Preliminari

Serie: Isòlano


Sud Sardegna, un gruppo di astuti criminali armati ed estremamente pericolosi, alle porte della terza città dell'isola per numero di abitanti. Cosa prenderanno di mira, stavolta?

Strada Statale 554, Sardegna. Ore undici e ventinove minuti di un Giovedì mattina afoso dall’aria chiusa nonostante il primo periodo primaverile, a circa dieci chilometri dalla città di Cagliari. La vedetta si trovò sopra un piccolo rilievo collinare in cui fu solito pascolare un gregge in giorni ed orari che conosceva ormai a memoria, e quel preciso momento, non fu certo d’uno di quelli. Mancò poco, all’inizio della prima fase.

Dalla sua postazione Riccardo vide finalmente  l’autoarticolato passare, esattamente alle undici e trentuno.

Attraverso la loro frequenza, informò Omar e Beniamino via radio del suo passaggio, fu quello il segnale.

«Passàu, passàu, Ajò» tre parole, gli bastarono: è passato, è passato, andiamo.

Michele fu invece qualche centinaio di metri alle spalle dell’obiettivo primario, mentre Omar cinque chilometri più avanti. Tutti, ad aspettar impazienti i propri rispettivi segnali che finalmente arrivarono, puntualissimi, come un orologio svizzero. Fu proprio Pinzéllu (dal sardo pennello, il soprannome di Michele) ad avviare le danze, schiacciando pesantemente il grosso anfibio nero sul pedale, addentrandosi così nel vivo del piano.

Sapeva bene che Omar e l’allegro terzetto, come li chiamava lui, avessero un compito più delicato del suo.

Sì, perché l’arabo si trovava con i due ragazzi di Orgòsolo di cui non ricordò quasi mai i nomi, assoldati tempo prima dal capo in persona e che vide soltanto una volta. Si incontrarono in un rinomato tzilléri (intraducibile nome sardo che si riferisce a piccoli bar di paese frequentati dai soli locali, spesso luoghi pericolosi, malfamati, con disordini di vario genere, scontri fisici e pesanti aggressioni incentivate dall’eccessivo consumo di alcol) nuorese.

Più che come si chiamassero, ricordò bene che al quarto bicchiere di fil’e ferru (ovvero filo di ferro, in italiano chiamato acquavite di Sardegna. Nome, che risale a secoli fa, indica la metodologia con la quale venivano nascosti i contenitori di questo distillato, che essendo clandestino e dunque illegale veniva celato esclusivamente sottoterra. Per poterne individuare successivamente l’esatta posizione, questi recipienti erano legati in cima da uno o più fili di ferro che sporgevano dal terreno) loro ancora ridevano e scherzavano, come nulla fosse.

Lui invece aveva le gambe leggere, pronte a vacillare da un momento all’altro se avesse buttato giù un’altra singola goccia di quell’intruglio trasparente. Pregò di poter uscire da quel posto presto, e con le sue stesse gambe, senza dire nessuna cazzata davanti a tutta quella gente che teneva loro gli occhi addosso, ascoltando praticamente tutto, come fossero lì ad aspettar che cadessero in chissà quale errore o che si lasciassero sfuggire chissà quali esternazioni.

Ovviamente in paese nessuno dovette saperne nulla, le voci correvano troppo velocemente in un posto come quello.

Il rischio fu molto alto, che qualcuno lo raccontasse in giro o peggio avrebbe desiderato far parte della squadriglia:

le ultime cose che avessero bisogno di augurarsi.


Antonio (il più giovane fra tutti, ventuno anni), fu alla guida dell’Alfa Romeo 147 con a bordo Omar e Bachisio.

Calarono il passamontagna sul viso, essenziale, per fermare quel grosso autoarticolato.

Il veicolo trasportava un container, caratterizzato dal colore blu acceso e dalla scritta dell’azienda Piras&Co Trasporti Italiani in giallo, a caratteri cubitali lungo i lati. Dovevano quindi intimidire il conducente e costringerlo ad abbandonare il mezzo, salirvici, dunque spostarlo e lasciarlo perpendicolare rispetto alle due corsie.

Così facendo avrebbero bloccato ogni via di fuga ai veicoli che circolavano, nemmeno un carro armato lo avrebbe spostato con facilità. E ovviamente, in quel tratto di SS 554 non ci fu alcuna lontana presenza di mezzi militari.

A parte le loro armi, quelle si, che furono decisamente robe militari: tozze e compatte, mitragliatrici LCT ZP-19-01 Vityaz PP19. Le procurò proprio il capo grazie ai suoi agganci in Albania e guarda caso, ne arrivarono più casse di quante richieste. Strategia che quel Borim adottò spesso, in modo da portare gli altri ad esser in debito con lui, anche se solo in piccola parte.


Ma questa, è un altra storia.


Undici e trentadue minuti, quarantasette secondi.

Tutti controllarono i caricatori, ancora una volta. Il più ansioso e strafottente dei tre, Antonio (detto Toninèddu, Antonino in italiano) diede un pugno con la parte bassa della mano vicino alla zona dove alloggiava parte del meccanismo interno del grilletto, gesto atto a convincersi che una volta tolta la sicura, l’arma non poté incepparsi.

Proprio lui, era una testa calda, quello del gruppo dal grilletto facile e Omar lo sapeva bene, per questo lo doveva tener bene d’occhio. Ecco che arrivò una forte frenata, e segnò l’inizio della loro manovra: scesero dall’abitacolo lasciando il veicolo acceso, al bordo sinistro della carreggiata. L’autoarticolato di Piras era soltanto a circa un chilometro dalla fatidica curva e sembrò che per ora non avesse auto davanti.

Tanto a quello, ci avrebbe pensato Michele. Non fu certo un loro problema.

Una sistemata al passamontagna e colpi in canna, si misero in mezzo alla carreggiata, uno vicino all’altro.

Mentre l’autista del mezzo proseguiva tranquillo la sua marcia vide da lontano la sagoma di un utilitaria, ferma in corsia di accelerazione. Capì subito che ci fosse qualcosa che non andava, pensò inizialmente ad un guasto, un sinistro o qualcosa di simile, ma no. Ben presto si accorse che i tre uomini sulla strada non furono né feriti o altro, e che quello parcheggiato non era un veicolo in panne o che avesse avuto un incidente:

riconobbe che i tre, avanzavano verso di lui a volto coperto e in tute mimetiche, armati fino ai denti.

Gli si raggelò il sangue, non aveva mai visto un arma in vita sua se non nei film che tanto amava, con cui poteva deliziarsi dopo una lunga giornata di lavoro, e frenò d improvviso, istintivamente.

Trattenne con più forza possibile lo sterzo, per non farselo strappar via dalle mani.

Lo spazio di frenata sarebbe stato lungo e lo sapeva, fu proprio grazie alla sua esperienza che riuscì seppur non tantissimo a ridurlo per non andare ad investirli e schiantarsi, a sua volta, contro la loro Alfa.

Come la frenata terminò di emetter il suo stridulo grido che sembrò non finire mai, ci fu un attimo di totale silenzio, agglomeratosi dall’abbraccio di una bolla sferica completamente insonorizzata ad inglobare metaforicamente quella porzione di territorio. «Scendi, muoviti! Scendi dal camion, cazzo, sbrigati! O ti faccio saltare la testa, pezzo di merda! Scendi!» gridò Omar con il mitragliatore puntato sull’autista, camminando dritto verso la cabina di guida.

Serie: Isòlano


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Discussioni

  1. Bella storia e belle descrizioni dei vocaboli sardi a me non molto noti. Solito vizietto di troncare i verbi ma è una cosa veniale che un po’ alla volta ti abituerai a correggere. Bravo!👏👏👏

    1. Benvenuto caro, lieto che tu abbia lasciato un segno della tua lettura! Per quanto riguarda il troncare i verbi ti dirò, è si veniale, ma… in casi come “poter uscire” preferisco troncarlo piuttosto che scrivere un “potere uscire”.Solitamente tendo ad usarlo quando la parola successiva al verbo inizia con una vocale, mi suona diciamo meglio. La soluzione sarebbe scrivere la frase diversamente, piuttosto che utilizzare come dicevo sopra un “potere uscire”. Detto questo si, errori ne ha eccome 😅 però fortunatamente ha subito un restyling generale, ora è decisamente più fluido e scorrevole rispetto all’inizio. So di avere ancora tanto da imparare, e credimi che ho “bisogno” più di critiche che apprezzamenti😎!

    1. Buongiorno caro Nicholas, mah, ti dirò…! Stavo per rimettere anche questo racconto in officina, ci sono molte cose che non mi piacciono ma ho desistito, e per adesso lascio tutto così. Sicuramente più avanti anche questa serie subirà un degno restyling, come merita, e com’è giusto che sia anche per i lettori. Son comunque contento che ti sia piaciuto, è anche questo un argomento, scottante, a cui tengo! Ti ringrazio

  2. Una storia interessante e coinvolgente. Mi sono molto piaciute le spiegazioni che hai dato alle varie espressioni sarde, in particolare quella relativa al “fil’ e ferru”, anche se sarebbe più opportuno inserirle come nota a piè di pagina per non interrompere la lettura. Basta inserire un asterisco o un numero tra parentesi quadre e poi riportarli come nota alla fine del testo.
    A parte questo, la trama mi è molto piaciuta.

    1. Ciao Giuseppe, grazie mille per aver espresso il tuo pensiero! Lo apprezzo molto, ci tenevo però a dire una cosa: la nota a piè di pagina ha senso in un libro, dove viene messa a fine pagina. Il lettore appena legge il simbolo della nota va comunque a leggersela, interrompendo dunque il racconto. Non se la “lascia per dopo”, come magari sei costretto a fare leggendo in un sito come ad esempio questo. Forse come nota è stata un pò prolissa, ma ci tenevo fosse così e per quanto possa sembrare stacchi molto dalla narrazione la mia è stata una scelta appositamente studiata tale. Può piacere e non, piacere. Proseguirò alla lettura degli altri commenti, a dopo 🙂

  3. Loris, dei tuoi racconti che ho letto finora è quello che mi è piaciuto di più in assoluto! La trama è interessante, e pone l’accento su uno dei maggiori problemi della Sardegna.😓 In più mi piace molto come passi dal punto di vista di un personaggio a quello di un altro. Trovo che sia un ottimo lavoro! Vedo che è stato pubblicato anche il secondo capitolo, lo leggo subito! 😉

    1. Purtroppo ci sono alcuni errori grammaticali non corretti tipo un però senza l’accento e cose del gente, causati dalla mancanza di concentrazione durante la correzione atta magari più alla forma che altro. Son contento che ti piaccia e che ti ha fatto venire voglia di andare subito al secondo capitolo!!