Sera Tarda

Erano le 11 passate quando lessi il messaggio. Un’ora intera era passata da quell’inascoltata richiesta di aiuto. Non una parola di più. Non potevo sapere ne tanto meno immaginare cosa le fosse successo. Presi il mio impermeabile, fedele compagno di nottate piovose come quella e mi diressi a passo svelto verso l’auto. Il viaggio fu silenzioso. Le voci contrastanti che abitualmente ronzavano per la mia testa, per tutti e 7 i minuti che mi separavano da casa sua, decisero di acquietarsi, il che mi rese ancor più nervoso. I cartelli stradali, le luci dei pochi locali aperti incrociati, le stesse persone, diventarono un semplice sfondo inanimato, cupo e sfocato delle mie azioni. Scesi dimenticando di spegnere i fari, e mentre rimuginavo se farlo o meno, mi incamminai verso la porta di casa sua. Estrassi la copia delle chiavi che mi aveva affidato qualche anno prima, quando ancora credevamo in un futuro nella nostra relazione. Aprii. L’interno era buio, circondato da un silenzio inquietante, interrotto dal sibilo del vento esterno. Chiamai il suo nome dal pianerottolo. Prima piano, poi a gran voce. Nessuna risposta. Passai per l’ampia cucina, ora tentando di camuffare il rumore dei miei passi. Presi un coltello. La mano mi tremava, a ritmo con il resto del corpo. Feci un passo verso il soggiorno quando ecco scattare l’allarme. Di lì non era passato nessuno. Ma perché attivare l’allarme quando lei stessa era ancora in casa? A breve i vicini avrebbero chiamato la polizia, ma non ero intenzionato a lasciarla sola nelle mani di chissà chi. Ogni secondo le sarebbe potuto essere fatale. Mi avvicinai alla sua camera, apparentemente vuota. Una volta dentro chiusi la porta e ricominciai a chiamarla, consapevole che le mie parole non potessero essere ascoltate da nessuno al di fuori di quella stanza, per via del baccano che ormai doveva aver svegliato tutto il quartiere. Lei non c’era. In lontananza il blu delle sirene illuminava la strada. Qualche secondo ed avrebbero fatto irruzione. E se le sirene avessero spaventato il ladro o l’assassino, come avrebbe reagito? Decisi di non rischiare aspettando una risposta alla mia stupida domanda e mi fiondai nell’ultima stanza rimasta, il bagno. Spalancai la porta e mi arrestai sull’entrata, in cerca di un qualsiasi tipo di segnale. Vuoto. Sudavo freddo ed ora i pensieri correvano per la mia testa. L’incessante battito dell’ariete sulla porta si confondeva con quello del mio cuore. La mia mente stava finalmente iniziando a ragionare. Sentii la sua voce da fuori dell’edificio: “È armato”. Guardai la mia mano destra. La lama rifletteva il blu delle sirene che ora illuminava tutta casa. La gettai e mi inginocchiai con le mani bene in vista. Ero fottuto. Stavo attendendo di venire incastrato per un crimine che non avevo avuto nemmeno l’intenzione di commettere. La mia unica colpa era stata di non averla amata abbastanza.

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Discussioni

  1. Ciao Riccardo, di questo librick mi è piaciuto lo stile e il ritmo calzante, ma non ho capito qual è stato il crimine… lui non ha commesso effrazione perché aveva le chiavi e in casa non c’era nessun cadavere, giusto?

  2. Ciao Riccardo, in pochi frame hai saputo trasmettermi la giusta tensione, intensità e paura del tuo protagonista. Una breve trama ben architettata a mio parere con una conclusione amara che mi ha piacevolmente sorpreso. Un saluto, alla prossima!