Paradiso e Inferno sono solo parole

Lucille era in giardino sotto ad una finissima pioggia, non aveva voglia di entrare. Con sguardo stanco rimirò ogni mattone della casa di famiglia, certa che presto quella casa sarebbe stata sul giornale locale per annunciare la triste notizia: Casa Menestrello aveva incassato il colpo della perdita dei suoi padroni di casa, Cesare Menestrello, stimato medico, e la moglie Charlotte, a due mesi di distanza l’uno dall’altra. Nonna Cherry fu la prima ad andarsene, dopo un lungo anno di malattia passato a letto, tra faticosi respiri e boccette di morfina, il marito le rimase accanto fino alla fine. Lulù si era stabilita con con i genitori Luigi e Concetta, per far compagnia a nonno Cesare, e col tempo, la struggente tristezza lasciò il posto alla nostalgia agrodolce nel cuore del dottor Menestrello, e stava meglio, davvero.

Ma una mattina, Lulù era entrata nella camera padronale per avvisarlo che la colazione era pronta. Trovò Cesare ancora sotto le coperte, dormiva sul fianco, dandole le spalle. Sedendo sulla parte fredda del letto, una volta occupata dalla nonna, aveva allungato una mano per scuoterlo dolcemente, ma il nonno era crollato sulla schiena, scoprendo il viso solcato da un leggero sorriso. Non respirava.

Mentre guardava l’ambulanza portarlo via, il padre le mise sulle spalle la vecchia giacca di Cesare, ancora impregnata del suo dopobarba. Lulù era crollata sulla veranda, in lacrime.

La sera stessa, l’intera famiglia si era riunita per la prima volta, dopo anni. Era strano per Lulù rivedere gli zii e Marlena, nonostante avessero vissuto per molto tempo sotto il tetto di quella casa. Concetta si sedette a capo del lungo tavolo della sala da pranzo, Luigi al suo fianco, con la paura che le cedessero le gambe per lo choc.

La donna si strinse il cardigan intorno al corpo, la sua voce era flebile e stanca. «Ora…dobbiamo prenderci il tempo per capire cosa fare. Papà…i medici hanno detto che se n’è andato nel sonno, non ha sofferto.»

«Cosa fare, Concetta?» la interruppe freddamente la sorella Annalisa. «Nulla che non avessimo già fatto per mamma, due mesi fa.»

Lulù sentì un gran dolore agli occhi e agli zigomi, come se le lacrime avessero scavato a forza nella pelle. Mise in tasca le mani ancora tremanti e le sue dita incontrarono qualcosa di sottile. Nonno Cesare lasciava qualsiasi cosa nelle tasche del cappotto, scontrini, carta di caramelle, bustine di zucchero, e se ne dimenticava volentieri. Faceva disperare nonna Cherry quando doveva fare il bucato. Lulù tastò una superficie ben più larga di una bustina da zucchero o un pacchetto di fazzoletti. Era carta, piegata in più punti.

Tirò fuori una busta da lettere: era chiusa con un sigillo rosso, sul retro l’inconfondibile scrittura del nonno che portava il nome di Lulù. Il suo cuore mancò un battito.

«Non ci credo!» sentì strillare Marlena, attirando l’attenzione dei parenti riuniti al tavolo. Lulù incrociò lo sguardo indignato della cugina, che si era materializzata di fronte a lei. Da piccole, erano inseparabili, per lei Marlena era un modello da imitare, giocavano ad essere le principesse del maniero Menestrello, potevano affrontare anche il più pericoloso dei draghi, insieme. Ma al compimento dei diciotto anni, Marlena partì per una vacanza studio a Parigi e qualcosa, laggiù, doveva averla convinta di essere migliore degli altri, specialmente migliore di Lulù.

«Che succede, ragazze?» chiese zia Annalisa.

«Nonno le ha lasciato una lettera!» esclamò, indicandola, per poi tagliarla a metà con uno sguardo duro. «Ha sempre preferito te, d’altronde.»

Lulù non volle cedere a quella provocazione, era un copione che si ripeteva all’infinito, da anni. «Perché devi fare così?»

Marlena, in tutta risposta, le voltò le spalle, incrociando le braccia al petto. «E neanche a farlo apposta, l’hai trovato tu.»

Il corpo di Lucille agì prima della mente e le diede uno spintone, proprio come quando erano bambine. L’altra spalancò la bocca incredula.

«Io l’ho trovato. Credevo stesse dormendo, il suo corpo era ancora cal…» la sua mano volò alla bocca per coprire il labbro tremulo. Prese un respiro ad occhi chiusi. «Io l’ho trovato. In che modo, questo brucia il tuo ego del cazzo, Marlena? Io l’ho trovato, io c’ero, e tu dove cazzo eri?»

Era certa, da come il respiro affannato sollevava il petto di Marlena, che l’avrebbe colpita a sua volta, più forte per sottolineare la sua dominanza.

Luigi alzò una mano, tentando di calmare gli animi. «D’accordo. Siamo tutti sconvolti, nessuno escluso. Cherry se n’è andata due mesi fa e adesso Cesare…»

«Chiedo scusa» tagliò corto Lulù, senza riferirsi a niente e nessuno in particolare.

Non si accorse come e in quanto tempo percorse il corridoio che portava allo studio del nonno, era un fantasma che attraversava i muri della casa, in pena. I suoi occhi gonfi accarezzarono il parquet sotto ai suoi stivali, le librerie straripanti di tomi, il mappamondo davanti alla finestra che dava sul giardino, il modellino di cuore umano sulla scrivania in noce. Si trascinò verso la sedia girevole e fece caso alla stilografica davanti a sé, come se fosse stata appena riposta dopo aver scritto una lettera. Dalle sue labbra, scappò un sospiro tremante e si rigirò la busta tra le mani. Afferrò il tagliacarte e lo maneggiò con cura, come aveva visto fare tante volte da Cesare. Ogni oggetto, ogni gesto, ogni granello di polvere che danzava nella luce, riportava inevitabilmente e dolorosamente a lui.

Raccolse le ginocchia al petto e aprì la lettera con le lacrime agli occhi.

“Mia cara Lulù

Non credo che questa lettera ti troverà tra i momenti più felici, come i biglietti per il tuo compleanno o la cartolina spedita da un posto remoto. Ma ciò che stai leggendo non è nemmeno triste quanto un testamento, per cui ti racconterò quell’unica storia che volevi sentire da bambina prima di andare a dormire: come io e nonna Cherry ci siamo conosciuti. Quello che non ti ho mai detto è che a vent’anni ero già schiavo della bottiglia, erano tempi duri e complicati. Un giorno, senza sapere come ci fossi arrivato, mi risvegliai con i postumi della sbornia sotto ad un ciliegio. Continuavo a perdere i sensi e avevo una febbre da cavallo. Pensa lo spavento di tua nonna a trovare un povero ubriacone nella proprietà dii suoi padre! Non ricordo come tua nonna mi portò in casa e convinse i suoi fratelli a non portarmi dai carabinieri, ma è ancora cristallino nella mia mente come il suo accento inglese mi accarezzasse i sensi. Tua nonna cercava di farmi domande in un italiano discutibile, si indicava scandendo “Charlotte” con quel modo adorabile di arrotolare la r, mi chiese come mi fossi trovato sotto al loro “Cherry tree”. Io, nel mio delirio febbrile, decisi che “Cherry” sarebbe stato un nomignolo adatto, che mi avrebbe fatto ricordare per sempre il luogo del nostro incontro ogni qualvolta il suo nome avesse sfiorato le mie labbra. Al mio risveglio, la chiamavo ancora Cherry ed ero ancora deciso a sposarla. Tua nonna avrebbe accettato, soltanto se avessi preso l’impegno di rimettermi in sesto. Non mi chiese neanche una volta degli errori che mi avevano portato a guardare il fondo di qualsiasi bicchiere, mi sostenne ad ogni passo della mia riabilitazione e mi fece capire che potevo salvare anche altre vite, oltre alla mia. Abbiamo costruito insieme la nostra vita, la nostra casa e la nostra famiglia, amando ogni momento con la consapevolezza che presto o tardi avremmo dovuto lasciarci tutto alle spalle. Eh sì, piccola mia, me lo sento nelle ossa, il momento è vicino anche per me. Io e tua nonna non siamo mai stati separati tanto a lungo ed è tempo per me di raggiungerla. Non so se Dio mi perdonerà mai per i miei sbagli, ma Paradiso e Inferno sono solo parole, finché avrò la certezza che lei mi aspetterà all’ombra di quel ciliegio. Allora, questo ti chiedo, Lucille, portami da lei. Accompagnami a quel ciliegio, lì ci saluteremo, lì ci troverai sempre.

Ti voglio bene.

Con amore

Nonno Cesare”

Con fatica, e in certi momenti alzando la voce per sovrastare le proteste e lagne di Marlena, Lulù fece capire alla famiglia quanto fosse importante che nonno Cesare venisse cremato. Il prossimo passo fu quello di contattare l’ultimo fratello rimasto in vita di nonna Cherry per sapere dove si trovasse quel ciliegio. La proprietà di famiglia non c’era più, ma il ciliegio ergeva alto con le sue foglie brune d’autunno. Dopo una breve cerimonia in cui si spesero poche preziose parole e si sparsero le ceneri, Lulù fu l’ultima ad andarsene, e l’unica a vedere incise nel tronco due C, intrecciate a formare un cuore. Dove li avrebbe sempre trovati.

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Discussioni

  1. Anche qui, se pur con diverse vibrazioni rispetto alla Principessa Fiocco, si trova tra le righe la tua enorme sensibilità, e la capacità che hai di fare vedere il cuore grande dei tuoi personaggi. In poche righe mi hai fatto emozionare e trovo che, pur in poco spazio, sei riuscita a fare immaginare quanto il rapporto tra nonno e nipote fosse profondo. Un po’ vorrei poter sapere di più su di loro, ma al tempo stesso mi sento grato anche solo di aver avuto un piccolo scorcio sulle loro vite e sul loro rapporto, e di voler lasciare nel cuore di Lulù tutti i dettagli. Aspetto con gioia il tuo prossimo scritto, sicuro di emozionarmi ancora :’)

  2. Ciao Allison, complimenti, un racconto molto romantico.
    Come dice @ianni67 a volte le 1500 parole stanno strette, però questo racconto ha tanti spunti per farlo diventare una serie, secondo me interessante: la cugina che va a Parigi, il rapporto che poi c’è tra le cugine, il rapporto tra nonna e nonno, lo stesso alcolismo del nonno.
    Potrebbe venirne un bel progettino e dare respiro a quel tanto altro che c’è tra queste righe.

    1. Ciao Mattia! Grazie per aver dedicato il tuo tempo per il mio racconto. Ti dirò, é nato come una storia autoconclusiva, in un mio momento di fragilità, mi sono lasciata ispirare dalla canzone di Hozier “Work song” che mi tocca nel profondo. Ma non escludo che Lulù possa tornare per raccontarci qualcosa di più sulla sua famiglia 🤗

  3. Appena ho visto la tua pubblicazione ho mollato tutto e mi sono messo comodo e armato con una tazza di tè bollente e un sorriso dell’attesa finalmente soddisfatta. Ho adorato il tuo racconto. Sono andato anch’io a guardare nelle tasche del mio giubbotto e ho trovato una pen drive da 128Gb con dentro dei film del 2018, una bottiglietta di disinfettante spray del periodo pandemia e una siringa che usavo per allattare i micetti appena nati con il latte in polvere… Ti rendi conto di che potere hai? Mannaggia.

  4. Un bel racconto, con una bella storia ben scritta. Davvero toccante la descrizione del ritrovamento della lettera.
    Sento che del rapporto di Lulù con nonno Cesare c’è di più che non hai scritto. Un di più che avrebbe meritato uno zoom, una inquadratura stretta, un racconto a sé stante, magari completato con la lettera ed un flashback della visita all’albero. Talvolta le 1500 parole vanno davvero strette, anche se, giustamente, ci abituano ad una scrittura stringata ed incisiva che ben si adatta ai “tempi moderni”.

    1. Hai ben visto, Giancarlo. Infatti avevo in mente una scena d’apertura differente che si svolgeva durante l’infanzia di Lulù e mostrava come ai suoi occhi Nonno Cesare fosse forte, premuroso e arguto. Per ragioni di spazio ho dovuto modificare, ma in fondo, va bene anche così. Scrivere questo racconto é stato un passo fuori dalla mia comfort zone e sono contenta di come é uscito☺️ grazie del tuo tempo ✨