Zio Nosferatu

Serie: Vladimiro

Quando avevo sei anni, Giusy mi mandò all’ospedale. Andò più o meno così: lei mi odiava a causa della mia aria da snob, io mal digerivo i suoi modi maneschi dunque mi diede  uno spintone e finii a terra, su una bottiglia di vetro rotta – birra, probabilmente, ma potrei anche sbagliarmi, non distinguevo una vodka da un accendino.  Mi rialzai, senza versare una sola lacrima, ma dei fiotti di sangue zampillavano dal mio braccio fino al suo immacolatissimo vestito bianco: cose che capitano, quando viene recisa un’arteria.

“Guarda cosa stai facendo!” disse. “Sei un mostro!”

Non ricordo altro ma in ospedale riaprii gli occhi e sentii i miei genitori parlare di mio zio quale unico possibile donatore di sangue compatibile.

Mia madre aveva delle riserve. “È infetto, non può donare. Ho saputo che è diventato un mostro.”

E sulla parola mostro calò di nuovo il sipario. Di quella giornata mi resta una cicatrice sul bicipite. Mi raccontarono che Giusy, consumata dai sensi di colpa, vegliò al mio capezzale, senza mangiare e senza bere, per un giorno intero e da quel momento non mi mollò più. Picchiava come un pugile irlandese – in questo aiutata anche dalla sua mole – e non mancava di attaccare briga per prima, con una insana attitudine verso la prepotenza sui più deboli. Quando assistevo ai suoi pestaggi – guardandomi attorno, il più delle volte a mani in tasca oppure scartando un chewingum – le suggerivo, se non altro, di non lasciare segni evidenti sul viso.

Mi difese da Daniele lo svizzero quando con un coltello, davanti al Black Jolly, minacciò di tagliarmi le palle perché non lo avevo lasciato copiare; e mandò in fuga Donato, un gigante, fan accanito degli Slayer, che mi aveva scelto come agnello sacrificale per un rito satanico.

Ora, a distanza di anni e a ridosso di un tentativo di suicidio, avevo di nuovo  bisogno di lei.

“Forse sono davvero un mostro” le dissi. “Prima di lanciarsi dal Ponte del Diavolo quella ragazza ha detto che sono un vampiro. Un vampiro, capisci? Ma mi stai ascoltando?”

Giusy terminò di leggere il pezzo di mio cugino sull’Eco del Po. “Dio mio che cane. Siamo sicuri che Michele sia iscritto all’albo?”

“Credo sia solo pubblicista, ma non vedo cosa c’entra.”

“Non sei un mostro. Chiaro? Hai soltanto dei canini molto sporgenti e non basta per essere un vampiro. Sarebbe come dire che uno con tanti peli è un licantropo. Ad ogni modo apri la bocca: misuriamoli”.

Erano due centimentri e mezzo di zanne affilate. “Ok, forse sei un vampiro.”

“Merda.”

Alle 19:30 era già buio, andai davanti al Toony per guardare un po’ di persone normali e ascoltare in cuffia The Eternal dei Joy Division, il brano che, nelle mie ultime volontà, avrebbe dovuto fare da colonna sonora al mio funerale. Non riuscivo, però, a smettere di pensare che se davvero ero un vampiro, qualcuno doveva pur avermi morso; eppure non avevo segni sul collo, sul dito, da nessuna parte. Rimaneva un’unica possibile spiegazione allora: avevo in qualche modo “ereditato” questa condizione.

Chiamai Giusy. “Hai presente mio zio, quello di Genova che ho visto pochissime volte perché si dice sia un mostro? Quello che una volta a Natale venne a trovarci e si fece accompagnare da una donna altissima con una voce da uomo che attirava l’attenzione di tutti? Quello zio che ogni tanto noleggia una Ferrari anche se non ha un soldo in banca e si fa tutte quelle foto?”

“Quello che dopo aver bevuto cinque litri di vino e aver mangiato una mela disse che la mela gli aveva fatto male?”

“Esatto. Devo parlargli, forse mi può aiutare.”

Prima, però, mi presi il disturbo di fare delle ricerche. Zio Fabio non era normale. Era uno di quei tipi calvi con il codino. Si fece una fama da avventuriero perché a vent’anni andò a vivere a San Paolo, poi a Montreal, poi a Zurigo, poi a Bucarest e infine a Rapallo, dove aprí un locale notturno: il Nosferatu. Chiuso per racket di prostitute moldave, poi riaperto, poi richiuso per droga, poi riaperto con un colpo da maestro – sembra che il prefetto avesse perso la testa per Christine, l’entraîneuse di punta del locale – il Nosferatu diventò la vita di mio zio; e mio zio smise di vivere di giorno, sviluppando un colorito cadaverico e una diabolica assuefazione alla vita notturna e alla gente della notte. Dopo un viaggio di quattro ore ero finalmente di fronte a lui con una copia de Il Fatto Quotidiano sotto braccio.

“Tu adesso sei qui ma tua madre non so come potrebbe prenderla. Ricordo che in cucina avevate il poster di Padre Pio” mi disse.

“Questione di gusti…”

“Cos’hai li?” Domandò indicando i miei canini. “Puoi toglierteli: sei in ritardo per carnevale e in anticipo per Halloween.”

“Sono venuto proprio per questi cosi. Mi sono spuntati da qualche anno.”

“Diavolo.”

“Ascolta zio…”

“Shhh!!! Non chiamarmi Zio”. Salutò il barman da lontano poi si schiarí la voce. “Qui tutti mi chiamano…Nosferatu. Ti dispiace se anche tu mi chiami…”

“Non posso più espormi al sole, ho questi canini e uno zio che si fa chiamare Nosferatu; e una ragazza, prima di suicidarsi, mi ha detto che sono un vampiro. E…”

“E…”

“E niente, comincio a credere che abbia ragione.”

Troppe sciocchezze per le orecchie appuntite di mio Zio (Nosferatu). Mi liquidó dicendo che non ero un vampiro per la più ovvia delle ragioni: i vampiri non esistono. Addusse anche la seguente, sottile argomentazione: “Lorena, quella ragazza che si sta lavorando la pertica, fa la prostituta. Ufficilamente balla e si fa offrire da bere, ma tutti qui sanno che quando vogliono, insomma, basta fare un giro fuori dal locale, in quel b&b davanti al tribunale. Lo sanno tutti, ok, pure le pietre di quel cesso di tribunale. Non esagero se dico che si porta a casa tutti i mesi seimila euro. Ma a chi credi che venga a succhiare il sangue, il fisco? A lei? No, viene da me, viene da questo vampiro al contrario che invece di bere sangue si fa aspirare dall’erario fino all’ultimo globulo rosso attraverso dei luridi F24 compilati da quella congrega di certosini pseudo burocrati di commercialisti. Esiste un unico grosso vampiro che si chiama fisco, il resto sono solo persone con problemi odontoiatrici. Apri bene la bocca, fammi vedere.”

Spalancai le fauci, non doveva essere un bello spettacolo.

“Maledizione. Ok, forse…forse…non dico che tu sia un vampiro, ma qui la faccenda è da approfondire.” Si allontanò per poi tornare con due bourbon. “Quanti anni hai?”

“Quattordici.”

“Ok. Allora questo lo bevo io.”

Nei tre giorni successivi restai da lui. In un’epoca sofisticata e idiota come la nostra, le pubbliche relazioni restano pur sempre una cosa utile – non me ne vogliano i sociopatici – e perfino un tipo solitario come me dovette prenderne atto: calorose strette di mano, pacche sulle spalle, favori, confidenze e il faticoso impegno di dover presenziare a ceromonie e presentazioni. Zio Nosferatu viveva anche di questo e grazie alla sua vastissima rete di conoscenze riuscí ad entrare in contatto con un personaggio miserabile che conosceva un tale che si vedeva con uno e cosí via, fino ad arrivare al telefono di un esperto in fatto di vampiri. Fece una lunga chiacchierata con lui, avvolto da una coltre di fumo fittissima, poi venne da me a riferire.

“Ho raccontato quello che hai a questo esperto…”

“E dunque?”

Mandó giù una sorsata di bourbon. “Pensa che ci siano delle probabilità che tu sia un vampiro.”

“Mio dio no.”

“Aspetta. Ho detto delle probabilità, non che lo sei. Chiaro? Non precipitiamo. Vuole incontrarti per fare una specie di test.”

“Un test? Che genere di test?”

“Non lo so, un test. Non me l’ha spiegato ma mi ha detto che serve una vergine disposta a darti un po’ di sangue. Ora il problema non è mezzo bicchiere di sangue, quello si trova, ma mi ha mandato letteralmente in tilt con questa storia della vergine. Io, davvero, non ho idea di dove trovarne una. Le signorine che lavorano qui non sono esattamente delle santarelline e dopo la diffida del ’97 non posso più avvicinarmi alle scuole elementari. Questa cosa non ci voleva.”

Presi il telefono e ne parlai con Giusy.

“Te lo do io un po’ di sangue” disse.

“Sei sicura di essere…insomma…mi hanno detto che deve essere di una vergine.”

Esitó. “Si. Credo di si.”

“Credi? Come sarebbe a dire credi…”

“Si, tecnicamente lo sono. Ma cosa ti hanno detto di preciso?”

Piansi a telefono, sul retro di quel locale, tra i vapori di una canna fumaria, sull’orlo di una pozzanghera, sotto lo sguardo compassionevole di una spogliarellista e avvolto dal vento gelido della notte. Come avrei potuto vivere con quel marchio addosso? Cosa ne sarebbe stato di me? Perchè ero un vampiro? Perchè proprio io? L’appuntamento con questo tizio fu fissato per il giorno dopo, alle 22:30, dopo il derby della Roma.

Vladimiro
  • Episodio 1: Il ponte del Diavolo
  • Episodio 2: Zio Nosferatu
  • Pubblicato in Horror

    Commenti

    1. Foto del profilo di Ivana Mauro
      Ivana Mauro

      E no dai non tirarla per le lunghe, se continua così mi toccherà andare in ferie a Rapallo per verificare se lui è davvero un vampiro 🙂 comunque mi piace, stile, trama, tutto, funziona tutto, compreso l’effetto “cliffhanger”…. 😉