Vite dimenticate.

Serie: L'oblio

Non so come ho fatto a cadere così in basso, non so nemmeno come fosse la mia vita prima. Forse ho sempre vissuto così. Eppure, nella mia mente, ogni tanto riaffiorano immagini di un vissuto di cui ho perso traccia. Oggi sono tre giorni che non annego la mia miseria in un cartone di vino d’infima qualità. Cammino senza meta, e mi accorgo degli sguardi sfuggenti che incrocio; preferisco quelli carichi di disprezzo; almeno mi fanno sentire vivo. Arrivo sotto un portico che mi è familiare, riconosco un giaciglio fatto di un materasso sporco, due coperte rosse e un guanciale ingiallito. Questa è la mia casa e ho persino rifatto il letto; segno di un barlume di dignità passata. Di fronte, un negozio che vende vestiti griffati. Ha le porte spalancate e siamo in pieno inverno; poco o male per me, ogni tanto arriva un refolo tiepido. A fianco al mio giaciglio, che si trova vicino a un pilastro largo un metro, v’è quello di Igor, l’amico con il quale condivido la mia miseria. Igor è un gigante ucraino, che giunse in Italia alcuni anni fa insieme a sua moglie in cerca di lavoro, che poi trovò come muratore. A volte, quando non è stordito dal vino, pesca nella sua memoria dove trova immagini di una vita che gli è stata rubata. Mi parla di com’era riuscito a riscattarsi dalla povertà, ma poi la crisi, e soprattutto l’abbandono della moglie per un altro, lo fecero inesorabilmente scivolare nel mondo degli invisibili. Lui almeno ha dei ricordi, io nemmeno quelli. E quando mi chiede del mio passato, gli rispondo che non ce l’ho, che s’è perso lungo i marciapiedi che ho percorso. Lo osservo mentre dorme, il suo faccione simpatico sembra sereno; almeno i sogni non ce li hanno ancora rubati. Lo scavalco per sdraiarmi nella mia tana. Mi sdraio e tiro su le coperte; se mi addormento, forse calmo i morsi della fame. Mi giro su un fianco con la faccia rivolta verso il pilastro, non ho voglia di mostrare il mio viso al mondo. Intorno a me, rumori di passi indifferenti. Ogni tanto sento il tintinnio di una monetina che cade nella ciotola di un cane che non è più con me; almeno lui ha finito di soffrire. Fortuna che c’è Igor ad alleviare la mia solitudine; in due il peso è meno gravoso e con lui mi sento protetto. Ci fu un tempo in cui vivevo in un parco, dove una panchina era la mia casa. Una notte, venni aggredito da un miserabile come me che avanzava diritto di proprietà su quella panca. Anche nella miseria vi sono ingiustizie e prepotenze dove vince il più forte. Mi picchiò, costringendomi a prendere le mie poche cose e ad allontanarmi. Un’altra volta fui oggetto di scherzo da parte di ragazzi annoiati che fecero scoppiare dei botti vicino a me. Da quella volta ho problemi a sentire. Confessai la cosa ad alcuni volontari di un’associazione che di notte portano sollievo agli invisibili, e quando gli parlai dei miei dolori alle orecchie, mi portarono in ospedale dove venni curato per una lesione al timpano. Passai un mese in un dormitorio, dove conobbi Igor con il quale feci amicizia. Che strana coppia siamo; io smilzo, lui enorme. Ogni tanto torniamo a chiedere ospitalità ma solo in quelle strutture dove non chiedono documenti, perché io, a differenza del mio amico, non ho neanche quelli. Igor potrebbe passare meno tempo in strada ma rinuncia per non abbandonarmi; anche nella miseria più oscura si trovano barlumi di luce. Il sonno tarda a venire, forse perché non è ancora buio, o forse perché non bevo da giorni. Osservo un segno bianco sull’anulare sinistro, forse un tempo sono stato sposato, magari ho pure dei figli. Chissà che ne è di loro? E quale fine avrà fatto l’anello? Magari l’ho venduto per mangiare, oppure me l’hanno rubato. Ho come una nebbia nella testa, troppo il tempo in cui ho annegato la mia mente nell’alcol. Davanti a me un cartone di vino, lo scuoto, sembra mezzo pieno o mezzo vuoto. Se bevo, smetterò di lacerarmi l’anima e magari, se sarò fortunato, domani non mi sveglierò e porrò fine alla mia tormentata vita. Lo sollevo con la mano sinistra, ma il segno bianco cattura la mia attenzione e ferma la mia mano. Poso a terra il vino, ho come la sensazione che sia una sorta di messaggio.

Mi accorgo che è scesa la sera in un mondo che stenta a fermarsi. Mi metto seduto e mi sporgo per prendere la ciotola; conto le monete: sei euro. Due panini dovrei riuscire a comprarli. Mi alzo e metto i soldi in tasca. Igor dorme ancora. Cerco di svegliarlo per dirgli che vado a comprare da mangiare, ma non si muove. Lo scuoto con vigore ma non si sveglia; mi assale una fitta allo stomaco. Alcuni passanti rallentano incuriositi, ma poi vanno oltre. Mi alzo, e in preda al panico entro nel negozio di vestiti; alcune persone mi guardano basite.

“Vi prego abbiate un po’ di compassione, il mio amico la fuori sta male, chiamate qualcuno” sussurro con voce rotta dal pianto.

Mentre tutti mi osservano senza sapere cosa fare, una giovane commessa dagli occhi azzurri e ricci capelli biondi, smette di servire il cliente e prende il suo cellulare. Poi mi si avvicina; sembra un angelo:

“Dov’è il suo amico?”

“È proprio qui fuori.”

“Andiamo.”

“Clara” chiama una signora di bell’aspetto. “Non vorrai mica uscire fuori? Non fidarti troppo di questa gente, hai già chiamato l’ambulanza, il tuo dovere l’hai fatto.”

“Questa gente sono essere umani, e poi voglio sperare che di tutte queste persone, ce ne sia almeno una che esca con me.”

“Io” disse un uomo dall’aria distinta.

Uscimmo  tutte e tre e ci inginocchiammo davanti a Igor. Il signore prese il polso del mio amico.

“ Sono un medico” disse, prima di aprire la giubba dell’inerme gigante e di premere sul suo torace.

“Cosa gli sta facendo?”

“Un massaggio cardiaco, il suo amico ha avuto un infarto, e in questi casi ogni secondo è prezioso.”

Sentii l’ululato dell’ambulanza che dopo pochi istanti si fermò lì vicino. Il dottore, dalla pelle levigata e i tratti perfetti, si alzò in piedi e discorse con i paramedici, i quali, in pochi attimi, caricarono Igor sul mezzo. Guardai l’ambulanza allontanarsi a tutta velocità.

“E adesso come faccio a trovarlo?” dissi sconvolto.

“Venga con me, so dove lo stanno portando.”

“In bocca al lupo per il suo amico” mi disse la ragazza.

“Grazie” le risposi con un filo di voce.

Serie: L'oblio
  • Episodio 1: Vite dimenticate.
  • Episodio 2: Vite dimenticate parte seconda
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    Commenti

    1. Giuseppe Gallato

      E cavolo se mi ha preso e trascinato in un regno oscuro, tanto cattivo quanto indifferente… la realtà. La realtà sa essere crudele, perfida, con i suoi vili esseri umani. Ma alcuni ancora riescono a tenere alto il concetto di umanità. Bell’inizio, complimenti! 🙂

    2. Tiziano Pitisci

      Il tema degli invisibili mi affascina perché si affaccia in un mondo parallelo senza dover scomodare l’immaginazione, il surreale o il paranormale. Mi piace lo stile fluido e la prosa chirurgica. Vado avanti.

      1. Claudio Massimo Post author

        Grazie Tiziano. Un racconto molto sofferto. Spero di essere riuscito a far trasparire lo stato emozionale che mi ha accompagnato durante la stesura.

      1. Claudio Massimo Post author

        Ti ringrazio Nicoletta per averlo letto. È un racconto molto sentito perché tratto da storie raccolte in molti anni. Grazie ancora per le tue parole.

    3. Antonino Trovato

      Ciao Claudio, la qualità di questo racconto sta nella carica emotiva che riesce a trasmettere. Una vicenda struggente, fatta di ricordi spezzati o del tutto annichiliti dalla quotidiana ripetitività di un’esistenza persa ormai tra l’indifferenza e la cattiveria di chi passa accanto a questi invisibili; fatta di identità smarrite, negate, ma anche di sentimenti ancora vivi e da desideri celati dalla dura condizione; senso di umanità, ancora presente in molta gente, che contrasta fortemente la diffidenza sintomo di paura, paura per lo sconosciuto, o semplice disprezzo. Una prima parte piacevole dal punto di vista narrativo e ben scritta, ma anche profonda, emozionante e pregna di spunti riflessivi. Non mi resta altro che leggere il seguito! Alla prossima!

      1. Claudio Massimo Post author

        Antonino, il tuo commento mi ha emozionato molto. Sono felice di sapere che il racconto riesca a trasmettere quel carico emozionale di una esperienza vissuta che mi ha segnato molto. Grazie per aver colto il senso del mio scritto.