Per sempre insieme

Atto iniziale

Quella sera Rose si dedicò a sistemare la stanza da letto; candele e petali rossi sparsi tra le coperte, a coprire i cuscini come macchie purpuree. Avvolse l’esile corpo nella seta di un abito di veli impalpabili, d’un violaceo soffuso come una notte priva di stelle; vi scivolò dentro, fresca di doccia, candida come forse non lo era mai stata.

Quando Johnny tornò dal lavoro, lo accolse con un sorriso accentuato da un leggero tocco di rossetto. Lo abbracciò, guancia contro guancia assaporò il suo sudore. La barba incolta le solleticava l’epidermide, l’umidità di una singola lacrima.

«Perdonami.» 

Lui si limitò a stringerla un po’ più forte. Rimasero così per infiniti attimi, godendosi quell’intimità preziosa, pura. Quando fecero l’amore non fu altro che sesso, ma lo splendore silenzioso di quell’abbraccio non lo scordarono mai.

Qualche ora più tardi, nudi e appagati fissavano il soffitto. Ascoltando semi assorta una sirena in lontananza, Rose pensava a come sarebbe stato bello avere un figlio. Ormai era tardi. Si mise a sedere, i mille ricci ribelli a incorniciarle il volto. Johnny la attirò a sé per baciarla, ma all’ultimo lei lo scansò.

«Non ho più voglia. Tra non molto tutto questo non ci sarà più, io…io…»

Lui la costrinse a fissarlo negli occhi, azzurri nella luce artificiale che filtrava dalle persiane.

«Non ti lascerò sola. Resterò qui, con te. Fanculo l’Arca!»

Lei provò a rivolgergli un sorriso, carico di tristezza. «Il Sistema ha deciso che la tua vita è degna di essere salvata, non la mia!»

«Ti sbagli» ribatté Johnny. «Il Sistema ignora una semplice verità; la mia vita sei tu.» E fu finalmente libero di assaporare le sue labbra.

Atto centrale

Peter Arsoni, assistente delegato della ForFuture, aveva il classico atteggiamento umidiccio tipico dei lecchini. Rose lo detestava con tutta sé stessa. Johnny aveva insistito perché venisse a cena da loro, e lei non aveva trovato la forza per opporsi. Come ciliegina sulla torta, l’ospite indesiderato si era portato appresso la compagna, una spilungona svedese ex miss vattelappesca, conosciuta in un pub meno di un mese prima.

«Mammamia, ragazzi! Quel cazzo di asteroide farà un botto tremendo.» Nonostante lo stipendio a sei zeri, Peter non sembrava avere i soldi necessari per dare una sistemata all’impresentabile dentatura. «Boom! Se penso che non rimarrà forma di vita sulla Terra un po’ mi fa strano. Vabbè, a bordo dell’Arca mica ci dovremo preoccupare.» Agguantò un bicchiere colmo di vino e lo scolò in un sorso.

Johnny tossì.

Peter lo squadrò. «Vuoi dirmi qualcosa?»

Fu Rose a prendere la parola. «Vuole semplicemente dirti che io su quella cazzo di Arca non ci sarò. Il Sistema ha deciso così.»

«Mi dispiace» biascicò Peter. Prese una mano della compagna per stringerla nelle sue. «Non posso immaginare come possiate sentirvi! Io non potrei mai separarmi dalla mia Ellize.»

«Perdonami per quanto sto per dire, Johnny; Arsoni sarà anche tuo amico, ma non ce la faccio, non ce la faccio proprio. L’unica cosa positiva di questa merda di situazione è che non dovrò più sopportare gli stronzi come lui.» Sputate quelle parole rabbiose, Rose corse in camera, abbandonò il viso sul cuscino, e pianse.

Quando, poco più tardi, Johnny fece per raggiungerla, trovò la camera deserta, il letto sfatto, e la federa sgualcita.

«Rose?»

Dalla porticina della stanza da bagno, giungevano conati di vomito.

«Non ti devi preoccupare, Rose. Qualunque cosa possa fare il Sistema, noi resteremo per sempre insieme.»

Atto finale

Giunsero ai piedi dell’Arca, uno accanto all’altra. Una piccola apertura rappresentava l’unico ingresso, la soglia che divideva il nulla dalla speranza. Il futuro. Sulla sua sommità, rosso e luminoso, un display recava il numero 3 a caratteri cubitali.

Rose non si era nemmeno accorta della presenza di Peter e della sua bella miss vattelappesca. I due, inebriati da una bottiglia di bourbon scolata fino all’ultima goccia, fecero il loro ingresso nell’Arca barcollando. Ridevano come pazzi; fortunati, folli indegni.

«Halla, halla. Ciao, ciao.»

Il 3 divenne 2

il 2 divenne 1

Rose avrebbe voluto sfogare tutta la rabbia che le fermentava in corpo, lasciare che si riversasse come lava fino a inondare quell’odiosa coppia sciocca. Tuttavia pensò che sarebbe stato inutile. Poteva sentire lo sguardo di Johnny sulla sua pelle, le sue iridi gonfie di lacrime trattenute a fatica.

«È meglio che tu vada» gli disse, tentando invano di celare l’emozione.

Lui le sorrise. «Ti avevo detto che saremmo rimasti insieme e ho tutta l’intenzione di mantenere la promessa.»

«Se rimarrai qui morirai!»

«Non sarò io a rimanere qui; sarai tu a venire con me.» Infilò una mano nella tasca posteriore dei pantaloni per estrarvi una piccola tessera argentata. «Questo è il mio pass per l’Arca, adesso è tuo.»

Rose fece un passo indietro, le labbra presero a tremarle ma nessuna lacrima sfregiò il suo volto; forse non gliene restava nemmeno una.

«Guarda il display: c’è posto per una sola persona. Io non posso…»

«Non ti devi preoccupare» la rincuorò. «Ti raggiungerò. Ho trovato il modo per ingannarlo, questo Sistema del cavolo!» Stava mentendo, ma sperò che lei non se ne accorgesse.

«Lo prometti?»

Lui annuì. Le porse il pass. «Un po’ troppe promesse da mantenere, non credi?»

Rose prese la tessera tra le mani, allungò le braccia per gettarle al collo del suo amato, ma questi scosse il capo. Se avesse indugiato ancora, probabilmente non avrebbe più avuto la forza per lasciarla andare.

Sei bellissima, pensò. Rimase a osservarla mentre si avvicinava all’Arca, il passo incerto come se fosse stanca, insicura.

«Ti amo» le sussurrò.

Quando la donna provò a varcare la soglia, un fascio di luce la trafisse. Una nuvola densa oscurò il suo corpo; una volta svanita, della bellezza e dell’amore non rimase che cenere tra la polvere.

Johnny crollò sulle ginocchia, il volto simile a una maschera di cera. Sollevò lo sguardo.

Il display segnava – 1

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Raffaele Sesti

    Che dire… hanno già detto tutto gli altri nei vari commenti. Il racconto è potente e incredibilmente struggente, con poche parole proietta il lettore verso un futuro apocalittico in cui sembra non esserci più alcuna speranza se non, forse, la più pura quella donata dall’amore. La narrativa è la tua, avvolge chi legge fino a quasi traumatizzarlo nel finale inaspettato.
    Complimenti… tanti complimenti.
    Alla prossima lettura

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ciao Raffaele, ti ringrazio per le (immeritate) lodi. Questo è un racconto tutt’altro che perfetto, e il fatto che sia piaciuto non può che farmi piacere.
      PS Aspetto di leggere un tuo nuovo racconto, visto che sei tra i migliori Autori EO.😊

  2. Maria Vaccaro

    Wow Dario, volevo leggere qualcosa di tuo e ho iniziato dal librick più recente che mi ha inglobato sull’arca in tempo zero! Il finale, rivelato semplicemente da un numero, è poi stato un colpo da maestro. Mi ha rapito tutto: lo stile narrativo, la terminologia, le figure, i contenuti. A questo punto non posso che dire “viva i folli!”

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ahahah, viva i folli sempre!😃
      Ciao Maria, e grazie per il tuo tempo. Sono contento che questo raccontino ti sia piaciuto.

  3. Cristina Biolcati

    Ciao Dario. Questo tuo Lab mi è piaciuto un sacco! Al di là della trama (sei sempre originale), trovo che tu abbia un modo davvero particolare di descrivere le situazioni. E sai essere divertente. Qui, per esempio, lei addirittura “assapora” il sudore di lui. Fantastico! Alla prossima 👍

    1. Dario Pezzotti Post author

      Ciao Cristina. Il fatto che il mio sia uno stile riconoscibile mi rende felice. Poi un pizzico di allegria a smorzare un racconto drammatico non guasta.😊

  4. Giuseppe Gallato

    Allora… GENIO. Punto! 🙂
    Intanto permettimi di dirti, senza nulla togliere ai precedenti lab-librick letti, che questo è il lab più bello letto fino a ora. Non mi soffermo sulla struttura narrativa utilizzata – che risulta splendidamente fluida – e sullo stile adottato – volutamente semplice e straefficace al contesto -, per dirti che la forza di tale storia risiede nel fatto che NON HAI SVELATO nulla prima del gran finale. Cioè, hai disseminato qualche traccia per lasciar intendere al lettore che Rose sia incinta, ma non sei andato oltre. E hai fatto bene, per l’economia della trama e per l’effetto sorpresa sul finale che volevi dare. O almeno… uno degli effetti sorpresa. Passato il primo sgomento, hai tuffato il lettore in un secondo… quello truce, insensibile. Posso sbagliarmi, ma quel “-1” mi suona come un “allarme intruso”. L’arca della “speranza” ha individuato un intruso a bordo, un +1 che non può e non deve esistere. Per il sistema… o meglio… per il sistema nel sistema. D’altronde, un sistema bacato non può che originare un altro sistema bacato. Gli esseri umani selezionati in base a una votazione, in base a un numero, e non per morale, comportamento o ragione d’essere. Se ho carpito bene il secondo significato, il librick risulta crudo, sì, tagliente, spietato… ma altrettanto POTENTE! Una botta di “pensiamoci su un attimo… forse meritiamo l’estinzione?”

    1. Dario Pezzotti Post author

      Giuseppe, tu conosci e comprendi il lavoro e la fatica che stanno dietro a un buon (spero) racconto. Come sempre la tua è un’analisi perfetta; lo dico sinceramente. Grazie.

  5. Antonino Trovato

    Ciao Dario, in questo racconto la poeticità s’incontra con la tua solita firma fatta di realtà oscura, capace di mettere a nudo gli aspetti più tetri dell’animo umano sotto vari punti di vista. Il sistema (sociale) ne è l’emblema, le sue scelte ignorano sentimenti e senso di giustizia, dove il suo cardine diventa “l’esclusione” di chi non è degno (o forse non serve), aspetti molto reali ed effettive della nostra società. Ma questa è solo una mia riflessione. Il “destino” di Rose era già segnato, e il -1 segnato dal sistema (impressione mia) coincide con la prima persona “inutile” a subire quel destino. Le altre sarebbero sopraggiunte con l’asteroide, inserito da te come sfondo per l’intera vicenda. Ineluttabilità di una grande ingiustizia che soffoca tristemente ogni vivo sentimento, e credo che Johnny non salirà mai nell’arca, e qui mi ricollego al titolo. Vivere l’amore per sempre nell’abbraccio della morte, o questo è quello che percepisco. Un racconto che mi ha stretto il cuore nella sua tristezza e crudezza, un lab che ammiro molto nella sua oscura amarezza. Bel lavoro Dario, il tuo Pezzotti Style ormai è un solido marchio di fabbrica identificabile a prima vista! Un abbraccio!

    1. Dario Pezzotti Post author

      Forse sono stato troppo crudele! Quel -1 rappresenta molte cose, sia metaforiche che drammaticamente reali. Grazie, Antonino.😊

  6. Micol Fusca

    Ciao Dario, sono felice che tu abbia potuto postare la tua personale versione de “La fine del Mondo” 😀 Un racconto che ho trovato tutto sommato nelle corde del Dario meno oscuro, ti avevo già letto in questa veste e non posso che confermare che te la cavi egregiamente a gestire anche la “luce” dentro di te. Che dire… hai messo in scena un dramma Titanico 😉

    1. Dario Pezzotti Post author

      Carissima Micol, grazie come sempre. In realtà la luce non è che un’illusione, in questo racconto è l’oscurità a dominare; nell’invidia, nell’ingiustizia sociale, nell’amore che posto dinanzi a una prova si rivela meno saldo di quanto sembrasse. Poi c’è il finale, apparentemente aperto ma conclusivo.🙂

  7. Tiziano Pitisci

    Un vero dramma fantascientifico, struggente e crudele come certe scelte irreversibili. In questo genere di trama spesso trova spazio una società intrusiva che decide della vita e della morte delle persone, considerante come semplici mezzi impersonali. Poco possono l’umanità e i sentimenti di Johnny, contro il sistema si è impotenti. Riguardo al Lab, anche se l’impatto non si vede, trovo molto elegante e sottile il riferimento all’asteroide come causa scatenante dell’esodo dalla Terra.

    1. Dario Pezzotti Post author

      Tiziano, che bello leggere un tuo commento! Hai ragione, questo racconto è di una tristezza infinita; una tristezza che si apre totalmente solo a chi sa cogliere il vero senso del finale. Non ho voluto essere troppo esplicito, ma so che i lettori attenti capiranno. Forse una delle storie più dolorose che abbia mai scritto (ma mi auguro che possa comunque piacere.)