Giovinezza (primo tratto)

Serie: Umani definiti a tratti


Vicende umane, storie di tutti i giorni, di esistenze tranquille sferzate ogni tanto da flebili lampi.

Pensavo al mio vecchio amico Matteo, ch’è tornato un pomeriggio di sei mesi fa, quando erano un paio d’anni che mancava. È tornato con la barba più lunga, e i bagagli più leggeri.

Ero andato a prenderlo in aeroporto; camminavamo verso il parcheggio e lui mi chiese:

«Allora, che hai fatto in questi anni?»

Ed io, che non avrei saputo da dove cominciare, gli risposi:

«Ho guidato fino a qua.»

Gli avrei detto, col senno di poi: «La verità, mio caro amico, è che qui è cambiato tutto. Proveranno a farti credere che non è così, che tutto è ancora uguale, ma tu non stare a sentirli. È rimasto il tempo di una birra, se sei interessato.»

In macchina, Matteo mi parlava del mondo, di quel che aveva visto. Non lo faceva con entusiasmo, ma con un’esausta malinconia che spesso interrompeva il suo discorso con sospiri e silenzi pensanti. Allora ben presto tacque del tutto, e prese a contemplare il paesaggio di quella macchia di mediterraneo, come figliol prodigo, con tenera nostalgia, seguendo con lo sguardo il frastaglio della costa di Cinisi e poi le aspre colline che si scagliano all’orizzonte di Palermo, verdi e grigie, di rocce e arbusti secchi. E ritrovando la città, quella dei palazzoni, quella della nostra giovinezza, ritrovò forse, da qualche parte della memoria, la vicenda di una sera di tanti anni prima. E forse avrebbe voluto chiedermi: «Ti ricordi?»

E se me lo avesse chiesto avrei risposto: «Sì. Sì, Matte’, lo ricordo. E come si dimentica, Matte’? Se potessi lo avrei già fatto da un pezzo.»

Ora come allora eravamo in due, guidavo io, e percorrevamo Viale Regione che da un’autostrada all’altra copre tutta la città. Un’uscita sbagliata ci costò mezz’ora in più nel tragitto. Non mi si biasimi: avevo poca esperienza alla guida. Presi a inventarmi la strada, e frattanto la spavalderia lasciava spazio al panico e all’insicurezza, e prima che potessi accorgermene ero già sbucato nel bel mezzo di Ballarò. Le vie erano strette: a stento la macchina vi passava, e per più volte rischiai di urtare il marciapiede, o le macchine parcheggiate a lato. Cercando un posto in cui sostare per riorganizzare le idee, giunsi a una piazzetta spoglia, che di giorno immaginai fosse sede del mercato, e dalla quale si diramavano più vicoletti. Fu a quel punto che i fari dell’auto illuminarono l’uscita di uno di questi, e la spettrale figura di una ragazza che veniva verso di noi. Gesù, quella ragazza… Poteva avere trent’anni, o qualcosa in meno. Magra come un chiodo, indossava un vestitino lungo fucsia e una giacchetta di pelle nera rovinata, e le braccia nude ceree mostravano ancora freschi i segni delle siringhe. E quel suo viso… Gesù, quel suo viso… Un pastrocchio di mascara colato, tagli e cicatrici. Era la prima volta che vedevamo il vuoto negli occhi di qualcuno; la prima volta che vedevamo un morto camminare, e conoscevamo l’eroina e il crack. Che spavento mi presi! Ché mi sembrò di aver visto il diavolo, e forse non avevo torto.

«La conosco» disse calmo Matteo «gira spesso dalle mie parti, e a volte ci chiede dei soldi. Dice per il latte, ma dubito che sia così. Non è cattiva; è solo drogata.»

La vedemmo passarci difronte, con lo sguardo fisso appannato, perso chissà dove, chissà se ancora in grado di ritrovarsi. La vedemmo superarci e scomparire, com’era apparsa, nel buio di un altro vicolo.

Quella sera, dopo tanta paura, riuscimmo a ritrovare la strada.

Suonava la musica della nostra giovinezza ed io, lì per lì, mi chiesi dove fosse finita. Per tanto tempo avevo pensato che se ne fosse andata nel momento stesso in cui i fari della mia auto avevano illuminato il viso di quella ragazza. Avevamo diciotto anni.

Serie: Umani definiti a tratti


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Discussioni

  1. Mattia, questo secondo mio commento deroga alla linea che seguo normalmente. E l’importante non è, bada bene, la linea che seguo normalmente, ma il fatto che io decida di metterla da parte.

    Avevo avuto un’ottima impressione. Purtroppo, non sempre si ha ragione: devo modificare l’ottima in eccellente.

    Padronanza di linguaggio, una finezza stilistica che impressiona. Ma soprattutto, l’intensità, non fine a sé stessa, né strutturata per stupire: essa è, in realtà, riverbero di una profondità psicologica ed emotiva di rara ampiezza.

    Attenzione al rischio “aulico” in cui talvolta cado io e che, puntualmente, mi viene rimproverato.

    E complimenti per la “locandina”.