Una fimmina valorosa

Serie: Sicilia


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Le storie de lo zu Pippinu

Una sira ci trovammo tutta la comitiva a passari davanti a lu zu Pippinu, ogni tantu ci facevamu delle passeggiati nella parte più vecchia della città, di dovi effettivamenti noi autri eravamu.

Ci divertivamu a taliari I nostri compaesani nella loro vita quotidiana.

Una cosa che ci impressionò fu un picciriddu ca giocava a palloni. Quel giorno, prima di arrivari davanti alla zu Pippinu, vedemmo questo ragazzino che giocava davanti casa sua, era vestitu di biancu, e che c’era di stranu? Nenti, solo che ci piaceva giocari in porta, e volava da un angolo all’autru, fuori, proprio davanti a sa casa, avevano buttato dell’acqua e si era creato un pò di fango. iddu buttandosi a terra, puliziando tutta la strada, in un attimo diventò nìuru e iddu gridava e giocava e si buttava sempri di più, fino a quannu non uscì sua matri, gridando comu na pazza.

E di chisti cosi strani ne vedevamo tanti.

Lu zu Pippinu era con la testa calata, si taliava le scarpe, la testa quasi toccava terra, ci penzolava. Per un attimo ci misimo in silenzio, iddu sembrava dormisse.

Certe volte, i nostri anziani, picchì dormono poco, quannu sono assittati fuori, su una sedia si addormentano, gli si chiudono gli occhi pesanti per caderi nell’oblio. Li vedevi anche un pò oscillari pericolosamenti, non raro sono stati i casi di aver trovato per terra vecchietti con la testa rutta. Certe volte scattano come i gatti, appena stanno per caderi subbitu si svegliono e con un gesto che nemmeno da picciuotti avevunu si rimettono in sesto.

Lu zu Pippinu inveci era immobili. Iu mi misi avanti e andai verso di iddu e piano piano mi abbassai per vidiri se avìa effettivamenti gli occhi chiusi.

«Devu cambiari queste scarpe, sono rovinate» sentii piano piano da quella testa penzoloni.

Saltai all’indietro, cercai di non far vidiri a lu zu Pippinu la mia intenzioni di curiosità. Mi vergognai un po’.

«Zu Pippinu, buongiorno» dissi.

«Vedo che sei in compagnia oggi, falli avvicinari a sti picciuotti, viniti, viniti ca, avvicinatevi. Buongiorno a tutti.»

Alzando leggermente la voce per farsi sentiri.

I miei amici, alcuni ridendo, autri inveci seri, si avvicinarono, e si misero attorno a noi due, formando un cerchio.

«Ragazzi, fate prenderi un pò d’aria a lu zu Pippinu, l’avete presa tutta voi.»

«Lascia stari, respiru beni. Anzi più vicinu sono, meglio è. Vedo che siete tutti maschi.»

Ci guardammo con un po’ di vergogna. Dov’erunu i fimmini? Noi eravamu una compagnia unisessuali, la nostra società era unisessuali, le ragazze sembravano avere il coprifuoco ad un certo orario, eh si, una volta da noi era accussì.

Tutta la società era dei maschi. Li fimmini quasi quasi, è bruttu a dirlo, servivunu… lasciamu stari, non riesco nemmeno a concludere la frase.

All’epoca, e non lo dico per accattivarimi consensi delle donne, no, iu era cuntrariu a quel tipo di assurda differenza. Ma credetimi, erunu anchi i fimmini a nun capiri certi cosi, erunu vittime di una società con una certa cultura ignoranti. Chiaramenti alle donne vinìa mali, per loro era impossibili cambiare le cose. Quindi le compagnie che si vedevano in giro, soprattutto di sira, erunu tutti con le barbe e baffi. Le ragazze, noi autri, le vedevamo a scuola, nelle ore di ricreazioni, o alla domenica a messa.

Storia.

«Vedeti, li fimmini in questo parti di mondo…» continuò a diri zu Pippinu. «sono messe da parti. Iu ho più di novant’anni, u sapiti, e sapiti anchi la storia mia, l’avete sentita cuntari, no?»

Ci guardammo tutti nelle facce. Poi iu dissi «Si zu Pippinu, la canusciemu.»

«Beni, non c’è bisogno di parlari di autru di mia, conoscete a ma figghia Saretta, ecco, la fimmina, per noi autri, doveva essiri come a idda, e iu ne sono orgoglioso. Voi, giovani, dovete cambiari le cose, voi e anchi le picciotte, così come e testi di ferru degli adulti. Mah! La vedo dura, ma bisogna provarci.

Ora vi cuntu una storia di una fimmina straordinaria, valorosa. Vi dò un accenno solamenti, qualchi volta ve la racconto con più dettagli.

Ascutati.

Una svergognata! Ecco comu era considerata, una poco di buono.

Picchì? Vengu e mi spiegu.

Dovete capiri però tanti cosi da questa storia, è importanti, così comu lo fu tanti anni fa.

I fatti avvennero… viniti più vicinu, assittativi ca, forza, dovete lasciari ogni pensiero e sentiri beni… allora… I fatti furono dell’anno 1965.

Un picciuottu, di venticinque anni, si chiamava Filippo, tornò dalla Germania, dovi avìa commesso alcuni reati, insomma, scappò da lì e venne nuovamenti in Sicilia. Era di una famiglia mafiosa, e si comportava con arroganza e malandrineria, era temutu. Prima che andasse via da qui, avìa una zita, una bedda fidanzatina, e quannu tornò nun fece autru che pinsari a idda e pretenderla.

Iddu ciò che vulìa, doveva essiri!

E di questo nun si convinse solo iddu ma anchi l’autri.

La famiglia della picciotta era contraria a questo zitagghiu, i ragazzi non “dovevano” mettersi insieme. Nun era una cosa facile. Al piccolo mafioso, vedendosi rifiutato, gli andò un pò più di sangue nella testa, e cominciò a non raggionari più.

I familiari della picciotta erunu contadini, avieunu animali, campi, delle viti, insomma tutte quelle cose che putìa avere un contadino che si rispettassi. Chistu si transformò in cosa negativa. Filippo feci appiccari un fuoco alla casa patronali, tagliau tutte le viti. Feci distruggiri alcune cosi della famiglia della picciotta. Chista, Franca, accussì si chiama, era fidanzata con un autru picciuottu, il quali ebbi i sa questioni puri. Fu minacciatu. Ci puntarunu a pistola in un orecchio, diciennu a iddu che doveva lasciari campo libero.

Quannu lo fermarono, c’era tanta gente che taliava, era una cosa fra di loro, si dicevano tutti, a chi putìa interessari se uno puntava una pistola all’orecchio di un autru? Erunu affari loro.

Poi, u juornu dopo Natali, quel delinquente organizzò una cosa da schifo, da criminali com’erunu.

Si sentì nell’aria uno scruscio assordanti, un colpo che feci entrari tutta la gente a casa e di prescia. Si vidiru mamme usciri di corsa per recuperari i propri figghi, a ritirari i propri anziani assittati davanti alle porte di casa. Un via vai comu mai.

Serie: Sicilia


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. A parte la risata della frase che ti ho indicato nell’altro commento, devo dire che questo episodio è davvero tanto amaro. Amare anche le considerazioni sulla condizione femminile, davvero drammatica. Mi ha colpito particolarmente quando fai dire allo zio, ed è verissimo, che nemmeno le donne paiono intenzionate a cambiare la propria condizione. Aspetto il proseguo di questo episodio.

    1. Ciao Cristiana. Le donne erano come già nate dentro un contenitore da dove, dal fondo dove si trovavano, non riuscivano a vedere nemmeno la luce per sapere se fosse giorno o notte. Per questo, la fimmina valorosa, assunse e assume un ruolo FONDAMENTALE e non solo, costrinse l’uomo al cospetto di un altro essere umano che poteva anche non essere maschio. Una rivoluzione sociale necessaria.

  2. Aspetto la seconda parte Nino, anche se credo di conoscerla questa storia. Se è quella che penso era proprio una grande donna! la prima a… no, il resto tu lo devi raccuntari!!!👏👏👏