VELENO SUICIDA

Serie: REALTÀ NASCOSTE


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il demone e Arkon riescono a sfuggire alla manipolazione ipnotica delle lucciole azzurre. Un volto sinistro, però, appare nell'acqua...

   «La magia del mio Padrone è veramente potente.» Questo era il pensiero che continuava a tormentare Luvart. Si erano ormai allontanati abbastanza dal corso d’acqua dove era avvenuta l’apparizione.

   «Se Egli ci ha visualizzati, allora il destino è già segnato: sarà solo questione di tempo.» Il demone era preoccupato per quella incursione inattesa di Lucifero all’interno della mente di Arkon. Era sicuramente riuscito a trovare i loro corpi nella caverna, dimostrando ancora una volta la sua superiorità nella gerarchia dei demoni. Quella grotta infatti era stata concepita come un intrico complesso di gallerie stregate, una barriera magica per disorientare sia gli umani che gli spiriti. Ma non lui, il suo Signore. Che adesso sarebbe venuto a reclamare ciò gli spettava.

   «Sono ore che camminiamo, e…AH!»

   Luvart si fermò di colpo, voltandosi indietro verso Arkon. All’iniziò non comprese perché l’essere umano lo stesse fissando senza dire una parola. Sembrava essersi irrigidito all’improvviso, con gli occhi spalancati in modo innaturale.

   Fu quando Arkon iniziò a sollevarsi lentamente dal suolo che Luvart ebbe la certezza che qualcosa non andava. Un nuovo pericolo stava incombendo su di loro. Il demone assistette muto ad una scena agghiacciante: il volto dell’uomo si era trasformato in una maschera di terrore mentre il suo corpo aveva iniziato a ondeggiare a destra e a sinistra, come mosso dalla mano invisibile di un bambino che si diverte a strapazzare il suo bambolotto più odiato. Madido di sudore, Arkon cercava disperatamente di chiedere aiuto, ma nessun suono era in grado di uscire dalla sua bocca spalancata.

   Luvart guardò meglio. Dietro il corpo dell’umano spuntava una lungo stelo verde, che andava a scomparire tra un ammasso di cespugli presenti ai bordi del sentiero. Si avvicinò e vide all’interno dei rovi una strana pianta: aveva la forma di una Hosta gigante dalle ampie foglie larghe, colorate in sfumature di viola, giallo e indaco, con la punta di un arancione carico. Dal centro partiva un fusto che avrà avuto solo un paio di centrimetri di diametro, ma che nella sostanza sembrava molto robusto. E proprio con quell’asta la strana pianta stava sostenendo a mezz’aria l’uomo, ondeggiandolo sinuoso come un cobra, per poi scuoterlo con più vigore.

   «Cosa ti sta accadendo, uomo?» chiese quasi irritato Luvart, pretendendo una risposta ma intuendo che l’altro non sarebbe stato in grado di rispondere. Arkon infatti non aveva un bell’aspetto, anzi, sembrava conciato veramente male. Nel cinico demone stava prendendo forma la sgradevole consapevolezza che se l’umano fosse morto, lui non avrebbe più potuto recuperare il bracciale.

   Gli occhi di Arkon intanto si erano fatti vitrei e dalla bocca iniziava a fuoriuscirgli una specie di schiuma rossastra. Luvart allora girò dietro di lui, scoprendo l’origine di quel supplizio. La pianta aveva conficcato il suo stelo nella schiena dell’uomo, probabilmente iniettandone all’interno il suo veleno, e adesso lo manteneva sospeso così, attendendone la morte.

   Ma avrebbe scoperto che non era esattamente in quel modo che funzionava l’attacco macabro del demone-pianta.

   Dopo qualche attimo, infatti, Arkon venne scaraventato per terra. Luvart gli si fece appresso e, mettendogli una mano sulla fronte, cercò di capire con i suoi poteri lo stato vitale dell’umano. Nessun segnale. L’uomo si presentava come un inerme corpo nudo, un involucro senza vita accasciato al suolo. Con ancora conficcata nella schiena la pulsante appendice filiforme della pianta letale. Il demone lo fissò con amarezza, rassegnandosi al fatto di essere condannato a restare in quel mondo, e di dover trovare il modo di sopravvivere a tutti gli esseri che lo popolavano.

   Ma poi accadde l’inaspettato. Arkon riaprì gli occhi e, ancora molto debole e in evidente stato di incoscienza, provò ad alzarsi. Riuscì solo a mettersi in ginocchio, muovendo poi le braccia tese in semicerchi, come se volesse individuare qualcosa nel terreno attorno a lui.

   «Uomo, svegliati! Che senso ha questo tuo agire?» domandò solenne Luvart, cercando di ridestare Arkon da quello stato apparentemente confusionale.

   L’altro però non rispondeva. Continuava a tastare la terra, cercando con le mani tra l’erba finchè non trovò qualcosa. Nella mano ora stringeva un pezzo di tronco spezzato. Ne girò l’estremità appuntita verso di sé. E iniziò a colpirsi ripetutamente al petto.

   Luvart lo osservò incuriosito. Era attratto dalla dinamica violenta e distruttiva di quel gesto, ma al contempo doveva fermarlo, nel suo interesse. Fu svelto perciò a bloccare energicamente il braccio dell’uomo e a strappargli di mano il pezzo di legno. Fortunatamente le ferite non erano ancora così profonde.

   Arkon, ancora in ginocchio, ora lo stava fissando con uno sguardo vuoto, quasi privo di interesse. Era sopravvissuto, ma sembrava come se fosse stato prosciugato da ogni energia vitale. Quel demone-pianta, avvelenandolo, era riuscito ad insinuarsi come un virus nel suo cervello, per prenderne il controllo. Con un unico scopo: quello di indurlo contro la sua volontà ad autoinfliggersi lesioni, per annientarsi fino alla morte. Affinché fosse lui stesso l’artefice della sua rabbia e della sua distruzione. Abisso e oscurità.

   «Che deboli sono gli umani!» constatò Luvart, usando l’artiglio per tranciare di netto lo stelo parassita, e poi strapparlo definitivamente dalla schiena di Arkon.

   Non appena il rostro abbandonò la pelle dell’uomo, questi rinvenne a poco a poco. Ancora stordito, tentò di parlare, ma senza risultato. Si guardò il petto e sbiancò attonito alla vista di tutte quelle ferite che stavano ancora sanguinando. Quindi alzò lo sguardo verso demone che stava in piedi davanti a lui. Aveva occhi impauriti che chiedevano spiegazioni.

   Il demone si limitò a sentenziare: «Tutto ciò che ti è dato sapere è che il tuo destino, per mano mia, ha fatto in modo che tu venissi risparmiato dall’oblio.»

   «Ma sto…sto morendo» riuscì finalmente a sussurrare Arkon con un filo di voce, osservando nuovamente gli squarci sul suo corpo.

   «No, non finchè sarai sotto la mia protezione» fu la pronta rassicurazione dell’altro. Congiunse le mani e le impose sui punti dove erano presenti le lesioni. Durò solo pochi istanti: una energia invisibile stava iniziando a cicatrizzare tutte le ferite, fino alla completa guarigione.

Serie: REALTÀ NASCOSTE


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni