Scorci di realtà

Ed è successo ciò che non sarebbe mai dovuto succedere. Non è servito cambiare città, cambiare lavoro, cambiare vita. Non è servito andare avanti, fingere sorrisi, nascondere lacrime. Correvo su un filo con gli occhi bendati ma per un secondo, un solo istante durato questi ultimi 10 anni mi ero convinto di avere sotto i miei piedi un ponte. Stavo scappando, stavamo scappando, da un destino infame che ci aveva costretti a fallire quell’unica chance che ci era stata data. Ed ora eccomi qua, a centinaia di chilometri da quel luogo dove per la prima volta avevo incrociato i tuoi occhi, dove per la prima volta avevamo unito i cuori in un unico battito, dove le nostre vite, rette parallele, hanno iniziato quel volo insieme, fino ad unirsi. Quella campanellina. Quella fottuta campanellina che il barista aveva voluto installare al di sopra della porta giusto qualche settimana fa. Non mi ci ero ancora abituato abbastanza dal non distrarmi dalla mia lettura. Daniel Glattauer. Un autore che tante volte avevo citato nei miei discorsi ma di cui mai ero riuscito a completare un’opera. Un passo. Era entrata una ragazza a giudicare dal leggero tacchettare che riecheggiava per le morbide panche in legno rifoderato di cui il locale era pieno. Alzai lentamente lo sguardo. Non volevo che la mia curiosità desse troppo nell’occhio. Incrociai le pagine ingiallite del mio libro, la mia tazzina di caffè con quella bustina di zucchero ripiegata ordinatamente dopo l’utilizzo come ero solito fare, la poltrona di fronte a me, svuotata di ogni possibile compagnia. Il suo vestito, troppo leggero per la piovosa giornata che scuriva le strade di una città vuota. La vista del volto era coperta da un giornale completamente bagnato. Il Corriere di qualche giorno fa a giudicare dal titolo ben impresso sulla copertina. Doveva abitare qui nelle vicinanze per non aver preso un ombrello, pensai. Forse era scesa di corsa alla ricerca di un posto caldo dove fare colazione. Non mi interessò. I miei occhi, dopo essersi posati sulla vetrina posta alla mia destra, che con freddezza mostrava il violento ondulare delle fronde degli alberi del parco oltre la strada, iniziarono a tornare lentamente verso la mia lettura. “Buongiorno” pronunciò la ragazza rivolgendosi al barista. Quella voce. Troppe volte riascoltata nei suoi eterni messaggi vocali per essere confusa con altre. Provai un brivido partire dal cuore per dirigersi in tutto il corpo. Ora tutto aveva perso colore, tutto era coperto da un’ombra scura, privato del suo colore. I miei occhi correvano, nella disperata ricerca di un cenno, un volto, un particolare che mi riconducesse a lei. Attesi con ansia stringendo forte il libro fra le mani. Si voltò. Mi vide. Ci guardammo. Ci spogliammo dei nostri abiti e delle nostre mura. Ci sciogliemmo in un profondo bacio e per quell’istante, per quel solo istante che durò quello sguardo c’eravamo solo noi. Quel “noi” che ormai non era diventato nulla, di due estranei uniti da un passato immaginario.

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Discussioni

  1. Complimenti. Il fatto che sia scritto in un unico paragrafo, mi ha trascinato verso la conclusione con un pizzico di apprensione per l’incertezza su come sarebbe andata a finire.

  2. Ciao Riccardo, questo libriCK è pieno di sentimenti dolci e amari allo stesso tempo, riassumere dicendo che hai ritratto l’istante fugace, il tempo che si ferma nell’istante intriso di eternità, mi sono perso piacevolmente nelle emozioni del tuo protagonista?, alla prossima!

    1. Grazie mille. Ho cercato di basare l’intero racconto sui sentimenti provati dal protagonista, sono contento tu lo abbia apprezzato.