Sandra

Serie: Cinquanta Racconti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

Era una notte come tante, e come tante altre camminavo senza sapere dove andare. Milano era fredda, indifferente, e io la conoscevo troppo bene per aspettarmi qualcosa di diverso. Lì, sotto un lampione, la vidi. Cinquant’anni su quel corpo ormai segnato da troppe vite, troppi corpi appoggiati al suo.

Mi avvicinai senza pensarci troppo, senza aspettarmi niente di speciale.

“Vieni qui, se hai voglia” disse, con la sigaretta che le pendeva dalle labbra. Il fumo le avvolgeva il viso segnato. Non era un invito, più una constatazione.

Le sue mani tremavano mentre mi indicava di sedermi accanto a lei, su un muretto consumato dal tempo. Sembrava che aspettasse qualcuno da sempre, qualcuno a cui finalmente raccontare tutto quel casino. Ed eccolo qui, quel qualcuno: io.

“Io sono Sandra. Non è stato facile arrivare fino a questo punto, sai? Arrivare a fare la puttana a cinquant’anni. Ho lottato come una bestia per non finirci, ma alla fine ci sono cascata dentro. E, Dio, quanto mi fa schifo.”

Le parole le uscivano come macigni. Non c’era dolcezza, nessun tentativo di addolcire la pillola. Non mi aspettavo altro.

“Ho una figlia, capisci? Devo farla studiare, farle avere un futuro. E poi c’è lui, il mio cazzo di marito. Giocatore d’azzardo, ha perso tutto. Il lavoro, la dignità, e mi ha lasciata a raccogliere i cocci. Il vizio del gioco l’ha mangiato vivo e ha trascinato con sé tutto. Ma i conti vanno pagati: l’affitto, il cibo, tutto.”

Scuoteva la testa, aspirando profondamente dalla sigaretta, come se quel fumo potesse riempirle il vuoto che la stava consumando.

“Ho provato di tutto. Commessa, donna delle pulizie, promotrice. Ho mandato curriculum ovunque. Nessuno ti vuole a cinquant’anni, soprattutto quando hai troppa esperienza per lavorare per una miseria. Così, eccomi qui. Faccio la troia. E mi faccio schifo anche solo a dirlo. Ma, cazzo, arrivo a fine mese con più di 2500 euro, e almeno mia figlia può continuare a vivere, a studiare, senza sapere che sua madre si fa scopare da sconosciuti per pagare i suoi libri di scuola.”

Sputò il fumo e rise, ma quella risata era tagliente, senza traccia di umorismo.

“E così ogni notte esco. Fumo la mia sigaretta, mi metto lì sotto il lampione, con la speranza che qualche pezzo di merda in macchina si fermi. Le solite domande: ‘Quanto?’ Io rispondo: ‘Orale 50 euro, manuale 20, il resto non lo faccio.’ E loro: ‘Ok, salta su.’ Entro in macchina, faccio il mio lavoro, lo prendo in bocca o con le mani. Poi torno qui, come niente fosse.”

Si fermò, fissando il vuoto davanti a noi. La sua faccia era una maschera, ma i suoi occhi raccontavano tutto quello che le parole non potevano dire.

“Poi torno a casa, faccio una doccia, e cerco di togliermi di dosso tutto questo schifo. Ma sai una cosa? Non si toglie. Mi gratto la pelle fino a farmi male, ma è dentro, capisci? È dentro di me, e non se ne va. Ogni volta che torno, mia figlia dorme serena. Non sa nulla di questa merda. E lo faccio per lei, solo per lei. Ogni volta che la vedo studiare, mi ricordo perché faccio tutto questo. Perché mi vendo. Perché mi lascio usare come una cosa. Ma, cazzo, almeno lei non deve sapere niente.”

Fece un lungo respiro, poi guardò lontano, come se vedesse qualcosa che io non potevo capire.

“Il mio fottuto marito, invece, non merita niente. Lo vedo dormire, come se niente fosse. Lui sa quello che faccio. Se lo merita, però. Lui mi ha portata qui, a vivere così. Ogni notte vorrei prenderlo a pugni, vorrei svegliarlo e urlargli in faccia, ma poi mi fermo. Mi fermo perché tutto questo lo faccio per lei, non per lui.”

Un’altra boccata di sigaretta. L’aria densa di fumo e parole ormai non poteva più essere trattenuta.

“E poi ci sono i clienti. Quelli che si fermano con la macchina, quelli che mi vedono come un pezzo di carne. Mi dicono sempre la stessa cosa: ‘Quanto?’ E io rispondo come se fosse la cosa più normale del mondo. Mi pagano, si fanno fare quello che vogliono, e mi riportano qui. A volte mi chiedono: ‘Ma perché alla tua età fai questa vita?’ Io non rispondo. Che cazzo gli devo dire? Non hanno bisogno di sapere niente di me. Sorrido, fingo di essere indifferente, ma dentro di me piango. Piango di rabbia, di vergogna, di odio per me stessa.”

Abbassò lo sguardo, come se il peso di quelle parole fosse diventato troppo da sopportare.

“Ogni tanto mi dico che forse c’è una speranza. Che un giorno arriverà una risposta a uno di quei maledetti curriculum che ho inviato. Ma ogni volta che apro la posta, c’è solo un’altra delusione. Nessuno vuole una donna come me, una vecchia. Allora strappo tutto e vado avanti, perché cosa cazzo posso fare?”

La guardai, cercando qualcosa da dire, ma non c’era niente che potessi offrirle. Niente che potesse davvero cambiare qualcosa.

“Lo so già che questa sarà la mia vita finché non sarò troppo vecchia anche per questo. E poi? Non lo so. Ma per ora, mi tocca farlo. Non c’è scelta.”

Mi alzai, e lei mi guardò senza aspettarsi nulla. Non c’era bisogno di altre parole. La sua storia era tutto quello che aveva da dare, e a me non restava altro che andarmene. Ma quella notte, mentre me ne andavo, la sua voce, il suo sguardo, restarono appiccicati addosso come una macchia che non riuscivo a scrollarmi di dosso.

Serie: Cinquanta Racconti


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Discussioni

  1. “Ma quella notte, mentre me ne andavo, la sua voce, il suo sguardo, restarono appiccicati addosso come una macchia che non riuscivo a scrollarmi di dosso.”
    Questo finale dice davvero molte cose. Non ce lo spieghi il motivo per cui uno sconosciuto le si siede vicino e trova il tempo dell’ascolto. Ma non serve. A lei serve solamente la propria coscienza dentro la quale riflettersi. Molto triste.