Hikikomori

Serie: Vladimiro

Chiunque patisca una condizione di isolamento, anche solo momentanea, finisce, prima o dopo, per accetarla, rimanendone ostaggio proprio come si rimane ostaggi di un reality o di una religione – Geordie Shore, ad esempio, non è affatto male: trovo geniali quei format a base di galline siliconate e palestrati. I lunghi giorni del mio esilio, nell’appartamento dei miei, in via Fazi, in una palazzina dall’architettura insignificante per quanto solida – fu l’unica a resistere al terromoto del 2015 nonostante il cemento fosse talmente annacquato che per bere era sufficiente leccare le pareti- furono segnate da lunghe letture di classici russi e mancò poco che dopo Il Capitale di Marx tentassi di iscrivermi online ad un partito nazional bolscevico. Da un po’ di tempo offrivo uno spettacolo pietoso ai miei familiari che osservavano con crescente preoccupazione il mio stile di vita da auto segregato, da emarginato, da lettore bulimico e da internauta a oltranza. Andavo a dormire verso le sei e mezza del mattino, a volte anche le sette, dopo aver dato un’occhiata da vuoyer alle prime luci dell’alba e aver ascoltato, sempre di nascosto, i rumori della città che si svegliava con i suoi camion della nettezza urbana, i suoi autobus paleolitici, le sue macchine che ripartivano tossendo. Poi chiudevo le serrande e nella mia stanza tornava il buio. Trascorsi quattro lunghi mesi nell’isolamento più cupo, ma a me andava bene cosí. Spesso mio padre mi chiedeva quale fosse il problema e io rispondevo che il problema lo conosceva bene: era la luce il problema con le pustole e le emicranee che mi causava. Ma questa spiegazione, inizialmente forte, sembrava ora aver diluito il suo potere persuasivo e per un perverso fenomeno mentale i miei genitori cominciarono a invertire le cause con gli effetti, talchè il problema non sembrava più la mia fotosensibilità – acclarata peraltro da un referto medico – ma il fatto che non uscissi più di casa. A peggiorare le cose fu un articolo demenziale letto da mia madre sugli hikikomori – quei ragazzi che vivono dentro casa incollati ad un monitor. Mia madre si fece prendere la mano mentre era in attesa da un parrucchiere e dato che le nostre conversazioni avevano ormai il taglio di un test a risposta multipla e che in almeno un paio di occasioni, mentre parlavamo, giurerei di averla vista prendere appunti, ne dedussi che l’articolo da cui era stata plagiata doveva avere uno di quei titoli accattivanti e idioti come “Scopri se tuo figlio è un hikikomori in cinque semplici passi”.

Riconosco, tuttavia, di non essere del tutto esente da responsabilità. Cosa facevo, infatti, per sedare le loro preoccupazioni? Niente, neanche portare a casa una fidanzata o idiozie simili. A parte Giusy – con cui avevo ormai contatti sempre più fitti ma solo via chat – non avevo amici, non avevo niente in comune con i miei coetanei, non seguivo nemmeno il calcio; e lo sport, in generale, non mi ha mai appassionato e lo considero tutt’ora un inutile sperpero di energie che potrebbero essere invece impiegate in attività più proficue, come ad esempio assistere passivamente al montaggio di un mobile, fare zapping o passare la serata a scegliere un film. Una notte trascorsi quasi tre ore davanti allo specchio del bagno, avvolto da una luce penosa, a guardarmi i canini da diverse angolazioni, maledicendomi per essere venuto al mondo in quel modo e soprattutto per non essere in grado di capire cos’ero. Poi feci una profonda immersione nel deep web, cercando una qualsiasi traccia di vampiri ma senza farmi notare troppo dai miei perché ormai la mia dipendenza dal pc li aveva destabilizzati e non avrei voluto ritrovarmi uno psicologo dentro casa sotto le mentite spoglie di un amico di famiglia. Ma la mia ricerca, dannazione, doveva pur portarmi da qualche parte, doveva pur esserci un mio simile sulla terra o nel web, qualcuno con cui poter condividere la frustrazione di non poter addentare un panino senza lussarmi una mascella; ma proprio quando credevo di aver trovato una traccia remota – un forum di flippati amanti della notte – mia madre prese una delle sue coraggiose iniziative.
“Tu adesso esci e vai a fare una passeggiata”.
“Mamma, sono le quattro del mattino.” Mi presi la testa tra le mani. “E comunque non adesso, ho appena trovato un…”.
Staccò la spina del computer. “Ho detto adesso.”
Guardai l’orologio. “Vuoi che ti compri qualcosa? No perchè tra un paio d’ore i panettieri aprono bottega. Già che ci sei puoi mettere una crocetta sulla domanda diventa suscettibile quando lo sbattete fuori casa nel cuore della notte”.

E invece non andai da nessuna parte. Con la tenacia di una guardia svizzera rimasi lì, immobile, in camera mia, ormai ridotta ad una piccola discarica domestica in cui spiccavano buste di patate e lattine di coca cola accartocciate. Ero nella mia dimensione e se qualcuno me l’avesse chiesto avrei risposto che no, non era poi così male starsene tutto il giorno in casa a giocare a Warcraft sputacchiando gusci di pistacchi sul pavimento mentre mi ingobbivo sulla tastiera, gettando le basi per una solida scoliosi coi controfiocchi. E poi avevo la mia routine, i miei libri, i miei pasti, le mie ricerche ossessive sui vampiri. A tutte queste cose ci si abitua, sarei potuto andare avanti per anni. Ma proprio quando le mie giornate cominciavano a scorrere come un ingranaggio ben oleato, ecco che ricevo un messaggio lapidario da Zio Nosferatu di una sola imperativa parola: “esci”.

Mi affacciai dalla finestra e Nosferatu era li, sotto casa, nel suo migliore tranch di pelle nera; e insieme a lui c’erano i sicari che avevano freddato Barberis, uno dei quali aveva una capigliatura talmente gelatinata da riflettere la luce dei lampioni. Andai da loro.

Nosferatu mi guardò i capelli, mi ero lasciato decisamente andare negli ultimi tempi. “Avete problemi con l’acqua dentro casa?”

“Vedo che ti sei trovato dei nuovi amici”.

“Veramente mi hanno trovato loro. Quando li ho visti mi ha preso un colpo: credevo fossero venuti per terminare il lavoro. E invece a quanto pare vogliono aiutarti. Vogliono capire se c’è un processo di vampirizzazione in corso.”

Li scrutai a fondo. Non che io e zio Nosferatu fossimo normali, eh; ma quei tre erano veramente strani. “Processo di cosa? E poi, posso sapere almeno chi sono?”

“Ingegneri” disse zio. “Ingegneri vampirologi.” E in effetti avevavo un po’ la faccia da formaggino tipica dei neard.

Un sicario ingegnere vampirologo completamente rasato prese la parola. “Dovremmo fare delle misurazioni e monitorare la tua frequenza sonno veglia ed effettuare una serie di test. Se vi è un processo di vampirizzazione in corso forse puó ancora essere invertito considerata la tua giovane età.” Poi prese uno specchio e me lo mise di fronte la faccia. “Ti da fastidio la luce dei lampioni riflessa negli occhi?”

“A chi non darebbe fastidio?” risposi, e i tre si affannarono a prendere appunti.

Sempre l’ingegnere dalla testa rasata: “ti dispiace mangiare questa testa d’aglio?”

“Ma che schifo, non ci penso nemmeno!” e scrissero qualcosa sui loro taccuini.

“Dormi in una bara?”

Pensai alla mia vita da hikikomori recluso in quella stanza che prima o dopo sarebbe diventata la mia tomba. “In un certo senso…”

I tre si guardarono in faccia, poi si misero a scrivere.

“Avete intenzione di conficcarmi un paletto di frassino nel cuore per vedere che effetto mi fa?”

Quei tre ingegneri non dovevano avere molta confidenza con il sarcasmo perché rimasero immobili a riflettere sul senso della mia domanda e quando il loro silenzio prolungato si fece troppo inquietante Zio Nosferatu intervenne: “Hey, andateci piano, il ragazzo ha soltanto…”

“Quindici” intervenni.

“Ha soltanto quindici anni.”

Dei tre ingegneri si avvicinó quello piú occhialuto. “Puoi mostrarci i tuoi canini?”

“Di nuovo?” Mandai giú un po’ di saliva e spalancai la bocca.

“Davvero impressionante” disse prima di fotografare la mia dentatura. “Avvicinatevi” disse agli altri due senza riuscire a trattenere una certa eccitazione. “Guardate la curvatura del T1 e del T6.”

In quel preciso istante realizzai che forse erano tre idioti. “Ne ho abbastanza, io me ne torno nella mia tana. Sappiate che avete interroto un esilio di quattro mesi solo per farmi domande stupide e fotografarmi i denti. Adesso mi tocca ricominciare daccapo”

“Fermo!” disse il tipo dai capelli laccati estraendo un’arma mai vista prima, una specie di pistola con una canna enorme.

Zio Nosferatu, già pallido di suo, diventò più bianco di un dente da latte e quando l’ingegnere puntò l’arma contro di lui, andò in apnea.

“Questa è una pistola fotonica, è in grado di riprodurre le frequenze del sole. Guarda cosa succede a tuo zio” e premette il grilletto, liberando una specie di laser che colpì Nosferatu dritto sulla fronte.

“Sono morto?” domandò mio zio.

“Ovviamente no perché non sei un vampiro” disse l’ingegnere. “Ma stai a vedere cosa succede al ragazzo.” Detto questo liberò il fascio di luce su di me, procurandomi una piccola ustione sull’avambraccio. Indietreggiai dal dolore. “Visto? Non è un buon segno se la luce ti fa quest’effetto” mi disse.

Zio Nosferatu riprese a respirare, io mi sentii ancora una volta perduto e maledetto.

Serie: Vladimiro
  • Episodio 1: Il ponte del Diavolo
  • Episodio 2: Zio Nosferatu
  • Episodio 3: Sanguinaccio
  • Episodio 4: Hikikomori
  • Pubblicato in LibriCK scelti per Voi

    Commenti

    1. Marta Borroni

      Come sempre la tua scrittura è meravigliosamente sviluppata per intrattenere gli occhi fissi sulle parole, trovo la sintassi della tua prosa praticamente perfetta e cosa ancor più da applauso, sono i tempi della punteggiatura, sapientemente calibrata e incastonata nella narrazione.
      La storia prende sempre più corpo e trovo le metafore sagaci e intelligenti, come ad esempio le galline siliconate, dentro poi c’è, nonostante il tema soprannaturale, una grande prospettiva di realtà, basti pensare agli hikikomori.
      La psicologia tetra e tesa è poi è il tocco che continua a rendere, episodio dopo episodio, questa serie un appuntamento imperdibile. E bravo Tiziano!

      1. Tiziano Pitisci Post author

        Grazie Marta per questo commento cosí incoraggiante, cercheró di aumentare la frequenza degli episodi (anche se la vedo dura). Mi fa piacere che non ti sfuggano le metafore piú divertenti 🙂

    2. Massimo Tivoli

      Molto esilarante questo quarto episodio. In apertura anche una bella ironia pungente 😉 Adesso i misteri sono due: Vladimiro è un vampiro? è un hikikomori? E’ un vampihikikomori o un hikikovampiro? Solo i prossimi episodi potranno svelarcelo. Attendo con ansia di leggerli 🙂

      1. Tiziano Pitisci Post author

        Grazie Massimo del commento. Eh no, non credo che Vladimiro sia un hikikomori (o un vampihikikomori 🙂 ) ha soltanto vissuto un periodo di isolamento forzato. Nel prossimo episodio affronterà un viaggio insieme agli ingegneri vampirologi per capire se è davvero un vampiro o se si è trattato di un grosso malinteso. A proposito: quando ci farai leggere anche tu una serie? 🙂

      2. Massimo Tivoli

        Vi ringrazio per l’incoraggiamento. Immagino che una serie richieda un minimo di “progettazione”/“struttura” e soprattutto continuità, cosa che non è il mio forte 😀 Però, mai dire mai. Se riesco a essere un po’ più costante (mi sto attrezzando) ci provo di sicuro 🙂 credo che scrivere una serie sia molto intrigante e stimolante. Vedremo… 😉

      3. Tiziano Pitisci Post author

        @massimotivoli ormai ti abbiamo”messo in mezzo” quindi non puoi più tirarti indietro! Preparati perché quando faremo la video intervista ti strapperò il titolo della Serie e l’ambientazione 🙂