Domenica

Serie: 11


Mamma ha fatto celebrare una messa in suffragio, nella chiesa di S. Peter. Il sacerdote ha terminato il suo ricordo di papà. È assurdo come sembrava averne più lui, di me, suo figlio.

Tra i fedeli c’è il portinaio al quale mamma ha regalato una crema per il nipote. Una signora con un cappello verde, che ho visto con lei, credo a qualche riunione. Il nostro vicino Carlos, appena qualche banco dietro di noi. Durante le letture un pezzo grosso della marina, incurante del rituale, è venuto a stringere la mano a mamma. Probabilmente se ne andrà prima della fine.

Mamma si alza e sale all’altare a leggere le preghiere dei fedeli. Le si incrina la voce quando recita quella per l’anima di papà e per il sollievo di quelli che gli hanno voluto bene. 

Io non ho provato sollievo, semmai rabbia e credo mi si legga in faccia. 

*

Lasciamo che la maggior parte dei fedeli esca. Mamma mi prende sotto braccio e mi sussurra all’orecchio di essere gentile con chi verrà a salutarci. 

– Signora Parker.

– Reverendo Malcolm.

Le prende la mano tra le sue.

– Grazie per le belle parole.

– Eugene, vero?

Lo riconosco solo adesso, è lo stesso che aveva celebrato il funerale. Curioso come mi sia scordato il suo volto e ricordi quello della donna giapponese che non rivedrò mai più in tutta la mia vita.

Mi volto di scatto, per cercarla tra i banchi, ma non c’è mai stata. Un filippino sta spegnendo le luci dei confessionali e le candele votive.

– Tesoro, il reverendo sta parlando con te.

Mi rigiro verso Malcolm, che mi guarda come il buon pastore.

– Non si preoccupi, il ricordo di una persona cara è sempre doloroso.

Deve aver frainteso il mio stato d’animo.

– Venite, parleremo fuori. – Indica la porta in fondo alla chiesa. – Buona domenica, Mike, – si congeda dal filippino.

Ci avviamo verso la luce che splende nel rettangolo del portale d’ingresso. Sarà questo che si vede dopo la morte.

La facciata in stile greco è l’altro lato della medaglia di quelle dei grattacieli moderni che la sommergono.  Fermo tra le due colonne centrali, vedo le due colonne di Manhattan, poche strade più in là. C’è il funambolo che cammina tra le Twin Towers, sulla schermata del mio telefono.

La vita non è forse camminare su una corda, tra due punti fissi, ma con il pericolo di cadere in qualsiasi punto della passeggiata?

In fondo alla rampa per i disabili, il marinaio, in posizione di riposo, presenzia alla telefonata del suo superiore. Una questione di sicurezza nazionale? 

Quante volte l’ho sentito dire a papà, perché non voleva rispondere alle mie domande di bambino. E lo diceva con tono marziale, come se potessi, con le mie domande sparate a bruciapelo, scoperchiare il velo di menzogne con il quale da sempre il potere si cela agli occhi di chi ne è escluso. 

I bambini sono un pericolo, con la loro sincerità.

Scendo la rampa.

Riposto il telefono, il militare si toglie il cappello e lo infila sotto braccio. Si avvicina, tendendo la mano. Il reverendo si defila di un passo.

– Signora Parker, sono l’ammiraglio Baynes, il diretto superiore di suo marito in Giappone.

– Ammiraglio. Grazie di essere venuto.

– Dovere. Eravamo amici, più che commilitoni.

Noto il reverendo che dubita, forse abituato in confessione a capire chi mente sui peccati commessi.

– Parlava spesso di lei, ammiraglio Baynes, – conferma mamma.

Non ricordo affatto questo particolare, ma l’ammiraglio ne è compiaciuto, quasi sollevato che la sua bugia venga creduta.

– E tu, figliolo, devi essere orgoglioso di tuo padre. – Baynes torreggia su di me.

– Non posso dire di averlo conosciuto così bene, – rispondo, di impulso, prima che mamma possa farmi qualsiasi gesto intimidatorio.

L’ammiraglio sembra colpito nell’orgoglio.

A sbrogliare la matassa interviene ancora il marinaio.

Baynes sorride a mamma, mentre ignora me e Malcolm. Quindi gira sui tacchi e si allontanano verso un’auto che sta accostando.

Mamma è infuriata. – Tesoro!

– Vado a farmi un giro, – annuncio, girando la sedia.

– Tu non vai da nessuna… – inizia, ma poi tace.

Non la vedo, ma sento la voce del reverendo. – Sarà il caso che le parli, signora Parker. Visto che… mi capisce.

E di cos’altro dovrebbero parlare, se non della mia morte?

Svoltato l’angolo della chiesa, incontro un soldato appoggiato al muro dell’edificio, che parla al telefono. La borsa posata con noncuranza a terra, non lascia spazio sufficiente, costringendo i passanti a urtarsi per passare. Io, sulla sedia, non ci riesco proprio.

– Quando hai deciso di arruolarti? – chiede.

Indossa la divisa dei Marines. Parla ad alta voce, come se non ci fosse nessun altro attorno.

– Hai fatto bene, – continua, – ci sarà da spaccare il culo a tanti arabi. Ci divertiremo a farne saltare in aria qualcuno!

Mi infastidisce questa sua arroganza.

Cambia gamba d’appoggio, colpendo il borsone e mandandolo ancora di più in mezzo ai piedi. Lo fisso, con l’intento di fargli capire che non ci passo, se non sposta la sua borsa merdosa.

Per alcuni istanti ascolta l’interlocutore, con un sorriso stronzo in faccia.

Non resisto e mi lascio sfuggire un insulto.

Stacca il telefono dall’orecchio. – Dici a me?

Non replico subito, ma ormai il tasto di autodistruzione è stato pigiato.

– Hai qualche problema, amico? – riprende.

– Secondo te, sapientone?

– Aspetta un attimo, – dice al microfono, – devo sistemare uno stronzetto.

Si stacca dal muro, stirandosi la divisa. Mi si avvicina. Non gli tolgo gli occhi di dosso. Adesso sembra chiedersi se conosca quel tizio in carrozzella.

– Io ti ho già visto. – Mi indica con il dito. – Sei Eugene Parker, il miglior quarterback…

– L’hai capito che devi levarti dai piedi che non ci passo?

È sorpreso dal rifiuto alla sua proposta di pace. Si fa aggressivo. – Sei bravo a piangerti addosso, amico! Intanto c’è chi si fa un culo così per questo benedetto paese!

Dicono tutti le stesse stronzate. – Immagino che stai parlando di te… che ti nascondi dietro a quella divisa pulita e agli ordini di qualche generale ricoperto di stellette.

Sembra si sia fatto il vuoto attorno a noi, oppure sono io che non vedo che la mia rabbia.

– Esatto! Parlo proprio di me e di migliaia di ragazzi che si fanno ammazzare per gente come te! Pensi di essere l’unico a essere finito male? Và a dirlo a mia madre, che mio fratello lo vede ogni fottuto giorno su una lapide bianca! Tu la stai sporcando con la merda che ti sei fatto addosso! Vigliacco!

Mi sento letteralmente bruciare il volto. Vorrei alzarmi e fargli vedere che non sono un codardo, ma qualcosa di indefinito mi sfiora la spalla. Solo adesso mi rendo conto della folla che si è fatta attorno. Scommetto che sono tutti dalla sua parte e questo mi fa andare ancora più fuori.

Perché imbocchiamo inevitabilmente la via verso l’autodistruzione?

– Credi che non vorrei stare sotto tre metri di terra, piuttosto che vivere questa vita schifosa? – Mi sollevo dalla sedia a forza di braccia, ma non mi reggono più per la tensione. – E fammi il piacere di non darmi lezioni. Io la conosco bene quella divisa! Pensavo che dentro ci fossero degli uomini. Invece mi sbagliavo. – Mi lascio ricadere. – Per me non significa niente.

Sono svuotato di ogni energia. Troppo infuriato per piangere. 

Il soldato mi fissa ancora duramente. Scuote la testa. Prende una monetina e me la lancia con un gesto sprezzante.

– Non credevo che questo paese fosse caduto così in basso.

Prende la borsa da terra e la infila sulla spalla. Sfila il berretto dalla spallina, sbattendolo sulla gamba prima di indossarlo.

Chiudo gli occhi. Un dolore sordo mi trapassa il cervello.

– Adesso che avrei bisogno di lui, lui non c’è! – grido. A tutti e a nessuno.

*

– Con chi ce l’ha?

– Con quel soldato, ce l’aveva.

– Già, quel giovane soldato… prendersela con un ragazzo sulla sedia a rotelle.

– Dovrebbe essergli grato, invece. Tutti dovremmo esserlo, per difendere la nostra patria.

– Dovremmo chiamare un medico, invece di stare qui a discutere.

– Papà?

– Sì, figliolo, aiuto questo giovane che non sta bene. 

– Che succede qui?

– Reverendo, questo giovane ha bisogno di aiuto.

*

Non ho bisogno dell’estrema unzione. – Non ancora.

– Gene, tesoro, che è successo?

Apro gli occhi. 

– Non ho bisogno dell’estrema unzione.

A mamma, accovacciata davanti a me, sfugge un singulto.

*

L’ambulanza si avvicina, rallentata dal traffico. Ne scende un infermiere, si guarda attorno, prima di vedermi e capire che devo essere proprio io il paziente. Si avvia a passo incerto.

È una ragazza, impacciata nella divisa troppo grande e rigida. Rallenta a pochi passi, chiedendosi dove sia l’emergenza.

Si volta indietro, cercando supporto dai colleghi. 

– Alice, serve qualcosa? – si informa l’autista.

– Sembra tutto a posto, – dice, ma nei suoi gesti c’è un’altra risposta. Si rivolge a mamma. – Siete voi che avete chiamato?

– No, non siamo noi. Noi stiamo bene, – rispondo io.

– Torna su, Alice, abbiamo un’altra chiamata, – le grida l’autista. – Sarà stato qualche balordo. Capita più spesso di quanto credi.

È indecisa, sospesa tra la voglia di evitare una seccatura e quella di fare il proprio lavoro.

Le sorrido. Non preoccuparti, vorrei dirle, non stai trascurando il tuo dovere, perché io non posso essere salvato.

Serie: 11


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