
Auruspici
Serie: Záhrada
- Episodio 1: Auruspici
- Episodio 2: Le case degli altri
- Episodio 3: L’inevitabilità delle cose
STAGIONE 1
Inalai profondamente l’ultimo refolo di aria pulita che era entrata, prima di voltarmi verso tutto il lavoro che mi aspettava. Avevo appena chiuso la porta dietro l’ultimo invitato. S ́era tutto raggrinzito sotto l’ombrello di pece mentre pucciava i piedi nelle pozzanghere. Nelle stanze l’aria stantia di sigaretta si mescolava al profumo dei fiori. Avevo dovuto fare una corsa dalla vicina per farmi prestare qualche vaso perché i mazzi erano troppi e non potevo abbandonarli sul pavimento.
Ci avrei messo tutta la sera a riordinare. Avevo la mandibola indolenzita per i tanti sbadigli e mi facevano male i piedi. Scarpe nere avevo solo quelle col tacco e quelle avevo messo, mannaggia a me. Ma a quel punto non me la sentivo di lasciare tutto così, lì in mezzo. Mi sentivo ospite in una casa dove da un momento all’altro sarebbe dovuto rientrare qualcuno e mi dispiaceva fargliela trovare in quelle condizioni.
A ben guardare c’era piú ingombro che sporcizia. Magari in un’oretta ce l’avrei fatta. Una selva di sedie mi ostacolava in ogni direzione. Dovevo attraversarla per raggiungere le finestre e far entrare un po’ d’aria. Le grandi finestre si trovavano dalla parte opposta del salone e la cosa piú sensata da fare mi sembrò quella di richiudere le sedie pieghevoli e farmi strada a mano a mano.
Le chiudevo e le appoggiavo alle altre che c’erano intorno e nel frattempo cercavo di trovarci un criterio per capire come metterle insieme per riordinarle meglio dopo: quelle con la spalliera rossa in cucina, le poltroncine di velluto lungo il muro del lungo corridoio, quelle di legno con l’imbottitura di pelle marrone nello studio. Quelle di mogano intarsiato sarebbero rimaste lì nel salone, non avrei dovuto fare la fatica di portarle su e giù per la casa. Ah sì, e c’erano anche lì in un angolo vicino al camino anche quelle della sala d’aspetto, verdi, comodissime.
Migliaia di persone erano passate in quei pochi giorni. Me lo aspettavo ma mi fece comunque un grande effetto. Persino Sua Eccellenza il Sindaco era venuto a rendere omaggio al compianto e prematuramente scomparso dott. Aurispici. Si era presentato con fascia tricolore, corona di fiori del Comune e tutto il resto.
Mariuccia se n’era andata con il naso gocciolante e il rossetto sbavato sul labbro superiore, aveva detto di non toccare nulla ché ci avrebbe pensato lei l’indomani. Non oggi, non se la sentiva ancora di mettere via, di fare posto al nuovo giorno che sarebbe arrivato. Voleva rendere omaggio anche col tempo dell’attesa e coltivare il ricordo degli attimi trascorsi. Era invecchiata. L’ultima volta che l’avevo vista era stato due anni prima. Era venuta lei a prendermi all’aeroporto e mi aveva fatto trovare in macchina un thermos di cioccolata calda e una ciambella con lo zucchero. Il mio aereo era arrivato in ritardo a causa dell’abbondante nevicata.
«Come quando eri piccola» mi aveva detto porgendomi il sacchettino. E io avevo infilato tutto in bocca, con grande gusto e piacere, per farla felice. La notte la mia celiachia mi aveva chiesto il conto e non avevo chiuso occhio. Avevo fatto il possibile per nascondere il mio disturbo per tutto il tempo della mia permanenza e alla fine era stato un bel Natale italiano, con il giro dei presepi e la messa e i regali. Avevamo fatto come se niente fosse successo ed era bello cosí.
Il mio ultimo aereo di qualche giorno prima, invece, era arrivato puntualissimo anche se avevo comprato un biglietto all’ultimo momento, mentre l’autista faceva lo slalom per farmi arrivare il prima possibile all’aeroporto. Il mio cellulare non faceva altro che strillare e non capivo per quale motivo al mondo avrei dovuto perdere il mio tempo a rispondere diplomaticamente a tutte quelle sentite condoglianze. Al mio arrivo, non c’era Mariuccia ma un altro taxi ad aspettarmi. Le era scaduta la patente, nel frattempo, e diceva di non aver più l’età per avere voglia di guidare.
La finestra del salone non aveva cigolato quando l’avevo aperta e l’aria umida della sera rinfrescava l’ambiente circolando liberamente. Non mi restava altro da fare che rimboccarmi le maniche e, prima di tutto, raccogliere tutte le sedie pieghevoli e andarle a posare in cantina. Mi ricordavo che la chiave stava sempre nel vaso di ceramica sulla consolle di vetro accanto alla porticina nel corridoio. Quando l’avevo completamente aperta non ci si vedeva niente. Potevo contare tre gradini al massimo; il quarto era giá inghiottito dal buio.
Presi il cellulare con una mano per farmi una torcia, e con l’altra afferrai tre sedie e cominciai a scendere. Quando arrivai alla fine della scala mi resi conto che la cantina era diventata un labirinto di scatoloni di cartone. I giochi di quando ero piccola erano spariti; anche tutti i colori sfolgoranti dei cappelli e dei kroj di mia madre e la vecchia macchina da cucire di mia nonna. Solo scatoloni dappertutto. Appoggiai le sedie che avevo in mano in modo maldestro e una colonna di questi scatoloni cadde per terra, innescando una reazione a catena ma, con mia grande sorpresa, il crollo non fu rovinoso e rumoroso ma soffice come di foglie d’autunno stropicciate sul prato. Il contenuto dello scatolone che stava in cima alla colonna più vicina mi si rovesciò delicatamente sui piedi. Erano buste. Lettere. Centinaia, no, migliaia di lettere. Tutte indirizzate a mio padre. Sul retro della busta c’era sempre scritto “Al dott. Auruspici” oppure semplicemente “dott. Auruspici”. Ad una rapida occhiata mi sembrò che ovunque mancasse il mittente.
Avrei voluto aprirle ma il cellulare non faceva abbastanza luce e rendeva i miei movimenti goffi e impacciati. Mettersi a cercare una lampadina per casa? O uscire e andare al primo supermercato per comprarne una? No, dove lo trovavo un supermercato aperto a quell’ora. La cosa più sensata da fare, mi sembrò risalire su in salotto, finire di sistemare e rimandare al giorno dopo la soluzione di quel mistero. Prima di tornare su, però, mi misi in tasca la prima lettera che mi capitò fra le mani. Quando arrivai nel corridoio, la aprii.
E cominciai a leggerla.
Serie: Záhrada
- Episodio 1: Auruspici
- Episodio 2: Le case degli altri
- Episodio 3: L’inevitabilità delle cose
Il buio che inghiotte gli scalini,il crollo degli scatoloni come foglie d’autunno…. Davvero belle descrizioni e ora sono curiosa di proseguire. Complimenti!
Grazie! 😘
Adoro il riferimento a John Muir 😊
Sono contento che ti sia piaciuto!
Accidenti Cesare, che stile! Complimenti!
Che grande onore mi fai, grazie!
Un inizio molto intrigante e promettente, che lascia una gran curiosità di scoprire cosa succederà in seguito.
Seguirò con piacere.
Grazie e a presto 😉
Mi ha molto incuriosito. Adesso, però, ti scrivo un PM!
Ci vediamo lì 👍
Bellissimo inizio Cesare, complimenti. Mi è piaciuta la scelta di una voce narrante al femminile. Sono curiosa di sapere il seguito.
Grazie ❤️
Questo è proprio piacevole e promette bene.
Grazie 🙂