Breve storia di un amore

Serie: Idillio romano


A parlare non sono i fatti bensì le emozioni. Quello che state per leggere è una specie di "tranche de vie" sentimentale...

Si svegliò assai presto quel mattino. Nonostante la finestra chiusa il gelo era penetrato per bene nella stanza e l’abbassamento della temperatura aveva contribuito a svegliarlo prima del previsto.

Da sotto la spessa coperta lisa sentiva il discreto ticchettio della pioggia che batteva sul davanzale; pioveva dalla sera prima e pareva che l’acqua, o meglio il battaglione di nembi che temporeggiavano sulla campagna circostante, non volesse cessare di procurare malumore alla rada distesa di creature senzienti, laggiù tra le colline. Eppure, si può ben dire, di malumore non c’era la minima traccia nella sua mente ancora annebbiata dal sonno. Giusto un’indefinibile inquietudine stava facendo capolino sull’uscio che separava la veglia dal torpore, e con un’insistenza ingiustificata lottava in lui per emergere e trovare nome; per un certo tempo, finché poté, non la considerò.

Giaceva supino al buio e non osava contrarre un muscolo per paura di rompere la bolla dell’incantesimo in cui s’era chiuso con lei la sera prima. Non erano forse stati per tanto tempo alla ricerca di quello, di un tempo relativamente esiguo in cui poter condividere i loro pensieri a forza di parole sussurrate, e di un altrettanto esiguo spazio per consumare il loro amore?

Avevano sussurrato lungamente, sì… E se li si fosse osservati comunicare (sì, è la parola giusta nella sua asetticità) in quel modo, coi volti ravvicinati, si avrebbe avuta forte l’impressione che si stessero scambiando confidenze e profonde riflessioni di chissà quale natura sotto una campana di vetro o di un qualche materiale ancor più resistente, duro al tatto, magari opaco alla vista – per l’appunto, un esiguo spazio. Ma se sotto una campana la fiamma di una candela, come risaputo, non tarderà ad estinguersi, al contrario, in barba ad ogni legge naturale, quella alimentata dal loro amore non era parsa, nel corso della conversazione che li aveva tenuti occupati, destinata a spegnersi, ed entrambi erano andati nutrendo la convinzione che presto la fiamma si sarebbe espansa in un vero e proprio fuoco.

E alle orecchie di ognuno le parole dell’altro erano giunte come musica assai più che gradita, desiderata da tempo immemorabile: non sarebbe servita a nulla nemmeno la pura constatazione che perfino di musica avevano parlato; non faceva differenza: a prescindere dall’argomento affrontato, le loro corde vocali, le loro voci arrochite dal fumo di una ventina di sigarette a testa erano gli strumenti che suonavano per esibirsi in una serenata notturna, per avere ognuno salda la convinzione di aver ammaliato l’altro. E forse, si può ben dire, nemmeno di questa manifestazione avrebbero avuto bisogno: magari pure nel silenzio si sarebbero conquistati e riconquistati.

Ora all’armonia sottostante della pioggia faceva da rassicurante contrappunto il respiro di lei, a pochi centimetri dal suo orecchio destro. Ora che ne sentiva il respiro smorzato e punteggiato a intermittenza dal precipitare delle gocce si sentiva tranquillo; ma si sentiva, al contempo, in dovere di tacere perché, come aveva scritto Tagore, l’amore inespresso è sacro.

Il buio lo invogliava a tenere una fitta conversazione interiore, un intrico di domande e risposte tronche perché subito sostituite da altri interrogativi che saettavano dal profondo di quel dedalo che era la sua mente; aveva le palpebre chiuse, ma se qualcuno si fosse preso la briga di forzare lo scrigno che era il suo sguardo avrebbe di sicuro scorso dei luminescenti punti interrogativi al centro delle pupille.

Il buio lo dissuadeva da ogni proposito di rompere la bolla magica: che ne sarebbe stato della giornata appena iniziata (almeno per lui)? Perché svegliarla anzitempo? Svegliarla di proposito o meno, non importava, perché in quel momento null’altro voleva se non ricordare e ricordare in solitudine. Solitudine relativa, certo, perché lei gli dormiva al fianco.

E quindi, sempre silente, senza muovere un muscolo se non appena il diaframma, egli seguitava a ripercorrere con la memoria l’andamento placido dei discorsi tenuti fino a qualche ora prima: si erano addormentati proprio tardi. Ma se lei era caduta ben presto nell’oblio, non prima di averlo gratificato di un sorriso ricolmo d’un amore sconfinato di cui lui era il solo e privilegiato destinatario, un sorriso altresì leonardescamente enigmatico alla fioca luce della lampadina sul comodino, lui, dopo che era calato orizzontalmente il sipario – si fa per dire – della coperta sui loro corpi accaldati, aveva faticato (e non poco) a prendere sonno, poiché ancora provato, seppure in positivo, da quell’andamento di cui sopra che la serata aveva preso non appena s’erano coricati. Perché, se proprio volessimo raffigurare su un diagramma cartesiano l’andamento delle ore precedenti, diremmo che questo si potrebbe ben rappresentare con un esponenziale o qualcosa del genere: un timido accenno di curva e poi la brusca impennata verso l’alto.

Ma il sonno era sopraggiunto, si era intromesso sottilmente in quella curva che sembrava puntare all’infinito verso l’alto assecondando il battito in accelerazione dei loro cuori sincronizzati: ne aveva interrotto per qualche ora il suo incedere voluttuoso, e la curva, finalmente, s’era interrotta nel cuore della notte anche per lui.

Ora che era sveglio, con gli occhi ancora chiusi, s’accorgeva che il suo cuore riprendeva a pulsare a un certo ritmo, e ciò era meraviglioso e preoccupante al contempo. Che avesse due cuori a contenere sentimenti contrastanti? O che si stesse presentando un’indecifrabile discrepanza tra il cuore e il cervello?

L’oscurità, passata una buona mezz’ora a ricordare – a tentare di farlo, per dir la verità –, stava assumendo le caratteristiche sempre più evidenti e inquietanti proprie degli oggetti solidi. Si sentiva stretto in uno spazio angusto, in un budello frutto del suo rimuginare. Piano piano sentiva di aver bisogno di un nuovo spazio mentale, di una grandezza pari all’amore sconfinato che lei – ne era sicuro –, con quel suo sorriso, provava per lui.

Aprì gli occhi: furono trafitti dai primi timidi raggi del sole; e gli ci volle qualche secondo per rendersi conto che il loro ingresso discreto dalla finestra rendeva il buio un’entità più garbata, quasi dai contorni meno spigolosi.

Serie: Idillio romano


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Discussioni

  1. Questa storia è un piccolo capolavoro di introspezione e poesia. Parla d’amore, ma non in modo banale o scontato. Esplora le sfumature più sottili delle emozioni umane, il contrasto tra la perfezione di un momento e l’inevitabile scorrere del tempo. È una storia che invita a rallentare, a riflettere, a sentire. E, soprattutto, a ricordare che spesso i momenti più belli sono quelli che non possono essere raccontati a parole, ma solo vissuti e custoditi nel cuore. Mi piace molto il tuo stile, scrivi molto bene.

  2. Ciao Giacomo, ho letto con attenzione e interesse questa sorta di auto analisi del personaggio che, se posso spingermi oltre, mi ricorda le pellicole di James Ivory. Tutto ruota attorno a questo giovane uomo, lei serve da musa ispiratrice per una costruzione mentale che riflette all’esterno l’animo di lui. Concordo con Giuseppe sul fatto che a tratti la lettura risulta faticosa. Tuttavia, la centralità sta lì e certamente, spostare il punto di vista farebbe perdere di valore al testo. Forse, dovresti semplicemente ‘limare’ qualche concetto su cui ti soffermi eccessivamente e snellire la prosa da ridondanze. Tuttavia, ritengo che tu abbia uno stile veramente particolare e originale e che tu lo debba preservare.

    1. Ciao! Non avendo mai visto nulla di Ivory, be’… si tratta di un’analogia che non ho ricercato, involontaria, ma dal momento che l’hai nominato mi informerò sui suoi film, sono curioso di trovare qualche somiglianza, e se hai qualche titolo da consigliarmi dimmi pure! In ogni caso sono pienamente d’accordo sulla necessità di “limare” (e, aggiungo io, sulla necessità della revisione continua cara, per fare un nome, a Hemingway), ma siccome sono pigro e mi sono lasciato prendere dalla fretta ho pubblicato questo pezzo dopo averlo scritto praticamente di getto. Spero di fare un lavoro migliore con i prossimi episodi della storia. Grazie del riscontro e un saluto!

      1. La filmografia di Ivory è vasta e deve piacere. Si tratta di un cinamendi introspezione, di poca azione, riflessivo. Se posso dire a quale film il tuo racconto mi ha fatto pensare, allora ti citerei Maurice per via del rapporto amoroso vissuto dal protagonista, quasi totalmente privo di fisicità. Per il resto, direi che il tuo è già un lavoro molto buono ☺️

  3. Non è breve, è sconsideratamente e dettagliatamente analizzata questa percezione d’amore. Unilaterale ma esaustiva. Scritta bene ma faticosa. Mi complimento perché la trovo affascinante ma mi aspetto anche altro Giacomo, perché la capacità di raccontare ce l’hai di sicuro!

    1. Molte grazie del riscontro. Posso capire la “fatica” che si può provare a leggere qualcosa di mio, in molti me la fanno notare, e sto lavorando per snellire la prosa e renderla più accessibile e scorrevole. In ogni caso sto elaborando un seguito di questo pezzo che lei ha letto. Spero di finirlo e pubblicarlo al più presto. Un saluto!

      1. Faticosa si, ma con accezione positiva. Faticosa come tutte le profonde introspezioni, che non sono tue e quindi richiedono una lettura attenta e un’interpretazione quanto più vicina alla comprensione dell’autore. Dammi del tu Giacomo, non contribuire anche tu a farmi sentire vecchio.😜