne fuori l’argomento: le persone che ci piacciono. Ero emozionata, ma anche confusa. Non avrebbe mai dichiarato dei sentimenti in quel modo, così aperto e sfrontato, davanti ad altre persone oltre me. Qualcosa non mi tornava, però stetti al gioco, un po’ imbarazzata. Presto capii che avevo completamente frainteso tutto e i segnali che avevo captato erano giusti, ma non diretti a me. Io non c’entravo nulla. Proprio niente. Inizialmente mi aggrappai agli ultimi brandelli di speranza che mi rimanevano, rimettevo insieme i pezzetti del mio circolo mentale in cui tutto improvvisamente sembrava incastrarsi in maniera meccanica e forzata. E pian piano mi resi conto che tutto quello che avevo messo insieme, tutti gli indizi, avevano un senso forzato che non quadrava. Compresi con orrore che il mio intuito aveva capito tutto, ma avevo travisato l’aspetto fondamentale: non era di me che si era innamorato. Nel mio calcolo avevo messo in conto questa possibilità, ma l’avevo scartata presto, troppo entusiasta nel seguire l’immaginazione dell’eventualità opposta. Così, tornando a casa, mi sentii ridicola, scema e piena di vergogna per aver pensato che davvero una persona come lui avesse potuto prendermi in considerazione. Ero sconvolta da tutto ciò. Mi sentivo come Calibano, un essere meschino, un rifiuto umano, che cercava invano di elevarsi a qualcosa che non avrebbe mai potuto nemmeno immaginare di essere o accostarsi. E soprattutto c’era il turbinio di domande: come avevo potuto illudermi? Come avevo potuto commettere l’errore di pensare che gli sarei piaciuta, io? Come avevo fatto a non vedere le cose? Mi sentii così stupida e meschina. Mi rimase solo l’amaro pensiero che potesse rendersi conto del mio fraintendimento e allora sarebbe stata la fine del mondo. Sarei annegata nella vergogna. Dovevo al più presto levare di mezzo anche solo il dubbio di tale ipotesi. In fretta. Perché, dopo la notizia che era un’altra la persona che gli piaceva, mi sembrava di avere stampato in faccia il marchio della tristezza che caratterizza ogni delusione d’amore. Sentivo che se n’era accorto e dovevo dare una spiegazione plausibile. Ci ero rimasta davvero male e non riuscivo a fare finta di nulla, non riuscivo a nasconderlo o a dissimulare. Non era da me, di solito riuscivo sempre a mantenere l’equilibrio apparente. Era troppo evidente, ai miei occhi, che qualcosa mi aveva trafitta e avevo l’impressione che lo fosse anche per lui, che riusciva ad essere un sottile osservatore, intuitivo e sensibile ai cambiamenti nell’atmosfera nonostante la marcata estroversione. Mi fece ripensare, ancora una volta, a quanto fosse unico il suo modo di essere: non conoscevo nessuna persona estroversa e socievole che fosse anche così intuitiva e recettiva al mondo circostante. Solo e unicamente lui. Quindi decisi di inventarmi qualcosa per giustificare il mio umore depresso. Mi inventai una palla molto semplice e credibile, a cui effettivamente credette. E da lì mi sembrò che tutto si ridistese tra noi. In realtà, non so se fu solo una mia impressione, cioè se mi immaginai che si fosse accorto di qualcosa, esattamente come mi immaginai di poter essere la persona di cui si era innamorato. Però da lì fu più facile continuare a vederlo ed essergli amica come sempre. Col tempo soffocai i sentimenti verso di lui, con calma, ora che avevo dissipato qualsiasi dubbio. Quasi ci credetti anche io alla bugia che gli dissi e un po’ mi fu d’aiuto. Non confessai mai a nessuno quello che era successo dentro di me. Lo lasciai sepolto dentro, sperando di dimenticarmene presto e far finta di nulla per sempre, dimenticare soprattutto la vergogna e l’imbarazzo di essermi pensata qualcosa al di sopra di ciò che ero. E in verità ci riuscii abbastanza bene. Ma le cose sepolte sono solo nascoste e per questo non smettono di farsi sentire fino a che non le affronti o le racconti, rielabori, esprimi. Perché si esauriscono solo quando le riconosci e le lasci uscire. Si consumano solo quando gli dai ossigeno e allora puoi andare avanti davvero.

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Discussioni

  1. “Perché si esauriscono solo quando le riconosci e le lasci uscire. Si consumano solo quando gli dai ossigeno e allora puoi andare avanti davver”
    La conclusione è particolarmente bella. Complimenti per il racconto.