Sulla soglia
Serie: Idillio romano
- Episodio 1: Breve storia di un amore
- Episodio 2: Preludio
- Episodio 3: Sulla soglia
- Episodio 4: La fine del vagabondaggio
STAGIONE 1
Si alzò dal letto in religioso silenzio. Camminando in uno stato di parziale distacco dal mondo, a mo’ di sonnambulo si diresse alla porta della stanza, la aprì prestando attenzione a non farla cigolare e fu nel salotto. Siccome non aveva fame né voglia di un caffè, decise che la sua presenza lì era inutile. Ebbe bisogno di vedere con più chiarezza la luce che lo aveva investito mentre era ancora sdraiato, e così si avviò alla porta d’ingresso.
Si dispose sull’uscio di casa senza rammentare bene come fosse arrivato lì; la sua memoria mattutina era lacunosa. Stava in piedi con le gambe appena divaricate e le braccia conserte. A guardarlo di sfuggita da una certa distanza un eventuale osservatore indiscreto avrebbe detto che aspettava visitatori o che stava di guardia contro una minaccia imminente, senza sapere per quale ipotesi optare. Ma in effetti – bisogna riconoscerlo – custodiva qualcosa di prezioso in sé che per il momento non voleva condividere, e nella stanza da cui era appena uscito era prossima al risveglio colei che era oggetto del suo pensare; dunque, se il suddetto visitatore fosse stato al corrente dello stato d’animo in cui lui versava, avrebbe scelto come minimo la seconda opzione.
Il corso dei suoi pensieri non conosceva sosta, e procedeva placido ma inesorabile nell’alveo scavato tra le sinapsi; poteva quasi sentirne lo scorrere: era un piacevole white noise, l’ideale per dare l’abbrivio alla giornata.
Quando si accorse che era proprio il sole a dargli il buongiorno con voce suadente, al posto della prevista e temuta foschia accompagnata dal picchiettare della pioggia, prestò attenzione a quella voce: lo invitava a uscire, a sgranchirsi le gambe. Era comprensibile: perché non godersi la pacatezza di quei carezzevoli raggi di luce?
Tutto era ancora cosparso di una tinta vagamente sanguigna, che faceva apparire le nuvole ammassate in cielo come complici di una congiura ai danni del sole in parte celato.
Il suo sguardo ozioso percorreva il giardino in lungo e in largo, come a voler decifrare dei profili che gli apparivano ancora incerti e sfumati nella caligine sonnolenta che ancora lo avvolgeva.
Per via della pioggia notturna le foglie bagnate, sotto quella certa luce, spiccavano come piccole paillettes sanguinolente, a ricordargli qualche sgargiante paesaggio di Van Gogh visto chissà quanto tempo prima, chissà dove…
E poi… Si avvide di un fenomeno che avrebbe ricordato negli anni a venire, che lo avrebbe segnato nel profondo, in cui si sarebbe cullato fino alla fine dei suoi giorni.
Malgrado il fruscio delle fronde mosse dal vento e il cinguettio dei primi uccelli – tutto un vibrante tappeto sonoro in quel margine di mondo –, e con tutti gli ostacoli e la distanza che il profumo dei capelli di lei doveva vincere per arrivare a lui, e sotto vampate occasionali di puzza di pelo canino di origine ignota, e nel cuore di certe correnti ascensionali di aroma di foglia morta che sembravano trasferirne i pigmenti spenti nell’aria circostante quasi a pennellate, dando l’illusione di vedere gli odori della terra e di sentire più profondamente che in altri periodi dell’anno oggetti trascurabili, brutti e morenti come le foglie, i peli e l’erba campestre, ebbene: pure con questi elementi avversi, comunque sì, l’odore dei capelli di lei gli arrivava, vinceva senza dubbio, e lo attirava verso un mondo parallelo fatto di sole piramidi olfattive fruttate, delicate e in certo modo tenere, e dove tutto quello che esisteva era soggetto a leggi tranquille; dove lo sviluppo del sentimento umano era garantito da tempi di attesa di portata orogenetica, quasi a somiglianza del processo di formazione di titaniche catene montuose che, al contrario del loro amore, si sarebbero erose nel corso dei millenni; dove il tempo di attesa di una risposta dall’amata era contemplazione; dove nella contemplazione c’erano gioia e trepidazione: poiché con lei e grazie a lei era gioioso, trepidante e timoroso.
A sapere tutto questo il mondo prese a vorticargli intorno. Ecco spiegato il mistero del suo timore: stava immaginando di camminare in quel giardino con lei, per un sentiero sterrato, dritto nel mezzo di un prato ben tenuto da cui si innalzavano alberi dai tronchi contorti e dalle cortecce sbiadite, come se la pioggia le avesse private dei pigmenti necessari a conferire a tutti gli alberi quella parvenza di vitalità insita in ogni oggetto dai colori sgargianti.
S’immaginò l’erba secca in più punti, ma un’aggiunta di chiazze giallastre qua e là non faceva che rendere più appetibile alla vista quel panorama protetto in alto dalle fronde delle piante. E poi, come si sarebbero presto accorti, il sole avrebbe definitivamente ceduto il posto alle nuvole, sicché una precoce atmosfera notturna si sarebbe fatta strada intorno a loro, fino a sconfinare nei loro cuori gravati dal silenzio; e sempre nel silenzio ognuno avrebbe trovato le parole che prima o poi avrebbe proferito.
Sempre reggendosi come poteva sull’uscio ebbe l’impressione che mille riproduzioni dei suoi occhi lo stavano osservando, e proseguì la sua visione.
Magari a un certo punto, immaginava, si sarebbe accucciata al suo fianco, avrebbe preso un pugno di quella terra argillosa, e gliel’avrebbe consegnato come ricordo di quella nottata trascorsa insieme. Quella zolla di terra l’avrebbe custodita, magari in un barattolo ben sigillato, e di tanto in tanto lo avrebbe scoperchiato per sentirne l’odore: immaginava che come Grenouille avrebbe captato ogni frazione infinitesimale del profumo delle sue mani, e che così avrebbe ricostruito nel laboratorio della sua mente l’immagine del suo corpo, capelli e occhi compresi; e avrebbe rivissuto, quando lo avesse voluto, quelle splendide ore. Ecco: Proust rivisse la sua vita allorché la madeleine si sciolse nella sua bocca: questione di gusto; lui, invece, avrebbe rivissuto col potere smisurato del suo olfatto – così immaginava – una fredda e poco ventilata notte intinta nei ricordi dal sapore dell’amore.
Questo immaginava, e quasi sentì di perdere le forze, di essere sul punto di farsi travolgere dalla corrente.
Prese la sua decisione: si mosse e con nascente vigore si avviò per il cancello. Era proprio ora di sgranchirsi le gambe.
Serie: Idillio romano
- Episodio 1: Breve storia di un amore
- Episodio 2: Preludio
- Episodio 3: Sulla soglia
- Episodio 4: La fine del vagabondaggio
Ammetto di aver proseguito con grande piacere la lettura della tua serie, dopo essere rimasta incuriosita dal primo episodio. Fra il secondo e il terzo, lo stile sembra quasi cambiare. Anzi, non solamente quello, anche l’ambientazione e soprattutto il fatto di trovarci fuori o dentro alla mente del protagonista. Egli stesso, non sembra la medesima persona che incontriamo nel giardino e osserviamo interagire con il padrone di casa, custode delle fatidiche chiavi. Nel terzo episodio il protagonista sembra, di nuovo, staccarsi da terra quei dieci centimetri che bastano per immaginarlo poeta bohemien anziché giardiniere. Tu, però, non ci lasci sospesi e con l’ultima frase ci riporti sulla terra: perché, in fondo, anche un poeta ha diritto di sentire il bisogno di sgranchirsi le gambe.