
Signora maestra
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Simplicio
- Episodio 2: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 3: Il signor G
- Episodio 4: ALICE
- Episodio 5: Emme di maggio
- Episodio 6: Tziu Giulliu
- Episodio 7: Tziu Luisicu
- Episodio 8: Nonna Caterina
- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
- Episodio 1: Gioia mia
- Episodio 2: Zia Gavi’
- Episodio 3: Maura Melas
- Episodio 4: Due robusti centenari
- Episodio 5: Il canuto e la brunetta
- Episodio 6: La presentazione
- Episodio 7: L’amore al tempo del Covid
- Episodio 8: Il gatto è morto
- Episodio 9: Il tredicesimo centenario (parte prima)
- Episodio 10: Il tredicesimo centenario (parte seconda)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Cara signora maestra, la penso spesso. La immagino col solito cappotto grigio scuro, indossato dal primo giorno dell’autunno – quando l’anno scolastico iniziava a ottobre – fino all’ultimo giorno di primavera, quando le mezze stagioni c’erano ancora.
Se stava male e veniva in classe con la febbre, lo teneva addosso. C’era tanto freddo in aula; nessun tipo di riscaldamento, neanche una piccola stufa elettrica, a mitigare l’aria. Le dita ghiacciate diventavano poco sensibili e incapaci di tenere la penna in mano. Nei nostri piedi si formavano i geloni pruriginosi e dalla nostra bocca usciva il vapore.
Lei, però, si assentava raramente. Poche volte abbiamo avuto una supplente; solo quando le sue condizioni di salute, già precarie, la costringevano a restare a letto. Una delle poche sostitute che ricordo, usava le minacce.
“Se non state zitte vi faccio provare Carolina” diceva battendo sulla cattedra la bacchetta. L’avrebbe usata dopo averci fatto posare il palmo delle mani sul banco, se non fosse riuscita a terrorizzarci abbastanza con le intimidazioni verbali.
Quando lei, signora maestra, era presente, quelle minacce non erano necessarie: c’era silenzio, quasi sempre. Nessuna confusione come accadeva nella classe a fianco, della signora Ponti, dove le alunne andavano al bagno senza alzare la mano per chiedere permesso e facevano pausa, fermandosi lì a chiacchierare. E quando tornavano in aula, volavano spesso palline di carta da un banco all’altro, mentre l’ insegnante, di spalle, scriveva sulla lavagna, col gessetto.
I suoi richiami, signora maestra, erano sufficienti per far cessare ogni genere di disturbo. Solo qualche volta ricorreva al vecchio metodo educativo del castigo dietro la lavagna, per le più indisciplinate.
Qualche volta anch’io dovetti subire i suoi rimproveri. Ricordo che, nonostante i suoi richiami, scambiai qualche altra parola di troppo, con Gigliola, la mia compagna di banco. Lei ci mise in punizione: tutte e due in piedi, con le braccia in alto.
Un’altra volta, invece, la maggior parte della classe non aveva studiato a memoria la poesia “ Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi. Quella volta, io e altre due secchione della classe, sapevamo bene quei versi, delle quattro lunghe strofe, dall’inizio alla fine, e li recitammo ad alta voce, vicino alla cattedra. “La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole…” la ricordo ancora. Lei, però, non fu soddisfatta, dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto di un’altra alunna che non aveva studiato, si offese, incrociò le braccia, seduta dietro la cattedra, e non ci rivolse la parola finché non suonò la campanella per annunciare la fine dell’orario scolastico.
Quella fu la punizione più dura che ricordo. Ci fece male, molto male, vederla così delusa e amareggiata dal comportamento poco diligente delle alunne, anche di quelle più brave.
La nostra classe, tutta femminile, fu l’ultima per lei: ci seguì dalla prima fino alla quinta, per poi andare in pensione.
E quanta dedizione, soprattutto per un ristretto numero di scolare che continuava a incoraggiare, a stimolare e a premiare, anche fuori dalla scuola, in casa sua.
Alle prime che dimostravano di aver completato la lettura del libro di testo: una scatola di pastelli o un altro libro da leggere.
Da lei ho imparato che leggere e studiare è premiante; forse per questo ho continuato a farlo, alacremente, anche se il premio consisteva, di solito, nel piacere stesso della lettura.
Da lei abbiamo imparato il metodo per fare le ricerche attraverso i libri; quando navigare in internet era ancora impensabile.
Ci mandava a richiedere i libri in prestito dal grande e grosso signor Ponti, anche lui maestro di scuola elementare. Ricordo ancora la sua voce grossa e affaticata, un po’ alla Aldo Fabrizi, così come grossa era la sua stazza, e smisurata la sua passione per i libri.
La biblioteca del signor Ponti è stata la prima che abbiamo conosciuto, con i libri impilati dappertutto e pieni di polvere, che arrivavano fino al soffitto. Che meraviglia, per noi bambine. Un piccolo regno magico in cui erano racchiuse tutte le storie fantastiche che avremmo voluto conoscere.
Lei di storie ce ne raccontava tante. L’ultima mezz’ora, ogni giorno, salvo eccezioni, una favola diversa. E noi, immobili e mute, incantate, ad ascoltarla. Quanto ci piacevano quei racconti narrati con poca voce, lenta; molte pause, tonalità e mimica espressive. Momenti indimenticabili che hanno lasciato il segno.
Quando iniziavano le vacanze, in estate, mia madre ci imponeva di metterci a letto, dopo pranzo, per il gran caldo e soprattutto perché lei, stanca, aveva bisogno di riposare un’oretta senza doversi preoccupare per noi, che giocando fuori, nel cortile, avremmo potuto farci male. Nelle ore più afose del pomeriggio, io che non avevo sonno, un po’ per noia e un po’ perché, da ferma, i pensieri, nella mia testa, scalpitavano ancora di più, chiudevo gli occhi e mi raccontavo le favole, ispirate dai suoi racconti, ma completamente diverse.
Cara signora maestra, le favole, a volte, me le racconto ancora; finché non trovo la forza di riconoscere e accettare una situazione dolorosa, mi illudo che le cose siano molto più positive di quanto non siano davvero, nella realtà delle relazioni umane.
Anche ora che mi avvicino alla terza età, e dovrei essere più saggia; forse sono ancora un po’ ingenua e credo – fino a prova contraria – che ogni persona meriti stima, fiducia e rispetto.
Lei ci insegnò anche questo: non conta se uno è ricco o povero, alto o basso e più o meno intelligente: nessuno può essere rifiutato, deriso o tanto meno insultato. E quella volta che non volevo stare seduta, dietro il banco a due posti, con Mirella, lei mi fece capire che avevo torto e che il mio comportamento era inqualificabile. Mi vergognai tanto, anche se il mio atteggiamento non era dovuto a discriminazioni di tipo classista, essendo anch’io, come Mirella, figlia di un operaio. Il mio non era neppure un atteggiamento snob, da seconda o terza della classe, ero solo dispiaciuta di non poter restare accanto alla mia solita compagna e amica del cuore.
Oggi si parla tanto di educazione affettiva, per prevenire certi comportamenti patologici che degenerano spesso in atti criminosi.
Il bullismo, nella nostra classe, non c’era. Non so se nelle classi della signora Ponti o del signor Lo Piccolo o degli altri maestri di cui non ricordo il nome, fosse un fenomeno già esistente. In quel periodo di fine anni sessanta, se qualcosa di simile, nella scuola del mio paese, accadeva, era solo qualche episodio sporadico. Gli insegnanti erano figure rispettate, spesso temute; se uno di loro si fosse lamentato con i genitori per il comportamento indisciplinato dei propri figli, pochi avrebbero osato mettere in discussione la sua parola. In quel periodo molte madri o padri, non sapevano neppure leggere e scrivere e parlavano un italiano un po’ approssimativo. La figura istruita che parlava l’italiano in modo corretto metteva la gente più umile in soggezione. Oggi, invece, la situazione appare spesso capovolta. Sono tanti i genitori appartenenti alla categoria dei “Lei non sa chi sono io”.
Il metodo educativo applicato allora, al ritorno a casa del figlio, dopo la scuola, con l’intento di raddrizzarlo, era, quasi sempre, quello delle botte, con schiaffi, o calci o cinghiate.
Lei, di figli non ne aveva. E quando, da vecchia, ormai vedova, tornò a vivere in città, in casa dei suoi nipoti, per tanto tempo non abbiamo più avuto sue notizie.
Un giorno, per caso, ho scoperto che aveva superato i novant’anni ed era un po’ malaticcia come sempre, ma ancora arzilla, accudita e ben voluta dai suoi nipoti.
Ovunque aleggi ora, la sua essenza spirituale, vorrei tanto potesse giungerle il mio sentito ringraziamento per tutto ciò che ha fatto per noi. Anche per l’incoraggiante giudizio finale sulla mia pagella di quinta elementare. Senza quella valutazione non so se avrei avuto la fiducia necessaria per proseguire gli studi, per conseguire attestati validi a svolgere una professione dignitosa e importante, nell’aver contribuito a dare un senso alla mia vita.
Se avessi dato retta a mio padre, capace solo di insultarmi, con parole tipo “Taci tu, stupida, che non capisci niente”, forse non sarei riuscita ad affrontare prove ed esami che, bene o male, ho superato.
Anche le altre compagne di classe del gruppo da lei prescelto hanno saputo mettere a frutto le basi dei suoi preziosi insegnamenti. Agostina ha studiato medicina: è diventata una bella signora dottoressa molto competetene, alta di statura e autorevole nel suo ruolo. Paulette, dopo gli studi universitari, condizionati, forse, dalla sua stessa passione e collezione di minerali, ha insegnato per tanti anni ed è stata, fino all’anno scorso, la prima cittadina donna del paese.
Patria, invece, è diventata importante nel suo ruolo di comandante delle Forze dell’ordine.
Chissà quanti altre alunne la ricordano con affetto e le sono grate, per la serietà e l’impegno con cui ha svolto la sua missione, compensando in parte, anche un senso materno inappagato.
Il cimitero di San Michele è tanto grande, vorrei, però, scoprire dove il suo esile corpo è stato sepolto. Almeno una volta, cara signora maestra, vorrei portarle un fiore; magari l’undici maggio, giorno del suo compleanno
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Simplicio
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- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
Dolcissimo questo scritto, in molte cose questa maestra mi ha ricordato la mia delle elementari.
Grazie Roberto; ogni tanto scopriamo qualche nuova similtudine nelle nostre esperienza di vita. Un vissuto che ha spinto entrambi a cercare un canale di espressione e di comunicazione, attraverso la scrittura, in questo microcosmo virtuale accogliente e stimolante, chiamato E. O.
Una serie molto bella che ha dato voce a diverse vite. Spesso è difficile immaginare la vita che c’è stata dietro alle figure che hai descritto. Alcuni episodi mi hanno emozionato più di altri, più i personaggi femminili che maschili. In questo, hai raccontato il mondo al contrario che si è creato, la maleducazione e il bullismo, anche dei genitori, dilagante. Ma se la generazione dei genitori di oggi è quella che è, forse è perchè non è stata educata dalla generazione dei genitori di ieri, che volevano essere diversi dai loro genitori, quelli che oggi vengono presi come esempio. Ogni azione presente è la conseguenza di decisioni e azioni prese nel passato dalle generazioni precedenti
Sono d’ accordo con te: ognuno trasmette cio` che ha ricevuto. Piu` passano gli anni e piu` mi rendo conto che possiamo dare o esprimere soltanto cio` che abbiamo acquisito, grazie a qualcuno che ha saputo trasmetterci e impremerci, in modo profondo, quei valori o affetti o insegnamenti di vario genere.
Nei racconti di questa serie, alcuni autentici, altri liberamente ispirati a storie vere di persone che ho conosciuto, non c’ e` mai l’ intenzione di generalizzare, di considerare tutti uguali, in nessun periodo o luogo in cui siano vissuti. Ogni persona e` unica e irripetibile. E soprattutto nessun giudizio di valore sui protagonisti di questa serie, se non l’ ironia o la constatazione dei tanti pregi e difetti che rendono tutti noi (vecchi e giovani), esseri umani imperfetti.
Ciao, a presto.
Io ho frequentato le elementari nei primi anni ’80 ei miei ricordi sono molto diversi dai tuoi, cioè io quasi non ne ho. Credo che nel tempo sia avvenuta una qualche modifica sociale che ha lasciato alla maestra solo il ruolo dell’insegnante.
Meglio o peggio? Boh! La scomparsa della bacchetta da dentro l’aula sicuramente è meglio.
Non sfugge – non può sfuggire – il ping pong tra la vita in classe e quella fuori dalla scuola. Lì sono più sicuro che il presente sia migliorato.
Ciao Francesco, grazie. Io penso che dire meglio o peggio sulvpresente e sul passato, dipenda soprattutto da noi, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno o quello mezzo vuoto. Ogni periodo ha i suoi vantaggj e i suoi svantagg, i pro e i contro. A volte i ricordi che affiorano sono molto spiacevoli, altre volte sono belli e ci danno una sensazione di benessere. Molto dipende dalle nostre condizioni psicofisiche.
Sul non ricordare nulla non mi permetto di interpretare; non ho abbastanza elementi e neppure strumenti sufficienti per farlo.
Direi che un finale di stagione migliore di questo non poteva esserci.
Un bellissimo tributo ad una persona che per te ha significato tanto e che continua ad averne tuttora, benché, forse, in modo diverso.
Giù il sipario. E applauso.
Ciao Giuseppe, grazie. E` vero il ricordo della mia maestra mi accompagna ancora, mi sostiene spesso e influisce a volte, sulle mie scelte. Il suo rigore morale sarebbe per me difficile da eguagliare, pero`, come un astro raggiante, mi aiuta spesso a preferire il percorso alla luce del sole.
Che meraviglia. Una figura straordinariamente potente e esemplare, rispettata e seguita. La tua abilità nel richiamare ricordi e immagini lontani e spesso sepolti da cataste di pensieri ordinati malamente che, nella loro inutilità, si adaginao mollemente gli uni sugli altri nascondendo le scene importanti e le parole fondanti il nostro carattere, è di una forza davvero irresistibile.
Ho avuto nella mia testa, per tutto il racconto, il brusio della mia classe delle elementari, a metà degli anni ottanta; la voce poderosa di don Palacino che tentava di spiegarci come l’inquinamento ci avrebbe fatto morire di caldo in un futuro lontanissimo, con le macchine volanti e i robot umanoidi che cucinavano al nostro posto… e noi a ridere perché Motta aveva starnutito inondando il suo banco di moccio.
E se i tuoi pensieri, stando ferma, scalpitavano e ti facevano raccontare storie e favole, mi sento di dover ringraziare anche io quell’insegnante per aver aggiunto il suo tocco ad una bella persona quale tu sei diventata. Grazie signora Maestra.
Ciao Emi, don Palacino, a quanto pare, aveva ragione; quindi anche tu hai avuto qualche buon maestro, e si vede. Oltre l’ ambiente favorevole – dicono gli esperti – conta anche il fattore ereditario. Immagino che il tuo DNA sia un caleidoscopio di tanti buoni Geni.
Grazie di cuore per le tue bellissime parole. Un abbraccio e buona domenica delle palme, con tanti ramoscelli di ulivo al vento, che spargano nell’ aria, piu` serenita` e voglia di pace in tutti.🐣
Di solito mia madre piomba in casa con una intera piantagione di palme modificate geneticamente per avere le foglie già intrecciate e che secernono acqua benedetta!
Ma abbiamo avuto anche un periodo di piantagioni di ulivo dipinti d’argento d’argento tossico…
Passa anche tu una bellissima domenica delle palme! Ricambio il tuo abbraccio anche perchè quando sento parlare di caleidoscopi mi emoziono! ♥
sono sicura che la tua maestra sarebbe orgogliosa e felice se potesse leggere quello che hai scritto. Come dici tu stessa qui sotto, meritava di essere ricordata insieme a un tempo così lontano e diverso, che posso immaginare attraverso le tue parole, e che forse era – nonostante le bacchettate della supplente – un po’ meno feroce del nostro.
Gia`, Francesca; anch’io mi chiedo, nonostante i metodi educativi repressivi dei miei tempi, che possono apparire oggi, non solo eccessivamente severi, ma persino residui del passato regime autoritario, se l’ attuale lassismo, o permissivismo o egocentrismo o il predicare bene e razzolare male, che genera, troppo spesso, non solo bulli, ma persino mostri, non sia, talvolta, anche peggio.
Grazie per la tua confortante vicinanza virtuale.
Una bellissima storia, un tributo ad una insegnante che ha fatto davvero formazione. E ad un’età che non torna più.
Grazie, spero di essere riuscita a tratteggiare, in breve, un ritratto semplice, adeguato a una donna che meritava di essere ricordata.
Con questo ultimo episodio mi hai fatto sentire una stretta al cuore. La mia cartella era di colore marrone, come le foglie che in autunno ricoprivano come un manto il cortile della nostra scuola. Il mio maestro non si chiamava Signor Maestro, ma si chiamava Giorgio ed era così speciale e inclusivo che nemmeno nella mia classe esisteva il bullismo. Ci volevamo bene. Per chi riusciva, c’erano le letture sul libro di testo, per chi faticava e inciampava c’era l’ascolto di Battiato (seriamente, senza ironia). Alcuni di quei bambini sono poi diventati un ottimo batterista oppure un suonatore di organo. Quante cose mi hai fatto venire in mente. Hai aperto uno splendido cassetto sul mio sabato pomeriggio. Grazie
Ciao Cristiana, anche una delle mie cartelle era di colore marrone, ma essendo io quasi anziana, i metodi di insegnamento, erano allora, ancora molto discutibili. Alla fine degli anni settanta, quando hai frequentato tu le elementari, erano piu moderni e il tuo maestro molto avanti. Sei stata fortunata, ma anch’ io non mi lamento; anzi, fuori da ogni finzione narrativa, ringrazio di nuovo, davvero, la mia cara maestra.
“Cara signora maestra, le favole, a volte, me le racconto ancora; finché non trovo la forza di riconoscere e accettare una situazione dolorosa, mi illudo che le cose siano molto più positive di quanto non siano davvero,”
Un altro applauso… Grande verità.
Grazie Giancarlo, so bene che siamo spesso, piu` o meno tutti, delusi dai comportamenti delle persone, soprattutto quando qualcuno ci sta a cuore. Dovremmo avere meno aspettative e trovare sempre, soprattutto in noi, le risorse necessarie per stare bene, senza dover rinunciare, comunque, a relazionarci con legami stretti o “larghi”, con altri.
“fino all’ultimo giorno di primavera, quando le mezze stagioni c’erano ancora.”
Un colpo da maestra (!) questa frase, sicuramente sapevi che sarebbe stata notata ed apprezzata 👏 👏 👏 👏 grazie
No, ti giuro, Giancarlo, sono stata tentata piu’ volte, di toglierla, per la terza ripetizione del quando, con cui avevo iniziato anche la frase successiva; che poi ho iniziato col Se.
Pero` grazie 🙏; meno male che non l’ ho eliminata.