(Racconto in cui pensando alla tua vita dirai) PROPRIO COSÌ

Serie: ESERCIZI DI IMMAGINAZIONE


Vorrei tornare a quando nelle tasche avevo solo pochi legnetti, raccolti di fretta mentre inseguivo Giulio, accucciandomi per poi rialzarmi subito e tornare a corrergli dietro.

Erano legnetti preziosi, non servivano a nulla.

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Basta un piccolo, comunissimo oggetto. Un odore. Una parola. Un dolore. Per scatenare un'imprevista, imprevedibile, inattesa onda di immaginazione anomala. Dedicato a Emilio Locurcio.

Mi riempivano le tasche vuote, mi facevano sentire più sicuro. Ogni tanto con le mani li muovevo come a rimischiarli. Mi piaceva il fatto che fossero tanti e diversi. Tra le dita creavano sfioramenti imprevisti.

Giulio raccoglieva pietruzze. Portava un sacchetto legato alla cinta, le ficcava lì dentro. Quando correva faceva un suono disordinato, per me sempre riconoscibile. Come lui. Se si allontanava troppo lo capivo dalle pietruzze.

Finito di correre, col fiato corto, svuotavamo tutto sul muretto del supermercato Oplà. Contavamo, dividevamo per grandezze, poi insieme creavamo costruzioni fantastiche, visibili solo ai nostri occhi. La barca, il pirata, la casa dei cinesi, l’aereo. Giulio era bravissimo a indovinare le mie costruzioni. A volte lo facevo vincere. Se diceva aereo, gli dicevo sì, anche se avevo fatto una regina col suo re.

Li immaginavo spesso la regina col suo re. A volte li sognavo pure. Me li portavo dietro nelle mie avventure di ragazzino. Li vedevo arrivare solenni, camminando lungo la salita del supermercato Oplà, mentre io e Giulio stavamo seduti a passare il tempo, a scambiarci legni e sassi.

Si tenevano sempre a braccetto, spesso mi sorridevano. La regina con la mano tesa mi salutava già da lontano. C’erano pure a casa, a tavola, seduti affianco a mamma e papà. Si dovevano raccogliere il mantello sulle gambe perché altrimenti sulle nostre sedie non potevano stare. Erano mantelli da trono, mica da segge di legno. C’erano pure quando Giulio è scivolato giù dal muretto, mentre la cassiera di Oplà urlava disperata e io fissavo mio fratello spiaccicato al suolo con gli occhi spalancati. Lo fissavano pure la regina col suo re, affianco a me, dall’alto. Eravamo tre teste che scrutavano la faccia immobile di Giulio per capire se a un certo punto avesse strizzato gli occhi e si fosse rialzato tutto dolorante per la botta.

Il re si era messo una faccia preoccupata da subito comunque. Scuoteva pure la testa. Allora guardavo la regina, ma lei era fissa inebetita su Giulio e non diceva niente. Non dicevano mai niente. Sorridevano o stavano seri.

Poi è arrivata mia mamma, ha scansato tutti, pure me, pure la regina col suo re. Ha urlato forte, ma così forte che ci siamo tappati tutti e tre le orecchie, anche loro che di solito stavano a braccetto. Mentre lei riprendeva fiato per urlare ancora, ho recuperato il sacchetto con le pietruzze e i legnetti sparpagliati sul muretto e in tre ci siamo andati a rifugiare a casa mia, nella cameretta, perché non se ne poteva più di quelle grida. Chi arrivava urlava, ma mamma più forte di tutti. Mi misi a giocare da solo con le pietruzze e i legnetti. Feci la casa dei cinesi, poi quella dei tedeschi più squadrata, infine quella dei topi che Giulio indovinava subito perché mi veniva benissimo.

Mentre lavoravo i legnetti per sistemare l’ingresso della casa dei topi, il re si prese tutte le pietruzze, facendole scorrere con la mano fino al bordo del tavolo e lasciandole cadere nella tasca del mantello. Doveva essere un mantello nuovo perché sull’altro la tasca non c’era. Forse era da lavare. Come quando mamma non trova il mio grembiule e poi si accorge che è nel cesto delle cose sporche. Allora lo tira fuori e me lo metto lo stesso. Ma il re non può andare in giro con un mantello stropicciato e che puzza di panni zozzi. Per questo oggi ha quello con la tasca grande di lato. È una tasca magica. Quando ci ho infilato la mano, non aveva un fondo e le pietruzze erano sparite chissà dove.

La regina col suo re mi sorrisero per l’ultima volta guardandomi spaurito. Poi si incamminarono, coprendosi le orecchie al passare davanti al supermercato Oplà, portandosi via le pietruzze, Giulio e la lucidità di mamma.

Li guardai appiccicato alla finestra mentre si allontanavano per sempre.

Fu allora che dal cielo mi sfrecciò addosso la bolla dei superpoteri.

Serie: ESERCIZI DI IMMAGINAZIONE


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. La tua narrazione non è mai banale, parla al lettore su più livelli, è come se ti rivolgessi contemporaneamente al nostro io razionale che “legge la storia” ed al nostro io più emotivo che legge le emozioni e le sensazioni con un linguaggio differente. Come quei legnetti inutili e naturalmente importanti. Come il re e la regina.

  2. La curiosità di sapere da dove nasce questa storia è grande, ma siamo abituati al tuo ermetismo, e conviene rispettarlo. Ci sono tanti modi per perdere l’infanzia. Il più naturale di tutti è quando essa evapora, poco alla volta, senza fare rumore. Il più drammatico, invece, è vederla allontanarsi di colpo, a causa di un evento tragico. La gioia, la spensieratezza, la meraviglia, prendono un’altra strada, e non si è mai abbastanza grandi per questo. E neanche abbastanza piccoli. Questa storia mi ha turbato, non lo nascondo, mi è sembrato di vedere tutto a rallentatore, come in una sequenza da film. Ho visto il Re e la Regina, e forse anche loro hanno visto me.

    1. Grazie Micol per aver letto e commentato questo e altri racconti, lo apprezzo tantissimo. Io al contrario ne ho un’infinità da recuperare! Ma sarà fatto!