Zia Gavi’

Serie: Il segreto dei dodici centenari


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo i primi undici protagonisti di questa serie, ecco la dodicesima, ultracentenaria.

Nel cuore della Sardegna, nascosto tra i boschi della Barbagia, c’è un piccolo villaggio antico, di origine medievale, rimasto, nel corso dei secoli, quasi immutato.

Le sue origini si confondono, tra leggende e fonti storiche.

Qualcuno racconta che in principio avessero edificato una chiesa e un monastero di suore che avrebbero dovuto convertire gli abitanti pagani di un altro borgo vicino, di cui sono rimaste solo le rovine, conosciuto col nome di Selene.

A causa di una maledizione lanciata dalle suore del convento, il piccolo villaggio rurale – oggi quasi completamente abbandonato – non sarebbe mai morto, né cresciuto, come i flussi delle maree.

Case basse, tutte in pietra; stradine sterrate o lastricate; sentieri ripidi e stretti, per salire nelle zone più alte del borgo. La chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena, in stile tardo gotico aragonese, edificata sopra un’altra struttura preesistente, spicca da lontano, per la sua posizione sopraelevata e per l’altezza del campanile che svetta oltre la macchia di vegetazione sullo sfondo dell’altopiano.

Nell’aria c’è odore di piante in fiore, di fresie sbocciate nel folto dell’erba dei giardini incolti. Nessun rumore: silenzio ovunque, interrotto soltanto dal ronzio degli insetti o dai versi degli uccelli; poi, di nuovo, tutto tace.

Arrivando a Lollove si ha la sensazione di tornare indietro nel tempo, di immergersi in un’altra epoca, lontana di molti secoli. Un luogo che appare incantato, come se, davvero, fosse colpito da un sortilegio.

L’ultimo tratto di strada per arrivare a destinazione, dopo la biforcazione per Orune, è in parte dissestato: un manto polveroso, tra buche e rattoppi, contornato, sui bordi, da cisti in fiore, asfodeli, euforbie, lecci, prati e poi boscaglia. Gli ultimi sei chilometri dopo il bivio, che richiedono un’andatura lenta, sembrano interminabili. Forse, anche a causa di questa sua posizione isolata, tra boschi di querce, ulivi e macchia mediterranea, il borgo si è spopolato quasi completamente. Molte case sono chiuse, altre diroccate o inagibili.

Alcuni hanno ristrutturato e ampliato, senza modificarne lo stile.

Il signor Salvatore, campione esemplare di ospitalità, in via di estinzione, se qualcuno gli chiede un’informazione, lui lo invita ad accomodarsi per offrire un caffè, una birra o un bicchiere di vino.

È tornato a vivere dov’è nato e dove ha trascorso un’infanzia difficile, di pastorizia, vita sacrificata e mal pagata. Racconta ai suoi ospiti che i residenti del borgo, negli anni sessanta, erano più di cinquecento; oggi, invece, una ventina.

Non ci sono negozi a Lollove, né ufficio postale, né bancomat e neppure un ambulatorio medico; il luogo, però, è molto suggestivo.

Per i pochi turisti occasionali o per gli eventi speciali, come Autunno in Barbagia e Cortes apertas, c’è la Locanda: Lollovers, per mangiare le specialità locali, sfiziose, sotto un loggiato molto particolare, circondato dal prato in fiore del giardino.

La prima volta che visitai questo luogo remoto, fuori dal tempo e segregato tra i monti, fui colpita da una piccola casa appena ristrutturata, anche questa senza alterarne l’assetto originario. I vetri della finestrella erano adornati da un cortina bianca, di lino, ricamata. Il cortile era un tripudio di gerani in fiore, accanto ai tralci di pesco che salivano dal cortile in basso di un vicino. E una famiglia di gatti ben pasciuti e di micetti color miele, se ne stavano beatamente distesi, a godersi un tiepido sole di primavera.

E mentre stavo impalata ad ammirare quel bel quadretto fior-felino, comparve un’anziana donna sorridente e paffuta, con la sua gonna lunga, su panniaranti (1) e le vecchie pantofole in feltro, consumate e sformate dall’alluce valgo. Mi chiese se avessi bisogno di qualcosa. Io le risposi che stavo cercando un piccolo angolo di paradiso e che in quel momento, a cinquant’anni suonati, finalmente lo avevo trovato.

Fu così che iniziammo a parlare, di Grazia Deledda e, in modo particolare dell’ultimo romanzo che aveva appena finito di leggere. Poi, per una mia curiosità, le chiesi della storia di don Paolo e Agnese, ambientata e ispirata alle leggende del luogo. Mi raccontò quindi della maledizione lanciata dalle suore, costrette ad andare via e forse scomunicate, per aver intrattenuto rapporti carnali con qualche pastore che calava spesso e volentieri da Selene.

Più forte della fede e dello spirito missionario che le aveva portate in quell’angolo sperduto di mondo, per convertire i pagani, furono, quindi, le tentazioni del corpo, rinnegando il sacro e precipitando nella vergogna dovuta allo scandalo.

La donna mi invitò a entrare. Rimasi incantata a guardare le vecchie foto, bambole varie, centrini e libri, sparsi qua e là.

Sentivo nell’aria un profumo dolce: qualcosa di delizioso che mi fu subito offerto. La donna posò il vassoio sopra la tovaglia bianca bordata di pizzo all’uncinetto, che sfiorai con la mano, per apprezzare meglio la bellezza di quel sottile manufatto. I dolcetti erano simili alle nostre pardule del Campidano; lei le chiamava casadinas. Mi spiegò la ricetta, a base di formaggio fresco di pecora, mentre degustavo avidamente le formagelle più buone che abbia assaporato in tutta la mia vita. Poi volle offrirmi mezzo bicchiere di acquavite: io ero un po’ riluttante e lei, sorridendo, mi prese in giro bonariamente. «Ite t’at a faghere? Abba este» (Che ti fa’? È acqua).

Per non farle un torto, sorseggiai, lentamente, quasi tutta l’abbardente, che bruciava la gola; mentre lei la mandava giù in un sorso, come se fosse un amaro medicinale.

Subito dopo mi parlò del suo orto poco distante, del suo impegno di tenere pulita la chiesa e di suonare le campane, con un lunga corda che arrivava fino a terra, alla base del campanile. E mentre osservavo la tovaglia bianca, col pizzo in filè, all’uncinetto, capii che – in casa e in chiesa – anche quelle erano, sicuramente, opera sua.

Mi raccontò di quando era stata insegnante di catechismo e di certi malandrini che, ridendo e scherzando, li aveva “bastonati” lei, prima di mandarli a ricevere lo schiaffo dal vescovo.

Ormai, in quel borgo, non c’erano più bambini, né scuola. Lei viveva sola, senza figli e senza marito, tra fiori e gatti, a farle compagnia. E qualcuno che tenacemente ancora restava, o tornava di tanto, in tanto, alla sua antica casa di pietra, coi muri più spessi di tre o quattro pareti di mattoni.

Incontrare un turista o un forestiero diventava una buona occasione per chiacchierare. Parlava e sorrideva, scherzava e ironizzava. Per dirmi di essere rimasta nubile, ormai ultranovantenne, usò un’espressione che fece sorridere anche me. «Sono ancora in vetrina” disse. Poi mi fece capire che nonostante i pretendenti, soprattutto da giovane, non le fossero mancati, lei aveva sempre preferito obbedire solo a se stessa, senza nessun padrone e senza un marito a cui rendere conto o da servire.

Quella chiacchierata, il sorriso, la forza pacifica e gioiosa delle sue parole, mi rimasero impresse a lungo. Tante volte ho pensato di tornare, soprattutto per parlare di nuovo con lei, per farmi svelare il segreto del suo essere contenta della vita. Da persona amante della lettura – citando Salvator Rosa – mi spiegò la sua filosofia: «A chi nulla desia, soverchia il poco».

Oggi sono di nuovo qui, davanti alla sua casa di graniti. I gatti sono spariti e i fiori appassiti. Lei non c’è più. Le poche volte che aveva dovuto varcare i confini del suo amato borgo, era tornata dopo poche ore. L’ultimo viaggio era stato di sola andata, senza ritorno.

Mi siedo sul masso di granito, squadrato, sotto la finestrella, e ripenso al giorno in cui rimasi ad ascoltarla, rapita dalla sua grande capacità narrativa. Sono passati quasi dieci anni, da allora. Un incontro che non potrò dimenticare, per la sua semplicità, intrisa di saggezza, e il carattere deciso, aperto e cordiale.

Pochi anni fa, la donna libera, intraprendente e gioiosa, quando perse la sua autonomia, fu accolta e assistita, fino all’ultimo giorno della sua vita, in casa di una nipote, abitante nella città vicina.

La sua  grande vitalità si è spenta, come si spegne la fiamma di una candela, in una botte dove viene a mancare l’ossigeno.

Negli ultimi anni, le era mancata l’aria che aveva respirato nell’antico borgo circondato dai boschi. O forse – come si dice – a 101 anni, era giunta la sua ora.

(1) su panniaranti: il grembiule.

Serie: Il segreto dei dodici centenari


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Discussioni

    1. Ciao Roberto, grazie. Ho cercato di descrivere immagini reali, esprimendo le sensazioni che ho provato, rivedendo quel piccolo agglomerato di case, che ha uno strano potere sui visitatori che, di solito, si sentono catapultare in un’ altra epoca e tentati di restare li` per lungo tempo.

  1. ‘Mi siedo sul masso di granito, squadrato, sotto la finestrella, e ripenso al giorno in cui rimasi ad ascoltarla, rapita dalla sua grande capacità narrativa. Sono passati quasi dieci anni, da allora. Un incontro che non potrò dimenticare, per la sua semplicità, intrisa di saggezza, e il carattere deciso, aperto e cordiale’ Ti si può vedere 🙂

  2. Ciao Maria Luisa, questo episodio è un gioiello prezioso ricco di elementi che incantano. La leggenda, il borgo, un paesaggio sognante, il nome evocativo. Mi trovo d’accordo con Francesco quando dice che forse il vero protagonista è tutto ciò che apparentemente dovrebbe fungere da ‘contorno’. Io stessa mi ritrovo spesso a rileggere racconti in cui mi rendo conto di aver dato quasi più importanza al luogo che alle persone. Però a volte va bene così. E sai cosa altro penso? Che, senza nulla togliere alla tua protagonista, il finale dove tu sei seduta sul masso di granito e ripensi a quell’incontro speciale, è forse la chiusura migliore e più sognante che tu potessi trovare. Bravissima

    1. Ciao Cristiana, grazie di queste bellissime parole che scaldano il cuore, come i raggi di sole che mi hanno confortato durante le ore trascorse a Lollove; nonostante le stradine deserte e solo qualche rara presenza nelle poche case abitate. E l’ombra di qualcuno, che, dietro i vetri delle finestre, forse ci teneva d’ occhio, pensando che “fidarsi e` bene, non fidarsi e` meglio”.
      Nonostante questa sensazione che avvertivo, il borgo mi ha ammaliato e, come dite voi, ho voluto usare il pretesto di zia Gavinedda – come la chiamavano tutti, forse per la statura – per parlare di un luogo speciale, che merita di essere conosciuto anche da tanti “continentali” che ancora non l’ hanno sentito nominare.

  3. Questa volta la persona anziana sembra un po’ una scusa per parlare di altro. È il piccolo borgo il protagonista. Chissà come si vive in un villaggio quasi abbandonato. Mi piacciono i piccoli borghi, si respira qualcosa di strano, di differente. Ci hai raccontato di Lollove e della sua leggenda e, con amarezza, la morte della centenaria simboleggia la fine del borgo.
    Insomma, mi è piaciuto.

    1. Vero, Francesco: parlare di zia Gavi’ (in Sardegna tutti quelli piu` anziani, parenti e non, venivano chiamati tziu o tzia), e` anche un pretesto per parlare di Lollove, che ho scoperto alcuni anni fa, dopo aver saputo che “La madre”, di Grazia Deledda, e` un romanzo ambientato in quel borgo. Spinta dalla curiosita` e dalla grande ammirazione per la nostra conterranea, andai a visitarlo e rimasi affascinata. Martedi` scorso ho deciso di andare per la seconda volta, ed e` stato utile e piacevole. Credo che ci sara` una rinascita, con un eccessivo affollamento, soprattutto nei mesi estivi. L’ atmosfera speciale, in cui mi sono immersa, sono convinta che non sara` piu` la stessa.
      Grazie Francesco per la tua lettura attenta e per il commento.

  4. Un bellissimo omaggio a questa donna, incorniciato da una storia veramente affascinante ed evocativa.
    Mi è piaciuta molto anche la leggenda che vede le suore lanciare una maledizione: parrebbe quasi un ossimoro, ma è proprio questo a darle il fascino di quelle storie a metà tra verità a mito.

  5. Grazie Giancarlo, della lettura, del commento e del suggerimento. Ritocchino fatto.
    L’ atmofera a Lollove, martedi` scorso, era molto piacevole: giornata mite e soleggiata; fiori ovunque e un’ aria ricca di ossigeno; pero` dava l’idea del paese fantasma e le case in stato di abbandono trasmettevano un po’ di malinconia. Ho saputo che le hanno messe in tutte in vendita. Ci sono dei progetti finanziati, credo, anche dal comune di cui fa parte; pero` se Lollove – frazione di Nuoro – sara` di nuovo popolata, qualcosa perdera` di sicuro del suo aspetto unico e suggestivo.

    1. Di nulla, anzi grazie sempre a te: condividi con noi opere che sono il frutto del tuo tempo e del tuo lavoro, e ci dai la possibilità di imparare e di goderne. Sono sempre grato a tutti coloro che lo fanno, e tu sei anche una delle persone più gentili di disponibili che io abbia incontrato.

  6. confesso di invidiarti un po’, M. Luisa: piacerebbe anche a me avere nella memoria un mondo degno di essere raccontato come il tuo. È un privilegio.
    Quest’ultimo episodio, davvero bellissimo, chiude il ciclo di milleduecento anni di vita o poco più. Vite una dentro l’altra, una accanto all’altra, e per tutte la morte in “sazietà di giorni” come dicono le Scritture parlando dei Patriarchi: almeno, questa è l’impressione che ne ho.
    Sono davvero contenta che tu scriva qui e che io possa leggerti, è un conforto. Grazie di cuore.

    1. Grazie a te Francesca, di cuore. Sapere che i miei piccoli racconti, dove cerco di valorizzare alcuni aspetti importanti della mia terra; talvolta addolcendoli un po’, mi consola. E mi da` la motivazione per andare avanti a scrivere, far conoscere e dare qualche spunto per sognare; mentre viaggio anch’io, tra i luoghi reali della nostra isola, e con la mente.