Tziu Luisicu

Serie: Il segreto dei dodici centenari


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo zia Norina, Simplicio, il signor G., Alice, Emme di maggio e tziu Giulliu, ecco il caro tziu Luisicu.

L’ “acqua distillata” (1) e il bianco e il rosso e il rosato, che scorreva, a fiumi, da una vita, nelle “tubature” di tziu Luisicu erano tali che, riversando tutti quei liquidi nei corsi d’acqua della sua zona, anche il Cixerri o il Flumineddu avrebbero potuto esondare di nuovo.

Vita dura, la sua, di miseria, sin da piccolo, di gelo dei campi coperti di brina, in inverno; di caldo torrido e scirocco afoso in estate. In quei giorni di luglio e agosto l’Africa si sentiva come se non ci fosse alcuna striscia di mare, a separare l’isola dal continente nero.

Un tozzo di pane, un pezzo di formaggio e ambuatza (2) fresca, di campo, erano il pasto quotidiano principale. L’unico modo per sopravvivere a quella penuria era un vecchio espediente che induceva la morte, in pochi giorni, di un agnello. La pratica consisteva nel penetrare il povero animale con sa tzinniga, la lunga spina del giunco. In poco tempo, a causa dell’emorragia interna, l’agnello diventava agonizzante, così da poterlo togliere dal gregge con il consenso del padrone; ormai convinto, dal servo, che la bestia fosse affetta da qualche terribile morbo contagioso.

La vittima sacrificale veniva poi scuoiata, sventrata e infilzata con lo spiedo, per diventare uno spuntino ghiotto, da dividere, con la complicità del buio, insieme ad altri sventurati compagni di merende. Sa trattalia, fatta con le interiora, era una delle parti più gradite: polmone e fegato, tagliati a pezzi, venivano infilzati in un altro spiedo e avvolti, con perfetta abilità tecnica, da una rete di budella svuotate e velo intestinale.

Il padrone non avrebbe visto neanche il fumo e non avrebbe sentito, né sapori, né odori. A casa lo aspettava una tavola ben apparecchiata, con tovaglia e tovaglioli di lino. La dispensa ben fornita, la botte piena e la giara dell’olio sempre colma. Lardo, salsicce stagionate e fromas de casu in abbondanza. Strada facendo, il padrone del gregge pregustava il piatto di malloreddus al sugo, con salsiccia fresca in abbondanza, che sua moglie, Dona Zaira, con l’aiuto della giovane Cosetta, avrebbero cucinato per la cena.

Vicino all’ovile, intanto, all’imbrunire, il fuoco iniziava a crepitare, la fiamma confortava e l’agnello arrostiva, emanando il prelibato profumo di ollu ‘e seu.

Il conforto maggiore lo dava sa crocoriga (3), piena di un liquido dolce-amaro e a volte un po’ spunto. Il vermentino e il Cannonau migliore, quello di Jerzu, ben invecchiato, corposo, che macchiava il fondo del bicchiere, era solo sulla tavola, ben imbandita, del padrone.

Quando l’ultima goccia era stata tracannata, sa crocoriga si riempiva di nuovo.

La prima fiaschetta scaldava e scioglieva la lingua; la seconda dava un po’ di euforia; con la terza iniziava il torpore; infine calava la palpebra, tra un sorso e l’altro e un altro ancora.

Luisicu, in uno stato di coma etilico, era caduto sul fuoco ed era rimasto a lungo sulle braci roventi. Le ustioni erano state così gravi da trasformare il suo volto in una maschera, deturpata da cicatrici molto profonde.

La dura lezione non era servita a niente. Luisicu aveva continuato a bere e a sbronzarsi. Da vecchio gli bastava un bicchiere, per iniziare a barcollare. Aveva superato i novant’anni, quando, all’ennesima caduta, si era rotto il femore.

Era rimasto a letto per più di un mese. L’allettamento prolungato gli aveva procurato altre conseguenze importanti. E quando le condizioni si erano aggravate, il medico, dopo averlo visitato, aveva dovuto spiegare ai suoi familiari che, sicuramente, non sarebbe riuscito a superare la notte. Quindi avevano chiamato anche il sacerdote per l’estrema unzione e subito dopo avevano stabilito i turni, per vegliarlo in quelle ore notturne.

Erano passati alcuni giorni e altre notti più tranquille. Quando si era rimesso in piedi Luisicu non era più l’uomo agile e veloce di un tempo. Da giovane, col suo fisico asciutto e leggero come quello di un fantino, quando era sobrio poteva saltare i muretti a secco che delimitavano i pascoli, con un balzo più rapido dei suoi anjoneddus brinkendi (4).

Dopo la frattura del femore, quando aveva ripreso a camminare, doveva andare a rilento, con prudenza, utilizzando un bastone di olivastro. Sa mazzocca, la lunga pertica di ginepro con la capocchia, che aveva usato per guidare il gregge, accantonata, ormai,  da molti anni, non era adatta. Uno dei figli aveva fatto un bastone nuovo, più corto e più leggero.

Il vino non poteva neppure annusarlo, per divieto categorico delle figlie che si occupavano di lui, senza lusinghe e con qualche minaccia tutt’altro che velata.

Il rosso di Dolianova lo avevano sostituito con l’analcolico chinotto, simile soltanto nel colore all’amato vino Parteollese, originario del suo stesso paese di nascita.

Luisicu aveva dovuto accontentarsi; in alternativa avrebbe ricevuto soltanto lo sfratto, immediato, dalle casa delle sei figlie femmine e dei due maschi che, a turno, lo ospitavano.

Una tazza di caffellatte a colazione e un’altra per cena. A pranzo, senza denti e senza dentiera, masticava ogni tipo di pietanza, anche la cotenna croccante del maialetto arrosto, nei giorni di festa.

A fine giornata, puntualmente, ringraziava Dio – pur essendo ateo convinto – per il dono del cibo e per ogni giorno di vita in più.

Era diventato un uomo paziente e riflessivo, quasi un filosofo. Poche cose lo facevano arrabbiare: i diminutivi che secondo lui storpiavano il nome delle persone, lo facevano sbraitare. Imitando le nipoti con un tono risentito, le apostrofava chiedendo “It’è custu Lù, ah, it’è, si podi’ sciri?”. (“Cos’è questo Lù, eh, cos’è, si può sapere?”). Un’atra cosa che non sopportava erano is fabas (5), quando si sentiva preso in giro se qualcuno cercava di convincerlo dello sbarco sulla luna degli Americani.

Di solito, da vecchio, parlava poco, ma quando apriva bocca, le sue frasi erano sempre ironiche o argute, mai banali.

I suoi neuroni, nonostante gli ettolitri di alcool che il suo corpo aveva ingurgitato, erano ancora abbastanza numerosi da renderlo lucido e persino divertente, con le sue solite battute sagaci. Erano lontani i tempi in cui gli capitava d’essere così stordito dai fumi dell’alcool da non riuscire ad orientarsi per ritrovare la strada di casa.

Nella sua famiglia raccontavano spesso che, in quello stato di confusione mentale, si rivolgesse al primo passante per chiedere: “Ma vostei du sciri in nui bivu deu?” (“Ma lei lo sa dove abito io?”).

E poi, quando entrava in casa – di solito accompagnato – la puzza che emanava era insopportabile; non solo per il Nuragus o il Bovale che fuoriusciva da tutti i pori, ma anche per il piscio e il vomito. Lui crollava a peso morto sul letto e subito si addormentava. Maria, sua moglie, lo prendeva per le spalle e lo buttava giù sul pavimento, senza che Luisicu emettesse alcun lamento, per quello spostamento necessario, ma alquanto brusco.

Luisicu era un uomo con un saldo attaccamento alla vita; da giovane amava banchettare, fare baldoria con i suoi compari; da vecchio aveva imparato ad apprezzare le piccole cose, senza bisogno di sedativi per dormire pacifico, molte ore di filato, dopo pranzo e dopo cena,

Negli ultimi anni, dopo quasi un secolo di vita, quando qualcuno dei nipoti, ancora adolescenti, andavano a salutarlo o a fargli gli auguri di compleanno, lui puntualmente ripeteva: “A connosci is fillus de ‘osatrus cojaus”. Ricambiando cioè, con un altro augurio per se stesso, di poter conoscere i figli che sarebbero nati da quei nipoti ancora molto giovani, fino a un’età adulta, da matrimonio.

I 100 anni non era arrivato a compierli, la sua esistenza non era il classico esempio da manuale scientifico; però era riuscito a smentire le numerose teorie di chi sosteneva che un’alimentazione sana e un stile di vita morigerato, senza il logorio dello stress, fossero elementi essenziali per poter aspirare ad una lunga e serena vecchiaia.

(1) Acqua distillata intesa come acquavite.

(2) Ramolaccio selvatico.

(3) Zucca da vino.

(4) Agnelli che saltano.

(5) Le bugie.

Serie: Il segreto dei dodici centenari


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Discussioni

  1. Tziu Luisicu e` uno dei vecchi che ho conosciuto meglio. Tante volte, ancora oggi, anch’io mi domando e dico: se lui e` vissuto cosi` a lungo, nonostante tutto, cosa ci impedisce, con i numerosi vantaggi che abbiamo avuto, noi che abbiamo vissuto a pieno il boom degli anni 60 e 70, di vivere altrettanto a lungo e discretamente sani? Forse l’ aria, o l’ acqua, o la terra e il cibo inquinati, per non dire avvelenati? E forse anche i “veleni” sparsi nei rapporti con gli altri: rancori, invidie, calunnie, odio e violenza verbale espressi in modo diretto o virtuale.
    E i tanti altri elementi tossici che infettano e logorano il nostro sistema immunitario, come un virus che, a lungo andare, potrebbe diventare letale; forse. Oppure chissa`… Questa e` solo una mia delle mie modeste, discutibili ipotesi.
    Grazie Giuseppe, il tuo commento mi ha stimolato; spero di non averti tediato.

  2. Un tipo davvero molto peculiare, Luisicu.
    In effetti, mentre leggevo delle sue “bravate” di gioventù, mi chiedevo come fosse possibile che una persona con uno stile di vita così sregolato fosse stato in grado di giungere ad un’età così avanzata. E poi, nel paragrafo finale, hai espresso perfettamente il pensiero che mi attraversava la mente.
    Che dire, è il perfetto caso del detto “l’eccezione che conferma la regola”.

  3. Il bello di questa serie è che ci mostri tante vite vissute, un’esplorazione a 360 gradi dell’animo umano. Credo che alla fine della serie ogni lettore potrà inquadrare un personaggio a lui in qualche modo rassomigliante.

    1. Ciao Francesco, grazie. Non sono mai abbastanza sicura, quando cerco di delineare i profili di questi centenari che, a parte tziu Giulliu, ho conosciuto, credo, abbastanza bene, di rendere il giusto merito alla loro memoria, o piuttosto, come per tziu Luisicu, di fargli un torto, raccontando anche le loro “malefatte”. I vostri commenti, anche il tuo, mi aiutano ad assolvermi; percio` grazie di nuovo.

  4. Ogni volta che leggo un nuovo personaggio, mi sento più ricca, evidentemente le esperienze di vita arcaica dei tuoi centenari vanno a colmare vuoti che appartengono al nostro tempo, anche se si tratta di vite dure e a tratti spietate. Con questa serie è come se tu li riportassi in vita per dirci qualcosa, a me fa questo effetto e ne sono felice. Brava.

    1. Ciao Bettina, grazie. Mi hai suscitato un dubbio: sto cercando, forse di elaborare conflitti e sofferenze irrisolte, personali o familiari, che possono essere percepite e fatte proprie anche da un sentire comune?
      Boh? L’ importante e` scrivere, perche` ci piace. E leggere, poi, commenti come il tuo e` una gioia che risarcisce un po` per volta, da cio` che e` stato.

  5. Mi sono commossa leggendo questo racconto, soprattutto nella parte iniziale dove hai illustrato così bene la tecnica di sopravvivenza attuata dai poveri pastori per non morire di fame. Hai usato termini ed espressioni così vive e precise che pareva quasi di essere lì con loro. La scena del fuoco, poi. Veramente terribile e gli ultimi anni…Cosa possiamo dire se non che questa tua è una delle serie migliori presenti adesso qui sulla piattaforma. Uno spaccato di vite così reale e commovente da meritare un applauso. Bravissima

    1. Grazie Cristiana, senza questi continui incoraggiamenti non so se avrei continuato a dedicare tempo, riflessioni e un’ intensa ricerca nell’ archivio della memoria di un tempo che, per lo piu`, e` un passato remoto. Una delle tante perplessita` iniziali era legata all’eta` e alle preferenze degli autori e delle autrici di Open: soprattutto giovani o, comunque, piu` giovani di me. Non avevo alcuna certezza sull’ interesse che avrebbe potuto suscitare questa serie di seniors, nati e vissuti in un’ altra epoca e descritti con la mia tecnica di scrittura imperfetta.
      Ancora una volta, quindi, ti ringrazio🙏

    1. Ciao Roberto, grazie 🙏. Il piacere e` soprattutto mio, nello scrivere e nel constatare che posso condividere con tante persone come te: attente, sensibili e gentili. Piccole storie vissute, ripensate e scandite dallo stesso ritmo della vibrazione emotiva che sento per loro: i protagonisti di questa serie.

    1. Ciao Giancarlo, non vorrei svelare cosa fosse per me quest’ uomo, posso dire soltanto che anch’ io, in un certo senso, anche se non e` stato un uomo esemplare per i suoi figli e neppure un cittadino modello, lo ammiravo, per tutto cio che, a modo suo, ha saputo superare, adattandosi alla dura realta`, in una lotta continua per la sopravvivenza. Ho provato a descrivere solo alcuni aspetti; in realta` le tribolazioni della sua lunga vita sono state piu` numerose e talvolta tragiche.
      Ti ringrazio per l’ attenzione e il conforto che riesci a trasmettere, ogni volta, con le tue parole.

  6. Quelle che ci fai assaporare sono brandelli di esistenze che si gustano lentamente, cercando di scorgerne un senso, un trucco, un segreto nascosto tra le pieghe di una ruga profonda. Non so se avrei voglia di vivere mille anni o anche solo cento… Non di questa vita almeno, ma è confortante sapere quanta vitalità, quanta esperienza e quanta (in questo caso ,poca…) saggezza celata in anni di vissuto.
    Come ormai mi hai abituato, quando ti leggo, riesci a farmi cogliere odori, sapori e colori di posti che non ho mai provato e ogni volta mi godo la vista di questa piccola finestra che apri. Grazie M.

    1. “Quelle che ci fai assaporare sono brandelli di esistenze che si gustano lentamente, cercando di scorgerne un senso, un trucco, un segreto nascosto tra le pieghe di una ruga profonda.”
      Questa tua frase e` piu` di un commento, un verso poetico, un’ osservazione generosa e arguta: me la segno, per non dimenticarla; quando il tono del mio umore avra` un calo, andro` a rileggerla, insieme alle tante parole gentili che hai scritto altre volte. Grazie Emiliano 🙏 T.V.B.

  7. Ciao Maria Luisa, bello ed affettuoso questo ritratto di Tziu Luisicu, che con i suoi quasi cent’anni smentisce tante teorie. In questo momento sono a migliaia di chilometri dalla tua bellissima terra, ma leggendoti ne sento il dialetto e i profumi come fossi lì.

  8. Un altro ritratto che mi fa viaggiare direttamente nelle tue terre. Nel tuo modo di narrare e nella scelta dei personaggi mi torna in mente Fabrizio De Andre.

    1. Ciao Zelda, grazie 🙏. Non potevi scrivermi parole piu` gradite: l’ intento del racconto inteso anche come viaggio virtuale, mentale e un po’ sentimentale, da parte mia c’e` sempre. La mia terra in primo piano, in questa e in altre serie, e` un’esigenza che sento forte. Su De Andre`, che dire? Una passione che non finira` mai.