Che fine ha fatto Margherita?

Serie: Che fine ha fatto Margherita?


Erano mesi che ormai non moriva nessuno in modo sospetto. Nessuno su cui indagare, nemmeno un marito assassino o che ne so, un clandestino da stanare. Di questo passo ,avrei cominciato a uccidere io qualcuno per poi iniziare a giocare al grande investigatore.Lanciai nel cestino il depliant del centro massaggi e mi scrocchiai il collo, poi guardai fuori dalla finestra. C’era una vecchietta tutta gobba e tremolante che aspettava di attraversare la strada. Povera signora. Un ragazzo le si avvicinò offrendole il braccio, la vecchietta sorrise e si tenne a lui. Dopo un minuto buono raggiunsero l’altro lato, lei lo ringraziò e lui felice la salutò. Allora Dio esiste ancora nei cuori della gente, pensai. Stavo per voltarmi quando vidi la vecchietta estrarre dalla tasca un portafoglio nero da uomo, aprirlo e svuotarlo del contenuto, poi lo gettò nell’immondizia. Gesù! Non credevo ai miei occhi! La porta del mio ufficio si spalancò e Rizzetto, il mio pupillo,  raggiunse la mia scrivania.

“Oh” esclamai io,” una vecchietta ha appena derubato un ragazzo che l’aiutata ad attraversare la strada! Sta’stronza! Ora è sparita! Non immagini lo sguardo malefico che aveva, guarda. Cioè, cazzo, se ci arriva una chiamata da una casa di riposo io non ci vado. Quelli ti aspettano con la lupara carica dentro i pannoloni e ti seccano. Ho paura. T’immagini se mia madre in realtà fosse così? Che Dio ci aiuti, guarda.”

Rizzetto rimase a fissarmi perplesso. Io lo guardai di traverso.

“Che vuoi, Rizzetto?”

“Commissario, buone notizie, o meglio brutte per la vittima, cioè, insomma, va beh, in pratica c’è scappato il morto.” disse lui..

“Sei serio?”

“Sì, commissario. Al civico 4 in via Maxwell”

“Sia lodato il cielo! Temevo che avrei giocato con il ventilatore e le palline di carta fino alla pensione. Andiamo” dissi prendendo l’impermeabile e il borsalino.

”Il crimine chiama. Ma prima, passiamo a prendere i toscanelli.”

Mi accesi un toscanello mentre scendevo dalla volante. Rizzetto era già qualche metro davanti a me. Soffiai sul braciere del sigaro per dargli più fuoco. Feci un lungo tiro e buttai fuori rilassandomi e alzando gli occhi al cielo. Era grigio, uggioso e stava diventando nero e una pioggia sottile veniva giù. L’aria era carica di elettricità ed ero sicuro che entro sera sarebbe venuto giù il mondo. Appena terminai quel pensiero, un tuono simile ad un camion schiantatosi lì vicino ruggì in quel pomeriggio. Ero troppo intelligente. Dovevo fare il meteorologo, invece del commissario. Fuori dalla palazzina c’erano giornalisti e curiosi, oltre che gli agenti di polizia.

“Aria, Aria. Qui non c’è nulla da vedere, a meno che non vogliate vedere me” dissi io, dimostrando tutta la mia professionalità. Qualcuno lì vicino urlò che un camion si era schiantato dietro l’angolo.

Io e Rizzetto raggiungemmo l’appartamento della vittima. Era tutto al buio: le imposte erano serrate e l’odore di morte era intenso. Mungiardi era subito dentro l’appartamento, ad attendermi. Lo salutai facendo finta di dargli un pugno nelle palle e lui si piegò d’istinto. Solo io risi, ma perché loro sono persone tristi. Luca Mungiardi era un ragazzone in carne con la faccia paonazza e le guance perennemente rosee. Girava voce che il poverino avesse un pene assolutamente piccolo , che quasi scompariva nel suo pube peloso. Potevano essere voci di corridoio, messe in giro da qualche agente infame per prendersi gioco di lui, certo, ma i suoi modi di fare davano l’impressione che fosse un bambinone incapace di ragionare come un uomo adulto, spinto da determinati istinti naturali. Lo avevo sempre difeso quando qualcuno lo sfotteva, ma anche secondo me era sottodotato. 

“Cosa abbiamo qui?” chiesi io, sfoggiando la mia battuta migliore.

“Una donna , commissario. Beatrice Lunzi di anni quarantacinque. La casa è di sua proprietà e vive con la figlia che al momento non riusciamo a rintracciare. Il vicino ha detto che era un po’ di giorni che non sentiva rumori e allora, lui e la moglie, sono venuti a suonare ma niente. Allora l’hanno chiamata, ma niente. Alla fine hanno usato il duplicato delle chiavi e sono entrati. L’odore li ha stesi e allora hanno chiamato la polizia.” disse Mungiardi.

“La figlia non si trova? Cellulare ? Scuola? Nulla?” chiese Rizzetto, mentre io mi avviavo verso la camera da letto da dove i flash delle macchine fotografiche spezzavano il buio di quella tomba e Mungiardi diceva che sembrava sparita nel nulla per ora.

C’era qualcosa che puzzava in quella storia e non era il cadavere della signora, ma un omicidio commesso giorni prima, nessun allarme lanciato dalla figlia avrebbe dovuto trovarla poco dopo, rincasando. Le cose sono due,pensai, entrando nella camera dove si trovava il cadavere, o la figlia è la colpevole o è il motivo per cui la madre è morta. La donna era stesa sul letto, nuda. Le gambe e le braccia erano aperte come per formare una stella. La parte pubica della donna era gonfia e tumefatta, mentre la pelle aveva cominciato ad avere un colorito grigiastro. La gola era stata tagliata con violenza tale che il taglio aveva raggiunto la laringe. Così a occhio e croce, sarà stato profondo tre centimetri se non quattro. Gli occhi fissavano il soffitto come a indicare qualcosa, o a chiedere aiuto agli angeli. Il sangue era su tutta la superficie alta del letto.

“Qualcuno apra le finestre, per la miseria. Come cazzo si fa a lavorare con questo odore.” dissi io ad un agente li vicino, poi chiamai Rizzetto.

“Si, commissario.”

“Ma chiamami Edgar, che è sta stronzata del commissario? Lavoriamo assieme da dieci anni e vieni a vedere le partite a casa mia e ancora “Commissario” dici? ” dissi io, stufo.

“E’ che non mi sembra professionale, Ed.”

“Ma vai a cagare. Segni di effrazione? Arma del delitto?”

“Nulla”

Tirai fuori il taccuino e presi nota.

“Sà, facciamo che ogni cosa nel perimetro del letto, comprese lenzuola e copri cuscini la analizzate e le mandate in laboratorio. Approposito, dove cazzo è Deodato?” chiesi a Mungiardi. 

Deodato era il medico legale, per la precisione il numero tre a vedere le partite del Milan a casa mia insieme a Rizzatto, ergo, gli unici amici che avevo.

“Doveva già essere qui, commissario” disse l’agente.

“Pure la mia pensione doveva essere già qui, Cristo Dio. Va beh Rizzetto, vieni con me dai vicini. Mungiardi prendi qualche agente e falli trottare dal primo all’ ultimo piano a interrogare cristiani. Ci vediamo in centrale.” 

“E se fossero musulmani? O buddisti?” chiese Mungiardi.

“Ma sei pirla o cosa? E’ un modo di dire, non mi interessa in cosa credono ne se vengono da Capadocia, Burundi o Forlimpopoli. Interroga chiunque e quelli che non sono a casa segnali.” dissi io uscendo dall’ appartamento, accendendo un toscanello mentre mi avviavo dai vicini con Rizzetto.

“Se indago io, non scappa nemmeno una mosca.”

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Discussioni

  1. Finalmente un giallo! Era parecchio che non me ne capitava uno, quindi mi sono tuffata nella tua storia. Ottimo incipit e mi piace pure la scelta del POV in prima persona, anche perché i pensieri del protagonista meritano di essere letti. Bene le descrizioni, un primo capitolo promettente. Un appunto: verso il finale quel “dissi io” avrei tagliato “io”. A rileggerti.

  2. Bel pezzo, piacevole la lettura che ti permette di immergerti nel personaggio e ho trovato i dialoghi particolarmente azzeccati. Inutile commentare lo stile perfettamente compatibile con il contesto. Con questo racconto si intravede da parte tua una naturale inclinazione per questo genere. Continua cosi 😉

  3. Descrivere la scena di un delitto non è facile , fare l’investigatore ancora meno. Sembri un drone che vola sulla città , la tua scrittura mi ha catturata , entri delicatamente nella psicologia dei personaggi . Continua così!

  4. Grazie di cuore. Premetto che ho avuto qualche inconvemiente con la stesura e per questo chiedo scusa. Di solito non sbaglio certe piccolezze e mi spiace. Nel prossimo episodio starò più attento. Comunque grazie Tiziano, quello di strappare una risata è uno degli obbiettivi di questa serie. Grazie mille ancora!

  5. Mentre leggevo, in almeno un paio di occasioni, sono scoppiato a ridere. In questo incipit dal taglio classico e dai fondamentali tipici del suo genere, a spiccare è lo stile fluido ed ironico, che appare dunque il vero tratto identificativo dell’opera. Poche battute sono bastate a caratterizzare adeguatamente il profilo dissipato del detective e l’atteggiamento appena sufficiente di Rizzetto. Unico appunto di forma: in alcuni passaggi manca lo spazio tra le virgole e i dialoghi non vanno accapo quando le voci si alternano (immagino che queste sviste siano dovute al primo approccio con l’editor di scrittura della piattaforma).