Storia dell’Iperboreo e della stella che trovò per terra

♤Grazie a Valerio Genovese per la copertina.

I.

Veniva dall’Iperborea, ed era senza nome. Per strada, si racconta, a grandi passi inciampò in una stella. La raccolse, se ne prese cura; ogni giorno la sciacquava e strofinava, finché pian piano il suo guscio si schiuse e, rompendosi, deflagrò in fulmini e saette. Pieno di meraviglia e di timore, l’uomo si raccolse in preghiera e pianse tutta la notte.

Al mattino, però, il bagliore della stella divenne intermittente, alla stessa maniera di quelle troppo lontane che vediamo noi, e piano piano si spense.

Per tutto il giorno l’uomo benedisse la sua casa e la sua fortuna. Pregò ogni ora della mattina ed ebbe il cuore in gloria. Ogni giorno trascorreva nell’attesa della notte, quando la stella tornava in vita e la sua luce traboccava come quella del Creatore.

Col tempo, l’uomo imparò a dormire di giorno e vegliare di notte: da allora passò le sue serate vagando per i villaggi, passando per le campagne e tutti quei posti scuri che fanno paura di notte senza una stella in tasca.

La gente lo sentiva avvicinarsi, perché quando tirava fuori la stella dalla sua custodia, cominciava a risonare nell’aria un certo tintinnio, come di campana orientale; al vedere la luce penzolare qua e là e al sentirla scampanare, i bambini si quietavano e tutti riuscivano a trovare sonno, e in quello stesso sognavano sogni oltre qualsiasi immaginazione.

Cambiarono le generazioni, passarono i secoli: tutti sapevano che c’era l’uomo con la stella, che portava meraviglia alla notte, ma nessuno sapeva più chi fosse.

II.

Furono le mareggiate lungo le coste dell’occidente le prime a lamentarsi. Per ogni dove la meraviglia veniva scambiata col tormento e quando i pianeti si scurirono dall’altra parte del sole, la paura allungò scuri tentacoli fin laggiù, dove le torce delicatamente reggevano piccole fiamme rosse. Ovunque nel mondo sorsero sovrani, e ci fu guerra e povertà.

Parlavano fra di loro dei mali del mondo, perché avevano paura, e i loro figli crebbero ascoltando quelle parole; le armi presero il posto del dialogo, l’accoglienza fu scambiata con l’indifferenza.

Si allontanò il mondo dalle luci della sera, pieno di affanno e preoccupazione, e non ci fu più spazio per le stelle.

“Le mie campane si sono rotte, la mia luce s’è stancata” gli disse una sera la stella all’Iperboreo. Lanciavano sassi lungo le sponde di un fiume a est: la gente aveva smesso di vederli e benedirli, i loro cuori si erano uniti passando distrattamente per le vite degli uomini, così tristi e lontani.

“Devo tornare a casa. Se resto qui, certamente morrò” disse la stella.

Faceva freddo e lei era tanto buia; gli disse addio un’ultima volta, poi gli scivolò di mano e prese a salire in cielo. Si allontanò in mezzo alle altre e né l’iperboreo né alcun altro riuscì più a riconoscerla.

Pianse fin dove le sue lacrime gli permisero di trasformarsi in pioggia, prese a pensare pensieri di malinconia, e quando la modellò a sufficienza, essa si trasformò in rabbia e cominciò a prendersela con gli uomini. Pensò al potere, si vide incoronato a furioso, progettò guerre contro il tempo e lo spazio. Abbandonò il lago, scordò per sempre il suo vero e segreto nome, e se ne creò uno nuovo.

III.

Il mondo intero si vestì di rosso allorché un uomo che veniva dagli orli celesti inaccessibili del Nord vinse la corona di ogni regno.

Si era procurato una spada, un giorno, sotto sfida a un nobile pieno d’argento, che aveva elegantemente perso la vita nel duello.

Passò di città in città, raccolse ogni sfida e ne lanciò di altre: divenne un eccellente schermidore e la sua fama viaggiò più veloce di lui fino agli angoli scuri della terra, dove vivono i demóni.

Alla fine di ogni duello, aveva preso l’abitudine di chiedere al condannato la vita o la morte. Ogni duellante gli rispondeva “La vita!” e lui -sgraziatamente- ne approfittava, e gliela prendeva. Corsero le voci fra quelli armati e abili di spada, che a uno a uno cominciarono a rispondere ben “Morte!” alla domanda: fu in tale maniera che si costruì un esercito, e crebbe in gloria e potenza.

Ogni guardia sui torrioni riconosceva gli stendardi all’orizzonte, perché si avvicinavano con giganti e bestie fantastiche in testa all’armata, ed ogni loro passo percuoteva i cuori fino a ghiacciarli.

Uno ad uno prese ogni regno e, quando trascorse un giro di clessidra, l’Iperboreo divenne re, e in ogni città dalle colonne bianche e dalle mura di cristallo si ergevano statue alla sua forza, ed ogni voce ne parlava con terrore.

Il nuovo sovrano pensava alla guerra: eseguì ogni condanna per sua mano, punì gli imprudenti e i traditori, ma venne per questo odiato, perché fra i colpevoli v’erano degli innocenti, e pure questi persero la vita.

Divenne col tempo il fantasma di ciò che era: portava luce, allora; solo il buio custodiva, adesso, ed era malato. Prese un aspetto orribile perché vegliava ad ogni notte, quando nessuno lo guardava e poteva piangere. Niente gli portava sollievo, perché il suo malanno era un tormento; una notte perse infine il senno, perché non riusciva più a ricordare cosa significasse avere una stella.

IV.

Aveva usato i Predoni delle Saette per scolpire la montagna; se ne servì per aprire il cuore della roccia e, trovatolo, ne creò stanze e impalcature. Sulle creste più alte del mondo forgiò la sua Cittadella, laddove le altitudini avrebbero permesso ai suoi Osservatori di dispiegare il cielo a piacimento, in una cerca che durò centenni ma dalla quale non venne fuori alcunché di buono.

Al re crebbe la barba: le sottili sabbie del tempo, che fino ad allora l’avevano ignorato, presero a vorticargli intorno e a lasciare profonde cicatrici lungo tutto il volto. Ebbe in sposa diverse mogli, che furono rapite dai loro giorni intorno alla vecchiaia; così il re ebbe chiaro che si confondeva, e l’amore per le donne non era lo stesso che nutriva per la stella, quindi rimase da solo.

Poiché parlava la lingua degli uccelli, al mattino andava sulla torre più aguzza del regno, che aveva fatto uscire dalle costole della montagna per meglio osservare: lì si radunavano a stormi gli emissari che volavano attorno al mondo, per dirgli quello che vedevano e sentivano. Gli dicevano che il suo nome veniva pronunciato con paura e disprezzo presso gli uomini, e che pii e malvagi s’erano adunati a contrastarlo. Il demone della paura albergava tuttavia nei loro cuori, e non ebbero mai coraggio di sfidarlo, giacché le sue mura erano impenetrabili.

La sua guerra aveva creato pace fra la gente, ed ebbe presto notizia dei suoi Maghi: avevano trovato la stella, dicevano, e che era troppo lontana per mandare i demoni a rubarla o gli angeli a trascinarla. Gli dissero ch’era necessario un sacrificio, giacché nessun drago aveva le ali abbastanza grandi per volare fin là sopra; pieno di speranza, il re era disposto a qualunque cosa, e quando udì che avrebbe dovuto restituire il proprio corpo, spogliarsi di esso e renderlo alla terra donde il quale esso proveniva, pianse e nulla riuscì più a consolarlo. Gli si spezzò il cuore in mille pezzi, avvertí la sabbia scorrere nella clessidra d’oro e lo Spirito della Vita gli fece visita. Parlarono tutta la notte del bene e del male, della vita che scorre e di quelle che il cielo si riprende, e che trasforma in stelle. Parlarono di errori e di ingenuità, di come si formano i metalli nella miniera allo stesso modo che succede nello spirito dell’uomo, e delle scelte grottesche e sagge.

Si scambiarono parole sull’amore e sulla memoria, dopodiché furono concordi nel cercare il male all’interno di ogni felicità scappata via, e trovarono assieme la soluzione nel perdono.

Corsero ruscelli salati lungo le rughe del sovrano, e diede congedo al mondo e al suo corpo per l’ultima volta. Prese la mano dello Spirito ed insieme andarono via verso le stelle.

S’accese la luce in ogni dove e gli uccelli portarono la notizia agli uomini e alle bestie: il re era partito per le stelle.

Quel glorioso giorno ogni maestro portò con sè i propri strumenti, e le genti d’ogni terra, spinte dai canti, si ricongiunse al centro del mondo per suonare tutti assieme una bellissima canzone: ballarono e cantarono per giorni, e tornò per sempre la pace sulla terra.

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Discussioni

  1. “tutti quei posti scuri che fanno paura di notte senza una stella in tasca.”
    che bella questa immagine. Mi ha causato istintivamente un sorriso ed un brivido di nostalgia, non so perchè.
    So però che con le tue parole sorpassi la mente razionale e dialoghi direttamente col subconscio del lettore, con le sue emozioni.

  2. La definirei una favola gotica, cupa ma al tempo stesso con una luce sottesa tra le parole, dotate di una prosa filosofica, talvolta quasi poetica. Una scrittura non diretta ma che attraverso una metafora porta il protagonista a una redenzione finale, in punto di morte. La perdita di qualcosa/qualcuno a noi caro a volte trasforma l’animo e si cambia, talvolta in senso negativo ma c’è per tutti una possibilità di ritrovamento di se stessi ed è quello che l’autore offre all’Iperboreo.

  3. Mannaggia a questa mitologica popolazione, hanno combinato un bel po’ di guai, compresa la guerra e la dittatura presente nella tua fiaba, ma, anche lui, il pover uomo senza nome, era pur sempre un uomo, anch’egli era fatto di carne e ossa, nonostante la sua leggendaria natura, pure lui, nonostante fosse in grado di tenere una stella in mano, provava dei sentimenti, gli stessi che ognuno di noi prova giornalmente, quei sentimenti cupi che ci divorano le viscere, che ci rendono quello che siamo, che a volte, ci aiutano a riemergere dallo sconforto creato da loro stesi, mentre altre volte ci spingono a cercare aiuto; quei sentimenti hanno sconvolto il povero iperboreo senza nome fino al punto di sacrificare se stesso, non per gli altri, si badi, bensì per puro senso egoistico e personale, per se stesso. D’altronde, se non siamo noi stessi i primi ad amarci, chi potrebbe farlo? E se questo amore scade in quello che spesso viene definito egoismo, che ben venga.
    Bella fiaba, bella scrittura.
    Alla prossima.

    1. Molte grazie.
      La redenzione che cerchiamo spesso è conseguenza di una perdita, una svista nostra e delle realtà che cerchiamo, dietro le quali abbiamo amato e sofferto la perdita di quell’amore.
      A ogni uomo il suo tormento.

  4. Un bel sogno leggero e maledetto, che trovo alla fine una metafora molto contemporanea. Ognuno dovrebbe avere la sua stella e il diritto di perderla per ritrovare dopo un lungo cammino, anche se stesso. Grazie, per questa fiaba commovente scritta in maniera magistrale.

  5. Molto bello, mi è piaciuto davvero un sacco.
    Con un tocco di malinconia, il sacrificio del re verso il finale, ti lascia l’amaro in bocca di una vittoria pagata a caro prezzo. Non me lo aspettavo.
    E leggere il finale festoso in questo 25 aprile, mi riempie di speranza!