Sara adora i gatti

Fumavo. Sì, sì… lo so: è riprovevole. Per tante ragioni. Però mi siano riconosciute le generiche attenuanti! che il mio peccato sia quel poco alleggerito. Ero all’aperto e in solitudine: per prima cosa; e poi, be’…, la sigaretta era una di quelle celebrative: seguiva cioè qualcosa di notevole, detto oppure fatto, o magari soltanto pensato.

Mi godevo il vizio e il mio pretesto, immerso nel silenzio del giardino, al riparo dal sole di luglio seduto sotto il portico. Una piacevole condizione: rara, ideale; e perciò stesso caduca e transitoria: pronta a esser masticata dalla meccanica del mondo. E infatti così fu. Non era officiata la metà del rito in cui si onora col fuoco la pianta del tabacco, che il rovinio d’acciaio di pentole, di coperchi e di posate precipitati al pavimento venne, col frastuono, a rompere la quiete sonnolenta del primo pomeriggio. Le vibrazioni del metallo ancora piene di energia, tutte intente a dimenarsi prima di essere ammansite dall’afosa aria e ferma che riempiva il porticato, versi terribili di gatto si levarono, tagliando come un rasoio l’etere ispessito.

La mezza sigaretta, incompiuta, troncato il sacrificio dall’inopinato cataclisma, finì derelitta e ancora in fiamme in pasto al portacenere, a rinfocolare le consorelle, già passate per il fuoco inestinguibile che brucia sull’altare dei pretesti.

Allarmato dal trambusto, mi gettai in un impeto alla porta della cucina, aperta sull’ombroso porticato. La bestiola, gli occhi sbarrati, le pupille dilatate dal terrore, la gola contratta in un grido doloroso, stava sospesa a mezz’aria agitando forsennata le zampette, nel tentativo disperato di nuotare dentro l’aria, di camminare sopra il niente. Questo quadro innaturale, che violava in modo manifesto le leggi più banali della fisica, mi lasciò interdetto lì per lì: m’interrogavo sul prodigio, passato per un istante in secondo piano, lo ammetto, il soffrire del cuccioletto. Ma, ahimè, prodigio non era, e nemmeno offese le leggi della gravità. La coda del malcapitato era saldamente incastrata tra due cassettoni, quelli che stanno sotto i piani cottura, dove si accomodano le pentole con le loro pertinenze. Pentole e coperchi i quali, espulsi brutalmente dallo scomparto dedicato, giacevano sparpagliati sul pavimento, accompagnati alle forchette e qualche coltello senza filo. Penai non poco a liberare il tenero gattino, il quale, accecato dal terrore, menava a tutto spiano sciabolate alle mie braccia svestite dall’estate cogli artigli, quelli sì bene affilati. Appena sfuggito alla tagliola, toccato il pavimento, scappò chissà dove come un lampo, a cercar riparo, poveretto, a dimenticare l’esperienza grama.

Sara, lì accanto, in piedi, seguiva attenta le operazioni di soccorso, senza dire una parola.

A gatto messo in salvo, non potei evitarle una breve ramanzina, ma risoluta: non potevano trattarsi le bestie come bambole di stoffa. Queste sono vive, quelle pezzi di plastica inanimati. Non si dovevano riporre nei cassetti come cianfrusaglie, per quanto il contenuto sia levato per far spazio alle bestiole. Si correva il rischio di un’operazione malriuscita. Almeno lei se l’era cavata senza graffi, a differenza mia, mi venne da pensare.

Sara, un piede a terra e uno ciondolante che piroettava sulla punta, piegava la testa verso il basso, di tre quarti, con un sorrisino furbo e dolce dipinto sul visetto, sbirciando di sotto le belle sopracciglia, col più accattivante dei musini di bimba di tre anni che aveva in repertorio.

Quand’ebbi terminato la minuscola concione, pur senza dire una parola, la piccola diede segno eloquente d’aver compreso, a modo suo. S’avvicinò ai cassettoni. Aperse lentamente quello basso, e poi come un prestigiatore dal cilindro il candido coniglio, ne estrasse un secondo cucciolo felino, il quale, di certo più mansueto, s’era lasciato rinchiudere di buon grado tra padelle e casseruole. Per poi darsela a gambe anche lui, una volta liberato, sparendo in un baleno.

Spossata da fatiche ed emozioni, Sara ci mise mezzo minuto ad addormentarsi placida sul divano, consumando il meritato riposino.

Non passò molto tempo che, riapparsi dal rifugio, rispuntati non si sa da dove, i due animaletti ronfavano già a pancia all’aria accanto alla bimba, condividendo il suo sonno sacrosanto: uno di qua, uno di là: come gli alfieri a guardia della regina degli scacchi.

Sara adora i gatti. Non sorprende, dopotutto sono morbidi pupazzi che camminano da sé, senza neppure cambiar le batterie. Quello che sorprende, invece, è che i gatti adorano Sara.

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Discussioni

  1. Bello, bellissimo. Ti sto scoprendo stasera, e sono colpita dal come giochi con le parole e con questa meravigliosa lingua che condividiamo, piegandola al contenuto dei tuoi racconti.

  2. “Quello che sorprende, invece, è che i gatti adorano Sara.”
    Gatti e bambini condividono un mondo segreto. Bellissima prosa, mi unisco agli altri nel farti i miei complimenti.

  3. “Giocare” con le parole è un lusso che non tutti possono permettersi. E il concetto sia inteso nel senso più nobile. Qui c’è un amore evidente per la nostra lingua: o una evidente cantonata da parte mia.

    Una prova molto ben riuscita, godibile il testo nella sua leggiadra ironia, con sprazzi che, sotto il sorriso, fanno riflettere.

    Un applauso per la frase di chiusura. Vero colpo da maestro. Quanto e più del titolo.

  4. Questo racconto sembra quasi una narrazione poetica dove le parole sono scelte con cura e sanno d’altri tempi. L’immagine che ci viene presentata è un piccolo quadretto famigliare con un incidente di percorso. “Mi godevo il vizio e il mio pretesto” la frase che più mi è piaciuta