Capitolo I, parte I: quando nevicò a Perkins, Oklahoma

Serie: A White Tuesday Story

Perché quel martedì era un bel martedì?

Perché non nevicava così tanto a Perkins, Oklahoma, da almeno vent’anni, nossignore. Il vecchio Adam, barbiere dalla notte dei tempi, diceva che non si vedeva tutta quella neve da quando il braccio destro gli funzionava ancora bene.

– Quando avevo un destro che faceva concorrenza a quello di Whitey Ford! – diceva, e poi sputava una nube di fumo scuro come la pece ma profumato di vero tabacco americano.

– Avrei potuto essere io al posto di quello Yankee figlio di puttana – continuava, e poi raccontava di come i suoi fossero poveri, di come si fosse dovuto fare le ossa da solo a lustrare scarpe per qualche penny e di Bob Black Coffee, il nero che gli aveva insegnato come radere un uomo a lama senza tagliargli la gola.

– Quel figlio di puttana era negro, ma sapeva il fatto suo! –

Per Adam erano tutti figli di puttana. Figlio di puttana questo, figlio di puttana quello. Nessuno che fosse mai un bravo uomo o una brava donna. A volte diceva che qualcuno era un buon figlio di puttana, ma sempre figlio di puttana rimaneva. Lo diceva talmente spesso che i bambini di Perkins, Oklahoma, avevano imparato ad ignorarlo. Semplicemente non si scandalizzavano neanche più e qualcuno fra i più temerari lo imitava fino a prendersi uno sganascione sui denti dalla mamma.

Max Cook però non la aveva mai ripetuta la parola con la P. Nemmeno quando Eugene Nelson, il bullo della classe, lo aveva lasciato a braghe calate nel mezzo del corridoio durante la ricreazione. Si era limitato a tirarsi su i pantaloni, allacciare meglio la cintura e andare verso l’armadietto.

Era un bravo ragazzo Max, e quelle cose non lo toccavano minimamente. Sapeva che tutte quelle persone sarebbero finite a fare lavori mediocri o al massimo negli uffici dei papà, passando il resto della loro vita in modo infelice. Quindi lasciava che si godessero quei momenti di ilarità prima che la loro media scolastica precludesse loro gli accessi ad Harvard o alla Columbia.

Certo, erano pensieri profondi per un ragazzino di tredici anni, ma la mamma gliel’aveva ripetuto talmente tante volte che ormai ne era profondamente convinto.

Quel giorno stava ascoltando Adam bestemmiare contro chissà chi mentre gli sistemava la zazzera di capelli ricci e ramati ma le parole gli arrivavano come se la bocca del barbiere fosse molto più lontana di dove in realtà si trovava. Fuori era tutto così bianco che Max non poteva fare a meno di farsi rapire da quel candore. Nemmeno il Gameboy che aveva in tasca riusciva ad avere in lui così tanta attrattiva in quello strano martedì e Dio solo sa quanto Max amasse quella dannata console.

– Adam ti dispiace se quando finisci aspetto un po’ qua da te? Sta nevicando troppo per tornare a piedi – chiese al barbiere, interrompendo il suo flusso di pensieri e quello di insulti del coiffeur.

– Mh, sì, ma non fare troppo tardi che poi tua madre fa il culo a me – commentò secco Adam, inondando la stanza di fumo.

Effettivamente la signora Cook era una bella rompiscatole quando ci si metteva. Non universalmente, sia chiaro. Semplicemente era una di quelle donne che sapevano il fatto loro da tutta la vita. Chi la conosceva a Perkins, Oklahoma, avrebbe giurato di sentirle dire già a otto anni che avrebbe sposato un giardiniere e che avrebbero avuto una villetta in periferia e un figlio. E così fece: diventò la segretaria della ditta di cura dei giardini “Cook&Cook”, sposò uno dei due fratelli e assieme ebbero un figlio che, ironia della sorte, aveva un cespuglio indomabile al posto dei capelli.

– Dovrebbe sistemarteli tuo padre, mica io – rise Adam, dando una pacca sulla spalla al ragazzino.

– Va’ ora, almeno spostati dalla sedia e fa i compiti, o quello che fanno i bambini come te.

Max si alzò sbuffando, si lanciò sul divano di attesa e appoggiò la testa stancamente al gomito, bofonchiando un “non sono un bambino” troppo flebile perché qualcuno lo sentisse davvero. Sicuro la sua stazza non contribuiva a fargli dare più anni di quanti ne avesse: alto appena un metro e cinquanta, era sempre stato il più gracile dei suoi compagni e sembrava che lo sviluppo tardasse ad arrivare. E così mentre i suoi amici iniziavano ad avere qualche pelo, Max rimaneva totalmente imberbe, basso e con la pelle chiara che gli dava un’aria non proprio sanissima.

– Crescerai, come fanno tutte le carote come te – gli diceva sempre sua mamma, con un tono per cui essere chiamato carota non era un insulto ma la migliore delle coccole.

Ora, mentre guardava fuori, pensava ancora a quanto avrebbe dovuto aspettare e guardava la neve mossa dal vento girare in spirali senza nessuna forma.

Sul marciapiedi, qualche sconosciuto camminava imbacuccato in cappotti dal colletto alzato e sfidando la tormenta, mentre i lampioni si accendevano in fila annunciando l’arrivo della sera. Per ingannare il tempo, Max tirò fuori il Gameboy. Aveva con sé solo la cassetta di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, che i suoi genitori gli avevano regalato come anticipo sul regalo di Natale. Non era un’abitudine della famiglia Cook fare regali in anticipo, ma gliel’avevano promesso se fosse andato bene a scuola nel primo trimestre. E Max era andato più che bene. La preside Perry lo aveva messo addirittura in una serie di corsi di potenziamento nelle discipline scientifiche, parlando in modo troppo concitato con la signora Cook di test IQ e inizio anticipato delle scuole superiori. Sembrava che tutti avessero su di lui grandi aspettative ma nessuno gli aveva mai chiesto che aspettative avesse lui su se stesso. Una domanda troppo complicata forse per un ragazzino delle medie, ma la mamma gli aveva parlato così spesso di aspettative che avrebbe saputo cosa rispondere.

Nel frattempo finiva per l’ennesima volta Roger Rabbit e guardava fuori. Sì perché oltre alla scuola Max era anche molto bravo con i videogiochi. Non che la cosa lo avrebbe aiutato chissà quanto nella sua vita studentesca, ma sembrava che il Gameboy fosse una specie di prolungamento del suo corpo. Non aveva mai avuto la minima difficoltà a finire alcun gioco, tant’è che Charlie Parker gli diceva che sembrava prevedesse prima le mosse del computer. Ovviamente non era QUEL Charlie Parker, ma semplicemente il figlio di due musicisti di Perkins, Oklahoma, che avevano voluto rendere omaggio al grande sassofonista. In compenso Charlie, il compagno di scuola e amico di Max, era una scarpa in musica ma aveva un discreto talento nel canto. E nel lanciare caccole con una precisione millimetrica, anche. Una volta aveva colpito lo chignon della preside Perry durante la ricreazione in mezzo al corridoio e con una distanza di almeno tre metri.

– Che ci volete fare, uno con certe cose ci nasce – diceva sempre, prima che le ragazze lo schivassero con aria disgustata.

Anche in quel momento avrebbe detto a Max che era un mostro. Una specie di robot privo di emozioni che li avrebbe sterminati tutti.

Per due motivi: prima di tutto per la bravura nei videogiochi; e poi perché a Max non sembravano interessare le ragazze della scuola media Tryon di Perkins, Oklahoma. Nemmeno quelle degli altri istituti, se è per questo. Nemmeno quelle di questo mondo, se è per questo.

– Te la dovranno mandare dallo spazio, testa gonfia! – lo prendeva in giro Jo Morales. Se Max aveva qualche ritardo nella crescita, Jo era l’esatto opposto: a tredici anni sembrava quasi un ventenne, con tutti i peli al loro posto, una muscolatura da far invidia ad uno sportivo e il suo metro e novantacinque di altezza. In realtà non sapevano se avesse davvero tredici anni. Un giorno, circa sei anni prima, era stato ritrovato in un vicolo di Perkins, Oklahoma, gonfio di botte e con un vestito grigio sporco di sangue addosso. Al tempo era un bambino e diceva di avere sette anni, ma quando gli chiesero nome e provenienza smise di parlare. Riprese solo circa un anno dopo, quando i Morales lo presero in affidamento senza fare troppe domande. Pensarono fosse il triste risultato di qualche scabrosa storia di immigrazione latina, droga e clandestinità. Ma nessuno volle indagare, visto che il piccolo iniziò a condurre una vita piuttosto agiata. E poi a nessuno piacevano gli affari scomodi a Perkins, Oklahoma.

Nel frattempo il vento aveva smesso di soffiare. La tormenta si era trasformata in una fitta nevicata dall’alto, che imbiancava le teste ma almeno non rischiava di portare via chi pesasse sotto i sessanta chili. In quel caso Max sarebbe stato totalmente spacciato.

Serie: A White Tuesday Story
  • Episodio 1: Capitolo I, parte I: quando nevicò a Perkins, Oklahoma
  • Episodio 2: Capitolo I, parte II: quando nevicò a Perkins, Oklahoma
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    Discussioni

    1. Ciao Gianluca, di primo acchito avevo pensato a un racconto ambientato nel vecchio West: le suggestioni c’erano tutte. Poi è virato sul protagonista cambiando totalmente registro. Mi ha sorpresa, incuriosita, e fin da subito ho provato empatia per Max (contestualizzato benissimo nel suo intorno). Si preannuncia una bella serie 😀

    2. ” Il vecchio Adam, barbiere dalla notte dei tempi, diceva che non si vedeva tutta quella neve da quando il braccio destro gli funzionava ancora bene.”
      Mi ha fatto ridere, so che non era questo l’intento ma questa espressione sembra fare il verso a certi film western in cui il vecchietto di turno racconta storie di vita vissuta 😂

      1. La suggestione è quella. E’ come mi immagino che racconterebbe la storia un indigeno di Perkins, cresciuto nei suoi spazi provinciali da generazioni.