UN PIRATA A VENEZIA
La tenebrosa e piovosa notte era calata nell’isola di Venezia, che si trovava avvolta in una densa coltre di nebbia bianca, che evaporava dai canali. Nell’aria soffiava impetuoso il vento gelido di Dicembre che faceva tremare le candide lenzuola penzolanti dai balconi delle abitazioni. Ogni calle era immersa nella più totale oscurità. Nell’acqua nera della laguna, la luna piena si specchiava, mostrando il suo volto pallido e sfigurato. Nell’atmosfera regnava un silenzio di morte, accentuato dall’odore salmastro che proveniva dai canali, dove alcune lucide gondole venivano cullate dalla dolce marea notturna. Da un alto campanile un corvo gracchiò. All’improvviso l’orologio batté la mezzanotte. Il suono acuto si disperse nel bacino di San Marco.
Stava arrivando…
Nella profonda notte silenziosa si percepì una strana e misteriosa presenza che stava avanzando indisturbata. Tra la foschia che avvolgeva il mare si udì uno sciabordio di onde.
Una nave pirata navigava nella laguna di Venezia.
Il vascello attraccò all’Arsenale di Venezia.
Scese un’alta ombra. Aveva una gamba di legno e sul capo portava un tricorno.
A passo lento e pesante si incamminò verso il pontile.
Il suo rumore di passi riecheggiò nella notte.
Camminava nella fredda notte di Venezia.
Poco dopo entrò in una locanda ancora aperta.
L’uomo sconosciuto si diresse verso il bancone, dopodiché si sedette ansimante, stanco e affaticato.
Un uomo intento a spolverare alcuni bicchieri di cristallo, gli si avvicinò cautamente.
«Buonasera. Desidera qualcosa da bere?»
«Del Rum?» Tagliò corto lui.
«Del Rum?» Il titolare rimase un attimo interdetto, poi aggiunse sospirando. «Noi non abbiamo il Rum. Le può andare bene della Graspa*?»
«Tutto quello che avete di alcolico, basta che sia forte tanto da farmi annebbiare i sensi e farmi dimenticare chi sono», rispose con voce rauca e rotta.
Il proprietario della locanda accontentò subito lo sconosciuto.
«Ecco tenga a lei.» Gli spinse i bicchierini sotto il naso.
«Grazie. Salute», alzò il primo in aria e lo tracannò giù tutto su un colpo.
Una donna sconosciuta se ne stava lì, in un angolo, avvolta nella penombra a osservarlo. Studiava con insistenza l’uomo voltato di spalle, mentre sopra al tavolo aveva dei Tarocchi scoperti.
«Percepisco il suo dolore, la sua sofferenza. Il suo cuore si è spezzato in mille pezzi. Si sente solo e triste al mondo, senza amore, con nessuno più da amare, deve fare male, molto male…»
L’uomo si voltò di scatto verso la donna.
Venne immediatamente ipnotizzato dai suo occhi viola intenso che lo stavano scrutando e ammirando da un bel po’ di tempo, mentre accarezzava il gatto seduto sulle sue gambe.
«Non si intrometta in affari che non la riguardano», sbottò seccato e irritato.
«Hai bisogno di parlare? Non avere paura di sfogarti con un’amica.»
«Amica?» L’uomo sbatté un bicchiere sul bancone e rise con tono beffardo. Si voltò di spalle e poi bevve un altro bicchiere di graspa. «Non so nemmeno chi siete e non sono interessato a conoscerla. Qui io sono solo di passaggio.»
«Secondo me, invece, rimarrete molto più a lungo di quanto crediate.»
«Ma lei come fa a sapere certe cose. Non mi conosce.» Si girò nuovamente verso di lei, puntandole gli occhi contro.
«Non ho bisogno di conoscere le persone esteriormente, quando so leggere dentro le loro anime.»
L’uomo a quel punto si alzò.
Barcollando leggermente si diresse verso la signora incappucciata.
Si accorse subito che sopra al tavolo c’erano tre carte scoperte, ciascuna con rappresentata una figura diversa e macabra, tanto che all’uomo gli si accapponò la pelle.
L’uomo sgranò gli occhi inorridito e indietreggiò di qualche passo.
«Ma lei mi ha fatto i Tarocchi?»
«Li faccio a tutti quelli che incontro.»
L’uomo fece per voltarsi, ma la signora si alzò, strisciando la sedia rumorosamente all’indietro. Il gatto sobbalzò e scivolò a terra, nascondendosi sotto l’abito a balze nere e viola bordate di pizzo.
«Piacere, sono Evanora. Prego si sieda pure davanti a me, non mordo.»
L’uomo si arrese e riluttante si sedette proprio di fronte a lei.
«Bene bene», pronunciò la fattucchiera, appoggiando gli avambracci sul tavolo e sporgendosi di più verso l’uomo. «Allora chi è lei?»
«Sono un pirata. Vengo dal Mar dei Caraibi. Sono un capitano di un vascello. Sono The Phocean Edward.» Si presentò sospirando, poi si tolse il tricorno e lo strinse fra le mani.
La strega l’osservò con grande ammirazione, incantata dal suo volto.
Venne ammaliata dalla sua enigmatica bellezza.
«Si sente in colpa Capitano?»
«Non avrei dovuto farla venire insieme a me, poteva rimanere a Tortuga. L’oceano sa essere molto pericoloso e impavido. Inoltre nasconde molti segreti, dei quali nessuno né è mai a conoscenza.»
«Non è colpa sua. Ogni persona ha un destino che l’attende. E il destino di tutti comunque è segnato dalla morte, da quella di certo nessuno può sfuggire.»
«Avrei potuto salvarla.» Il pirata guardò il suo cappello. «Era entrata nella mia vita come un raggio di sole che spacca le nuvole durante una tempesta. È stata colpa di quel maledetto tesoro, anch’esso miseramente perduto nell’oceano.»
«Le va di raccontarmi di lei e di come vi siete conosciuti? Solo se vuole, so che è doloroso rimuginare nel passato.»
Edward si mise a sedere più comodo sulla sedia e iniziò a raccontare la sua tragica avventura.
«Si chiamava Alyssa Brooke. Mi innamorai di lei la prima volta che la intravidi su quella spiaggia. Mi avvicinai e mi presentai dinanzi a lei con discrezione.
Fui sorpreso quando lei non mostrò alcun timore nei miei confronti. Anzi fu molto curiosa e affascinata, non le importava che fossi un pirata, voleva conoscermi di più e io non vedevo l’ora di conoscere lei.
Ogni sera ritornavo sulla sua isola per incontrarla. Una sera, però, le dovetti confessare che non mi avrebbe più rivisto, perché ero alla ricerca da mesi di un tesoro perso in mezzo all’oceano. Non volle lasciarmi andare da solo a compiere questa difficile impresa. Non accettava di separarsi da me per così troppi giorni. Io sciocco innamorato, cedetti ai suoi capricci e la lasciai venire. Abbandonò la sua famiglia di poveri contadini per scappare con me, per sempre.
La portai così all’avventura. Lei era davvero entusiasta, ma non si aspettava che l’oceano fosse in realtà pieno di rischi e pericoli imminenti. Nonostante ciò, non demorse mai e mano nella mano, insieme anche alla mia ciurma, navigammo giorni e notti, finché non ci addentrammo nel Triangolo. Eravamo ormai sempre più vicini al nostro tesoro. Approdammo e, dopo svariate e stancanti ricerche, fu proprio Alyssa a scovare il forziere contenente la corona. Riuscimmo a scappare in tempo dall’isola senza imprevisti, ma una violenta tempesta in mare ci colse impreparati. Il giorno dopo, all’orizzonte, vedemmo avanzare veloce la nave di Barbanera…»
Edward respirò a fondo, un magone gli si era creato in gola.
«Ci dichiarò guerra. Voleva a tutti i costi quella maledetta corona. Combattemmo duramente e a lungo, fin quando i membri della mia ciurma stanchi e stremati si arresero e caddero uno a uno sotto il suo dominio. Morirono tutti. Ci bombardò con i suoi cannoni. Mi ricordai di Alyssa, l’avevo lasciata sola, in custodia del tesoro senza nemmeno un’arma per difendersi. Mi venne un colpo al cuore. Mi voltai sul pontile e la vidi tra le grinfie di Barbanera. Sapevo che era giunta la sua fine, sapevo che non l’avrebbe risparmiata, non risparmia mai nessuno quel pirata. Lei urlava, piangeva, singhiozzava e ansimava dal terrore, sapeva che stava andando incontro alla morte. Barbanera estrasse la spada e le tagliò la gola. Poi prese il forziere con la corona e se ne andò, scappando con la sua ciurma verso il mare aperto.»
Il capitano stava piangendo, aveva il volto rigato di infinite lacrime colme di dolore.
La strega le porse un fazzoletto inamidato.
Lui lo prese e si asciugò il volto.
«Soffocò nel suo stesso sangue. Il suo corpo agonizzante morì davanti ai miei occhi.»
Il pirata si asciugò altre lacrime dal viso e adagiò il fazzoletto sul tavolo.
«La seppellii nell’oceano con la consapevolezza di non poterla riavere mai più. Il mio cuore si ruppe in mille pezzi. Quel bastardo ha ucciso il mio amore.»
Edward guardò dritto Evanora, con gli occhi gonfi di lacrime che non volevano smettere di scendere.
«Ho perso il mio amore per sempre. Come si fa ad avere tutto e poi in un secondo a non avere più niente?»
«Deve essere stata veramente una scioccante e tragica perdita per lei, Capitano. Come mai ora è qui a Venezia?»
«Non lo so nemmeno io. Ho una nave sfasciata che galleggia per miracolo, mi serve aiuto per ripararla e ripartire. Voglio ricominciare una nuova vita. Ho sentito parlare di questa città come se qui la gente vivesse in una di fiaba.»
«Hai sentito bene, mio caro Capitano. Qui è Carnevale tutti i giorni.»
«Ma non penso di rimanerci a lungo, io vivo per mare, quella è la mia vita.»
Non si affretti a ripartire. Scoprirà molti belli tesori qui a Venezia.»
La strega si riprese il suo fazzoletto bianco. «Il tempo guarirà le sue ferite Capitano.»
Il pirata si alzò dalla sedia e si rimise il tricorno in testa.
Prima che uscisse la strega gli rivolse le sue ultime parole.
«Caro Capitano, navigate verso un nuovo orizzonte e non voltatevi mai più indietro a guardare il vostro passato. Siate felice per la nuova e gloriosa vita che Venezia presto vi regalerà.»
Il capitano si voltò a guardarla sconcertato, non le disse nulla.
Infine uscì dal locale, scomparendo nella tenebrosa notte.
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Nᴏᴛᴇ
*ɢʀᴀsᴘᴀ:ɢʀᴀᴘᴘᴀ
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La storia ha molto potenziale. Penso ci siano troppe frasi brevi e che sia possibile creare dei passaggi un po’ più lunghi senza perdere l’effetto. La storia del capitano è interessante, ma sembra troppo affrettato nel suo racconto. Se è un evento così tragico per lui, forse è più semplice rendere il suo tormento con più pause, o passare ad una narrazione differente. Nel complesso una storia molto bella.
Ciao Laura, volevo chiederti una cosa. Questo brano è autoconclusivo? Mi è sembrato l’inizio di una vicenda ben più complessa, ma forse mi sbaglio. Mi piace il personaggio di Evanora, secondo me lei e i suoi tarocchi hanno molto da raccontare.
Dovrebbe essere l’inizio di un racconto, ma per il momento non ho intenzione di ampliarlo o pensare al suo seguito, sto scrivendo altro.