
Teresa
Serie: Cinquanta Racconti
- Episodio 1: L’idraulico
- Episodio 2: Una sbronza colossale
- Episodio 3: Eva
- Episodio 4: Un Natale di merda
- Episodio 5: Telefono erotico
- Episodio 6: La sconosciuta
- Episodio 7: Melania
- Episodio 8: Il dolore
- Episodio 9: La donna della domenica
- Episodio 10: Irina
- Episodio 1: Sandra
- Episodio 2: Scrittura creativa
- Episodio 3: L’assenza
- Episodio 4: Il mistero della penna di Flaiano
- Episodio 5: Il ritorno alla strada
- Episodio 6: Florentina
- Episodio 7: Andrea
- Episodio 8: La ragazza del killer
- Episodio 9: Sull’autobus di notte
- Episodio 10: Eugenia
- Episodio 1: A Casa di Loredana
- Episodio 2: Teresa
- Episodio 3: Gineceo
- Episodio 4: Addio
- Episodio 5: Denise
- Episodio 6: Ninna nanna malfamata
- Episodio 7: OF
- Episodio 8: I gemelli Murphy e il fantasma di Joyce
- Episodio 9: Il vino triste prima parte
- Episodio 10: Il vino triste seconda parte
- Episodio 1: Liturgia del desiderio – Parte prima
- Episodio 2: Liturgia del desiderio – Parte seconda
- Episodio 3: Non è successo
- Episodio 4: B-Movie
- Episodio 5: Francesca
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
Mi sveglio con una sensazione di nausea addosso. Saranno le tre del pomeriggio, ma che cazzo importa. Da qualche tempo non riesco a prendere sonno prima dell’alba. Forse è per via di questo ultimo pezzo che mi sta torturando l’anima. Una donna anziana, morta nel suo appartamento, sepolta viva dalla sua stessa esistenza. Un’altra di quelle storie a cui non riesco mai ad abituarmi, e che ogni volta lasciano un sapore amaro in bocca.
Eppure, questa volta c’è qualcosa di diverso. Forse sono i dettagli. Il corpo trovato solo per il puzzo che aveva infestato tutto il palazzo. Giorni, settimane a decomporsi lì dentro, da sola. Nessuno che si fosse accorto che mancava. Nessuno che si fosse chiesto dove cazzo fosse finita.
Accendo una sigaretta e mi siedo al tavolo della cucina. Lo schermo del computer è ancora acceso, la pagina bianca mi sfida come una vecchia puttana che non ha più nulla da dare. Mi gratto il mento, cercando di ricordare gli appunti che ho preso. La donna si chiamava Teresa, se non sbaglio. Ottant’anni suonati. Viveva da sola, vedova da decenni, senza figli, senza parenti vicini. Cazzo, senza nessuno. Tutto sommato, non era poi così strano che fosse stata dimenticata. Gente così ne trovi a ogni angolo di questa fottuta città.
Eppure, c’è qualcosa che mi tormenta. Non riesco a lasciar perdere. La faccenda puzza più della sua decomposizione.
Esco di casa e prendo la metro. La periferia di Milano ha sempre quel senso di abbandono, come un animale ferito che non vuole più combattere. Arrivo davanti al palazzo. Un edificio grigio, anonimo, con il cortile pieno di cartacce e il cancello che cigola come una vecchia in agonia. L’odore della morte se n’è andato ormai, ma mi sembra ancora di sentirlo, come un fantasma che si rifiuta di andarsene.
Inizio a fare domande in giro. Il panettiere all’angolo, quello con la pancia gonfia di birra e il grembiule sporco di farina, si stringe nelle spalle quando gli chiedo se conoscesse Teresa.
“Sì, veniva qui ogni tanto” dice. “Ma è da un po’ che non la vedevo. Pensavo fosse partita o roba del genere.”
Partita. A ottant’anni. Già.
La vicina di casa, una donna con il volto scavato dalla fatica, mi guarda come se fossi un alieno.
“Non ci parlavo molto” dice. “Faceva la sua vita, io la mia. Non mi sembrava strano che non la vedessi per un po’. Pensavo fosse in ospedale.”
Ospedale. Il solito pensiero confortante per non sentirsi in colpa. Nessuno vuole pensare che il proprio vicino stia marcendo a pochi passi da casa. È più facile pensare che sia da qualche parte, curato da mani invisibili, lontano dagli occhi e dai pensieri.
Poi vado a parlare con il portiere del palazzo. Un uomo anziano, che se ne sta seduto nella sua guardiola sporca di polvere e vecchie riviste. Lo trovo immerso in una partita di carte online sul computer, come se fosse l’unico modo per non morire di noia in quel posto di merda.
“Teresa?” ripete, quando gli chiedo. “Ah, sì. Non la vedevo da un po’. Pensavo fosse morta già da tempo, a dire il vero. Non mi è mai piaciuta quella vecchia.”
Il tono con cui lo dice mi fa venire voglia di dargli un pugno in faccia. Ma mi trattengo. Che cazzo serve? Non cambierebbe niente. È solo l’ennesimo bastardo che ha scelto di non vedere. Come tutti gli altri.
Fisso la finestra del suo appartamento, quella che dà sulla strada principale. La guardo per un po’, e mi viene da pensare: quante cazzo di persone saranno passate qui davanti ogni giorno? Quanti avranno buttato l’occhio su quella finestra sporca, senza notare che dentro non c’era più vita? Un vetro opaco, una tenda che non si muoveva mai. Ma nessuno si ferma più a osservare. Troppa fretta, troppa indifferenza.
Torno a casa e accendo il computer. La pagina bianca mi aspetta ancora. Mi sembra di sentirla ridere. Comincio a scrivere, ma le parole mi escono pesanti, come se dovessi sputarle fuori a forza.
Scrivo della morte di Teresa, sì, ma non solo. Scrivo di quel palazzo, di quei vicini, del panettiere, del portiere, di tutti quelli che non hanno visto. Di tutti quelli che, in fondo, non volevano vedere. Perché, cazzo, è più facile così. È più facile ignorare che affrontare la realtà di una vecchia che muore da sola nel suo appartamento. Una vita intera ridotta a un mucchio di ossa e carne putrefatta, scoperta solo perché puzzava troppo.
Quando finisco di scrivere, mi sento svuotato. La storia è lì, nero su bianco, ma non so se ha davvero un senso. Cosa cambia? Teresa è morta e nessuno ci ha fatto caso. E la cosa peggiore è che continuerà a succedere. Non è un caso isolato, è solo un’altra pagina di cronaca. E domani ce ne sarà un’altra. Un’altra storia di merda, un altro pezzo che finirà dimenticato come tutto il resto.
Esco sul balcone e accendo un’altra sigaretta. Guardo giù, verso la strada. La gente continua a camminare, ognuno per i cazzi suoi, ognuno immerso nella propria fottuta indifferenza. C’è qualcosa di peggio della violenza, sì. È quella cazzo di indifferenza che ci avvolge tutti, quella che ci fa chiudere gli occhi anche quando dovremmo aprirli. Quella che ci uccide, un po’ alla volta, senza nemmeno far rumore.
Sbuffo il fumo della sigaretta e guardo verso il cielo. Scuro, pieno di nubi. Un cielo che non promette niente di buono. Ma non importa. Perché, alla fine, il mondo va avanti, che tu lo voglia o no. Anche se crolli, anche se muori da solo in un appartamento di merda, dimenticato da tutti, il mondo va avanti.
E questo è il vero orrore.
Serie: Cinquanta Racconti
- Episodio 1: A Casa di Loredana
- Episodio 2: Teresa
- Episodio 3: Gineceo
- Episodio 4: Addio
- Episodio 5: Denise
- Episodio 6: Ninna nanna malfamata
- Episodio 7: OF
- Episodio 8: I gemelli Murphy e il fantasma di Joyce
- Episodio 9: Il vino triste prima parte
- Episodio 10: Il vino triste seconda parte
Un male dei nostri tempi, delle nostre città troppo grandi e spersonalizzanti, di questa vita che ti permette di viaggiare per tutto il mondo e di non curarti di un vicino che manca, che muore.
Credo che se una colpa ci sia questa non è del portiere, della vicina o del panettiere, ma di una questione sociale. Potrebbero passare un milione di persone davanti a quella finestra,a nessuno si chiederebbe nulla, perché siamo abituati così.
Un argomento molto toccante, mi ritrovo assai nel pensiero del protagonista ed ho sempre pensato le sue stesse cose. Forse anche per questo mi è risultato il tutto un po’ piatto, anche se iniziare e.chiudere la storia in così poche parole praticamente ti obbliga ad esserlo.