Sull’autobus di notte 

Serie: Cinquanta Racconti


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Sono sull’autobus, quello notturno che attraversa Milano come un fantasma. Il rumore del motore è l’unico suono che rompe il silenzio. Fuori, la città sembra morta: nessuno per strada, solo lampioni che illuminano il vuoto. Le luci al neon delle insegne lampeggiano debolmente, come se stessero morendo anche loro. E io? Io sono qui, seduto, a guardare fuori dal finestrino. Ma non vedo niente. Non c’è niente da vedere.

Lei sale alla fermata successiva. Una donna stanca, con una divisa che racconta di un lavoro più pesante di quanto valga la pena. Infermiera, forse. O cassiera di un supermercato. Non importa. È tardi, o forse è presto. Lei sembra fatta di caffè e sigarette, di notti passate a fare qualcosa che non le interessa più. Ha i capelli raccolti in una coda disordinata, il viso segnato dalla stanchezza. Passa davanti a me e si siede qualche posto più avanti. La osservo di spalle, il suo corpo che si affloscia sul sedile come svuotato.

L’autobus riparte, sobbalza lungo la strada deserta. Lei guarda fuori dal finestrino, ma non sta guardando davvero. Sta pensando a qualcosa, qualcosa di lontano. Forse a una casa vuota, un letto sfatto, una bottiglia di vino mezza vuota sul tavolo della cucina. La immagino entrare in un appartamento che odora di detersivo e solitudine, magari con la TV accesa su un programma inutile, solo per riempire il silenzio.

Mi sporgo un po’ in avanti per osservarla meglio, ma lei non mi vede. È troppo persa nel suo mondo, troppo stanca per accorgersi di me o di chiunque altro. Fa scorrere una mano tra i capelli, poi appoggia la testa contro il vetro. Sembra sul punto di crollare, di chiudere gli occhi e non riaprirli fino a quando tutto questo casino sarà finito.

Mi chiedo cosa la tenga in piedi. Cosa la faccia salire su questo autobus ogni notte, affrontare turni di lavoro di cui non importa niente a nessuno. La immagino subire le giornate, con gente che la ignora o la tratta come un oggetto. E lei? Lei incassa, sorride, e poi torna a casa, a morire un po’ ogni sera.

L’autobus si ferma di nuovo. Nessuno sale. Nessuno scende. Solo io e lei, due estranei che condividono lo stesso spazio per qualche minuto. Mi chiedo se lo sappia, se senta come questa città ci isola, ci rende invisibili l’uno all’altra. Forse siamo tutti invisibili, di notte.

Lei tira fuori il telefono, lo guarda distrattamente, senza aspettarsi nulla. Forse è solo un’abitudine. Forse sta cercando di scacciare un pensiero che non vuole affrontare. Poi rimette via il telefono, appoggiandosi al sedile come per abbandonarsi del tutto.

Mi passa per la mente di dirle qualcosa. Una frase stupida, del tipo: “Brutta serata?” o “Anche tu in giro a quest’ora?” Ma non lo faccio. So già come andrebbe a finire. Lei mi guarderebbe, farebbe un mezzo sorriso educato, poi tornerebbe al suo mondo. Perché, alla fine, siamo solo due pezzi di carne su un autobus che attraversa una città indifferente.

Il bus si ferma ancora. La vedo alzarsi, barcollare leggermente mentre si avvicina alla porta. Scende senza voltarsi indietro. La seguo con lo sguardo mentre si perde tra i lampioni, inghiottita dall’oscurità, diretta verso quel posto che chiama casa, anche se probabilmente non lo è davvero.

Rimango lì, sull’autobus, a fissare l’ombra che svanisce. Poi il bus riparte, lasciandomi di nuovo solo, come se lei non fosse mai esistita.

Serie: Cinquanta Racconti


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Discussioni

  1. Una penna consapevole, basata (tra le varie cose) di tanto esperienziale. Ci vuole anche un giusto occhio, per osservare e riportare verità come quelle narrate qui, nonché una grande dose di poetica per farlo in questo modo. Sei molto bravo, complimenti! Ho letto questo perché mi è apparso, appena riesco vado a ritroso a legger con calma dai primi capitoli

  2. Mi hai ricordato “Le passanti” di Fabrizio De Andrè. Ben scritto, mi hai dato l’impressione che la stanchezza della donna sia un riflesso della propria.