Tetrodotossina (TTX)

Serie: Taxi N.4/28


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dimmi tu, se questo mentecatto doveva superarmi proprio così, maledizione" Ah, ma la pagherà, vedrà. Credo lascerò ad ultimo la coppietta e lui, sarà proprio lui il mio prelibato antipasto, rifletteva Frank.

Nel frattempo, consapevole che all’interno del casale nel vasto appezzamento di famiglia lasciato in eredità dal defunto padre fosse già tutto pronto, tirò un sospiro di sollievo. Venne parzialmente rasserenato dalla visualizzazione mentale di quel pacchetto di sigarette sopra un tavolo, sicuro dell’averlo lasciato lì, e gli fremettero le labbra.

Fu come se il sapore del tabacco facesse già parte delle sue fauci, con tutto quel catramoso petrolato a intorpidirgliele piacevolmente. 


Eh, caro mio, stavolta l’hai fatta grossa, lo sai?

Se proprio devi sorpassare qualcuno, almeno assicurati che non stia per girare! disse ad alta voce, girando la testa verso il retro del furgone come a rivolgersi al motociclista.


Aprì il cancello dopo aver sbloccato il grosso lucchetto che teneva insieme due degli arrugginiti anelli, e tolse la catena facendola strisciare così sul metallo. Questa produsse un suono alquanto tetro, che sembrò dovesse durare un eternità.  Dopo esser entrato, parcheggiò poco più avanti e di nuovo, quel rumore lì, a riecheggiare nell’aria, metallo contro metallo. Vibrazioni pesanti scossero l’anonima atmosfera. mentre lui si richiuse il cancello alle spalle.

Dopo il cancello principale, una cinquantina di metri lo separavano da un piccolo capanno in legno con adiacente tettoia antistante al vecchio casolare, il quale imponente, si ergeva a più di cento metri di distanza.

Sollevò un grosso polverone, per arrivare a quel capanno, e vi piazzò il furgone proprio sotto la tettoia, dunque scese.

Finalmente si ritrovò solo, completamente solo, lui e…i suoi tre nuovi amici. 


Dovrò toglierglielo e poi nasconderlo da qualche parte, o distruggerlo. Non era previsto, maledizione.

Gli indumenti e i piccoli oggetti personali son più facili da far sparire, ci sarebbero dovuti essere solo quelli, non anche un dannato casco, pensò.


Stavolta Frank, ben consapevole della necessità, andrà ad utilizzare qualcosa decisamente di diverso, rispetto alle semplici benzodiazepine. Un qualcosa, che trovò perla prima volta durante uno dei suoi viaggi in Thailandia.

Più precisamente fra le miriadi di ben nascoste e poco raccomandabili bancarelle a Samut Prakan, la grande provincia sud-est di Bangkok dove il mercato nero era assai fiorente. Non si fece sfuggire la ghiotta occasione e ne acquistò un degno quantitativo, il tanto che potesse bastargli, almeno inizialmente.

D’altronde anche solo pochissimi millilitri sarebbero stati utili, ai suoi beceri scopi.


Il potente veleno era contenuto all’interno di un barattolino, che ovviamente d’ogni cosa avesse aria fuorché quella di una confezione correttamente sterilizzata, conservato in condizioni a dir poco precarie per chiunque.

Figuriamoci per chi di pulizie maniacali, sterilizzazioni e complesse procedure mediche ne fosse vero esperto, come ad esempio potesse esserlo un chirurgo o che so, un cardiologo, un ex, cardiologo. Proprio come lui, si.

Che nel lontano 2016 venne radiato dall’albo per gravi e sospette negligenze relative a diversi pazienti deceduti. Questi, passati a miglior vita proprio durante svariate operazioni con lui a capo, nonché per via di molteplici furti legati a cospicue sparizioni protratte nel tempo di diverse attrezzature e forniture sanitarie. Ad aggiungersi a tutto ciò ci furono inoltre accuse di stalking, minacce ed intimidazioni verso alcuni familiari di quei precisi pazienti.

Fortunatamente per lui riuscì comunque ad evitarla, la galera, grazie anche ad un particolare cavillo abilmente sfruttato dal suo avvocato, un signorotto profumatamente pagato 500€ all’ora e nonché dalla specifica mancanza di alcune prove precise che sarebbero divenute altrimenti inconfutabili. Quindi fu per via dei suoi numerosi standard, che il modo in cui trovò conservato quel quantitativo del veleno di pesce palla lo trovò alquanto raccapricciante.

Considerato comunque l’uso che dovesse farne mise da parte le sue remore, ed accettò di comprarlo lo stesso nonostante fu conservato in quelle condizioni, oltre gli umani limiti della più precaria igiene.

Fortunatamente quello del pesce palla è un veleno dallo stato liquido, molto denso e viscoso.

Di un bianco lucido quasi incolore, e grazie a questo Frank riuscì facilmente a celarlo all’interno di una piccola boccetta in vetro qualsiasi, messa poi all’interno della valigia, in stiva. In un controllo di routine, molto probabilmente sarebbe apparsa come una qualche crema estetica, uno shampoo da viaggio o qualcosa del genere.

Prese un asta in legno poco di lì a fianco, la allungò, e svitandone la parte superiore fuoriuscì un piccolo gancio.

Lo usò per srotolare alcuni tendaggi da entrambi i lati della tettoia, rendendo impossibile poterne osservare il benché minimo movimento dall’esterno. Accese una rozza e flebile luce gialla, utile quanto bastasse per dargli modo di aprire la porta del capanno. Tornò al furgone, una volta sbloccate le portiere iniziò a trascinarvi i corpi all’interno, uno ad uno, senza fiatare. Non disse una parola, finché tutti i suoi ostaggi vi si trovassero all’interno.

Qui, un particolare meccanismo consentì l’accesso ad un complesso quadro elettrico, grazie al quale poté sbloccare l’ingresso di una grande botola ben celata sul pavimento. Una rampa di scale portava dritti all’inferno, o…al paradiso. Il suo, angolo di paradiso. D’altronde a Frank piaceva chiamarlo proprio così.

Era il suo angolo di pace, quel posto che tutti vorrebbero trovar e poi raggiungere nella loro vita, dove tutto va è perfetto, le cose vanno a meraviglia e il mondo esterno non poteva avere la benché minima influenza su di esso.

Per lui, era proprio questo.


Sistemò bene i corpi a terra, vicino alle mura, nelle quali si trovavano delle grosse ed arrugginite catene.

Dati i suoi innumerevoli calcoli, in ritardo sulla tabella di marcia, si affrettò ad iniettare loro un altra dose di quel sonnifero, questa volta molto più lieve. «Giusto per sicurezza ragazzi, non si sa mai, non me ne vogliate.»

Proseguì dunque a legar loro mani e polsi, assicurandoli poi perfettamente con alcune grosse fascette ai massicci anelli delle catene stesse. Imbavagliò solo la coppia, grazie a delle ball-gag, rosse, dal grande diametro e senza i forellini che servivano ad aiutare la saliva a colare una volta raccoltasi. No, queste erano peggio, la grossa pallina in dura gomma era una delle più costrittive e le serrò al massimo, utilizzando fino all’ultimo tassello possibile.

Conclusa la piccola operazione preliminare, si concentrò sul motociclista, ancora in stato confusionale. 

«Ora iniziamo, dai, tranquillo! Devo solo toglierlo, così ti vedrò finalmente in faccia» lo canzonò, anche se non poteva certo sentirlo correttamente, attraverso il casco che ancora indossava.

Chissà che aspetto avrà, questo pezzente! Ci faremo proprio due grosse risate insieme, vedrai!

Serie: Taxi N.4/28


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ecco che la trama inizia pian piano a srotolarsi, svelando particolari importanti.
    Non avrei mai pensato che Frank potesse essere, in realtà, un medico. Questo spiega diverse cose.
    Mi chiedo cosa ne sarà ora della motociclista.

    1. D’altronde i tassisti, sono sempre molto anonimi! Chissà che mondi celano, almeno in questo caso potremo scoprire qualcosa di uno di loro, Frank, appunto. Radiato, strappato via ingiustamente (per lui), dal suo lavoro, e costretto a ripiegare su altro. La motociclista? Eh, speriamo faccia in tempo a svegliarsi altrimenti si perderà tutto lo spettacolo!