Preludio
Serie: Idillio romano
- Episodio 1: Breve storia di un amore
- Episodio 2: Preludio
- Episodio 3: La fine del vagabondaggio
- Episodio 4: Sulla soglia
STAGIONE 1
La casetta a due piani sorgeva alla fine di una lunga via in discesa, una delle tante che come filamenti di una ragnatela si inoltravano nella campagna dalle piane ondeggianti, e la finestra della stanza da letto affacciava su un ampio appezzamento di terra visibile anche dalle case limitrofe; dai balconi delle villette retrostanti non si godeva dello stesso panorama, perché la vista era ostacolata dalla presenza ingombrante di antenne e alte staccionate su cui le edere si attorcigliavano come serpenti.
Quando, al momento del loro arrivo, nel tardo pomeriggio, aveva iniziato a piovere, nessuno dei due immaginava che nella notte la temperatura si sarebbe abbassata tanto; dapprima reagirono alla pioggia con un’alzatina di spalle – che importava? Potevano stare tranquilli al chiuso –, ma si accorsero di essere stati colti alla sprovvista al pensiero che il mattino dopo, se avesse continuato a piovere con quella intensità e costanza, si sarebbero potuti bagnare fino al midollo, anche perché non avevano un ombrello né l’abbigliamento adatto. Ma in fondo, si erano detti guardandosi un po’ divertiti e sempre con un’alzata di spalle, erano disposti anche a bagnarsi pur di trascorrere una notte insieme.
Due settimane prima aveva trovato il coraggio di trasformare l’idea in un piano, seppure male orchestrato.
Era un pomeriggio insolitamente caldo e si trovava nel giardino della casetta dov’era arrivato da circa un’ora con il suo amico Giuseppe; lo scopo di quel pomeriggio insieme era terminare la potatura degli olivi, ma a un tratto, interrompendo il lavoro svolto sulle note del Concerto di Colonia diffuse da un altoparlante portatile a poca distanza, s’era messo da parte accampando come motivo della pausa un leggero torcicollo.
Con l’immancabile sigaretta pendente tra le labbra serrate, prese a camminare avanti e indietro in preda a un’ondata di nervosismo, calcando il passo su un tratto di quel prato che l’amico teneva maniacalmente curato come fosse la superficie di un tavolo da biliardo.
Mentre era intento in profonde riflessioni su come intavolare la questione, scoccava di tanto in tanto occhiate meditabonde in direzione dell’amico appollaiato sullo scaletto: instancabile, a differenza sua non dava ancora segni di cedimento. Poi, d’un tratto, cogliendolo illuminato in pieno volto dal sole, vedendolo così rilassato alle prese con ciò che amava fare, prese la decisione fatale: fece un ultimo tiro, gettò con una sorta di furia involontaria a terra il mozzicone – Giuseppe non avrebbe approvato –, quasi il gesto fosse causato da una scossa elettrica, e si avviò verso l’amico.
– Bello mio, vedo che il sole ti sta baciando, – scherzò lui tenendo una mano appoggiata a un piolo. – Ti piace questo teporino?
– Minchia se mi piace! – fece Giuseppe.
– Nel tuo caso ti sta limonando.
– Eh sì, a te invece ti secca.
– Non sarà quello che merito? Che vantaggio ho a penare sotto il sole? E infatti mi punisce, guarda un po’, a furia di vedermi fumare…
Seguì una pausa. Abbassò lo sguardo; non riusciva a focalizzarsi su nulla che entrasse nel suo campo visivo. Si accorse che era calato il silenzio: niente rumore di cesoie in funzione, niente fruscio dei rami mossi dalle mani dell’amico… E di questo passo, appena si rese conto che il suo corpo non registrava più nessun dato sensoriale in entrata, temette di aver perso quella furia temporanea che gli aveva permesso di prendere l’iniziativa per provare a parlare. Poi alzò la testa: puntandogli addosso le forbici dall’alto dello scaletto, Giuseppe lo stava fissando con un sorriso da assassino, e mugolava una melodia che conoscevano entrambi, ma così male articolata da risultare inascoltabile. Gli era chiaro: era di ottimo umore e gli si poteva parlare, forse perfino a cuore aperto.
– Bene, – riprese lui. – Tu càntati il tuo Coro a bocca chiusa, ché io devo parlarti di una faccenda importante.
– Ah… Hmm-hmm-hmm… Spara…
– Te la faccio breve. Ho bisogno che mi dai le chiavi.
Giuseppe interruppe l’esibizione.
– Le chiavi di…?
– Di qua.
– Ah…
Altra pausa. Questa più lunga, coronata e piena di una tensione che avvertiva solo uno di loro.
– Che devi combinare? Ricorda: festa con gli amici, occhio a chi lo dici…
– Che festa e festa… È semplice: vorrei venire qui… con lei.
– La principessa! Soli soletti?
– Già, soli soletti e senza nessuno tra le pa―
– Ho capito, ho capito, tranquillo…
Per la mezz’ora che seguì continuarono a sfrondare e a cambiare il profilo dell’intera pianta; Giuseppe si fermava e scendeva dalla scala a intervalli regolari per rimirare l’olivo da una certa distanza, come fosse a parer suo una vera scultura, qualcosa da rimirare a tutti gli effetti.
Intanto però lui era scontento di come la conversazione era rimasta in sospeso. Senza sapere più come trattenersi, riprese: – Insomma?
– Insomma cosa?
– ‘sto mazzo di chiavi me lo dai?
Giuseppe proruppe in una risata vagamente perculatoria; infine, accennando platealmente a una sberla sulla guancia dell’amico, disse: – Ma certo, principe mio… Però prima finiamo di lavorare, eh?
E così, con la forza fisica rimanente che andava in decrescendo, smettendo di lavorare ognuno per cinque minuti di tanto in tanto, finirono le potature sul fare della sera; in loro scattò in simultanea un segnale che poterono avvertire chiaramente: sul finire di serate come quella, ormai al principio della settimana, iniziavano sempre a sentirsi avvolti da una patina brumosa, vagamente appiccicosa di umore crepuscolare, del tutto in linea con le forme e le coloriture che assumeva il paesaggio intorno.
Infine arrivò il momento di andarsene. Giuseppe doveva riaccompagnarlo a casa. Salirono in macchina e nella sua testa la risposta dell’amico riecheggiava: Ma certo, principe mio… Però prima finiamo di lavorare, eh?
Quando erano arrivati a destinazione, ormai la rassegnazione lo affliggeva. Tirò un sospiro e fece per aprire la portiera degnando l’amico appena di un saluto, quasi un grugnito. Non s’era accorto che Giuseppe stringeva in mano quello che ai suoi occhi sarebbe sembrato un trofeo.
– Ecco, fanne buon uso, – disse porgendolo. Aveva assunto un’aria vagamente solenne. – E fammi sapere quando avrai intenzione di venire qui. Intesi?
A lui non parve vero. Non fu necessario rispondere per far capire che aveva inteso.
Serie: Idillio romano
- Episodio 1: Breve storia di un amore
- Episodio 2: Preludio
- Episodio 3: La fine del vagabondaggio
- Episodio 4: Sulla soglia
Molto coinvolgente nei dialoghi, riesci a rendere bene le interazioni- e la complicità- tra i due. Bravo 👏👏👏
Grazie! Ad essere sincero i dialoghi non sono proprio il mio forte, infatti tra tutti gli episodi questo secondo è l’unico che ne ha… Come dire? Mi costano una certa fatica. Il resto della storia è strutturato in modo diverso. In ogni caso a breve potrai leggere il terzo episodio. Un saluto!
Bellissime le descrizioni, e anche i dialoghi sono efficaci.
Passo al capitolo successivo 😉
Se vuoi dai un’occhiata al primo episodio e fammi sapere cosa ne pensi. Intanto sto per pubblicare il terzo. Spero ti piaccia il tutto. Saluti
“edere si attorcigliavano come serpenti.”
Bellissimo!