Il carrozziere stellare

Ci sono giorni in cui gridare al cielo tutta la propria frustrazione (e ritenerlo pure colpevole, nonostante, obiettivamente, sia chiaro che i responsabili di quella precisa situazione siamo noi) non basta.

Inutile essere aggressivi con la propria moglie.

Inutile trattare ingiustamente male i propri figli.

Inutile pure togliersi la soddisfazione di dire no alla propria invadente madre.

Niente sembra bastare.

Le ossa trasmettono tremore; è come se si fossero fuse con il sistema circolatorio.

I pensieri vagano nel nulla cosmico, che nulla non è: pieno di detriti spaziali è un susseguirsi di scossoni, urti frontali, lampi indesiderati. I pensieri che cercano una via diritta e chiara, si trovano a fare lo slalom gigante tra morti satelliti russi e resti di novae: un lavoro inutile. E frustrante. Appunto.

Vladimir cammina a passi pesanti e nervosi; la distesa di terra polverosa e brulla gli ricorda cosa ha fatto. Ma lui continua a prendersela con gli altri.

Un calcio a un sasso; uno strattonamento a un arbusto; uno strillo a un cane scheletrico. Il quale scappa non senza girarsi di tanto in tanto solo con la testa, per esser certo di allontanarsi abbondantemente da un umano debole. Sì, debole nonostante lo strillo, lo strattonamento e il calcio.

È debole, Vladimir.

La moglie lo rifiuta da mesi, i figli lo ignorano, la madre lo rimprovera ogni minuto.

La madre. Donna intelligente. Se ci pensa bene, e lo fa, lei ha ragione: sta buttando via tutto quello per cui ha sacrificato i suoi sogni: la sua piccola carrozzeria, specializzata in macchine di lusso ¬ i nuovi ricchi, in Russia, non possono fare a meno di acquistare automobili che un operaio medio non potrebbe permettersi in cent’anni di lavoro. Anche qualora decidesse di non mangiare per risparmiare –; la sua bellissima moglie, così sexy, morbida, alta, tonda…; i suoi figli.

I suoi figli sono l’ultimo dei suoi pensieri: lui non li avrebbe voluti, ma Tanja sì. E allora lei lo ha ricattato: niente figli niente sesso.

E cosa avrebbe dovuto fare, perso dal desiderio per quella donna magnifica? Sesso per figli, ecco cosa.

Uno, due, tre, quattro.

E naturalmente acquistare un villino – come si fa a crescere quattro figli senza un villino alle porte di Mosca, dal valore di 30 milioni di rubli? E per fortuna che Tanja non ha preteso un appartamento nella Rublëvka, o quei trenta milioni sarebbero stati in dollari.

Ride. Tra i denti, certo, ma ride: lei voleva andare a vivere lì, tra nababbi e oligarchi, ma per 30 milioni di rubli era disponibile solo la cantina di una vecchia casa dismessa da decenni.

Quei 30 milioni lui non li aveva. Cantina o villino, non li aveva. Aveva il suo stipendio da ricercatore presso l’IKI, circa 80.000 rubli al mese. Per lui, uno stipendio dignitosissimo. Per lei, da fame. Certo non da villino alle porte di Mosca, in un quartiere ecologico, con il giardino recintato.

Però aveva, e ha, le mani talentuose. L’occhio sopraffino. Ha sempre riparato da solo le sue auto, fino a essere un riferimento per tutti i suoi amici: trasformava piccoli catorci in piccole Ferrari.

La Ferrari! Sogno di molti, privilegio di pochi, pochissimi. Chissà perché in Russia non sanno fare auto, o almeno: non le sanno fare belle. Forse perché i parametri di sicurezza sono troppo costosi: ci vogliono due crash test per superare il vaglio del controllo governativo. E buttare due auto di quel valore fa piangere il cuore e il portafogli anche dei grandi produttori.

Ferrari e Lamborghini stanno salutando il mercato russo, salvo per quei pochissimi (uno, due l’anno) che sono disposti a pagare il doppio per avere un pezzo di storia della bellezza automobilistica.

Le auto russe, invece, continuano a sembrare uscite da Caccia a Ottobre Rosso: non hanno alcuna possibilità di penetrare i mercati esteri.

Ma perché si sta disperdendo in analisi di mercato sterili? Lui ha un problema. Un problema che si è creato da solo.

Il villino è pagato: ha abbandonato dieci anni fa il suo amato lavoro di ricercatore spaziale e si è aperto una carrozzeria. I suoi amici sono stati i primi clienti, ma nel giro di tre anni ha monopolizzato le riparazioni di mezza Russia. E in cinque anni il villino si è trasformato in realtà. E, oltre al villino, è riuscito ad accumulare una discreta somma.

Deve al suocero la buona riuscita del progetto, dato che gli ha prestato il capitale per iniziare. Ci volevano pochi soldi, ma lui non aveva nemmeno quelli.

Il suocero: altra vittima del fascino sottile di quella meraviglia che è Tanja.

Lo rimprovera di non essersi voluto allargare, di non aver preso aiutanti, di perder tempo in fantasticherie su costruzione di astronavi auto alimentanti, di sognare di tornare a fare il ricercatore; di aver deluso la sua amatissima e irreprensibile figlia.

Ma Vladimir si stava ammalando per l’uso di vernici e solventi. Si stava ammalando per il contatto con ricconi boriosi che si sentivano in diritto di trattarlo come uno schiavo, pur pagandolo più di quanto avrebbero pagato un chirurgo che gli avesse dovuto fare un intervento al cuore.

E ora si sta ammalando perché Tanja è di nuovo incinta.

Ma non di lui.

Da lui non si fa toccare da mesi. Ah, sì, se l’era già detto. Lo sta ricordando a sé stesso come in un loop… tre scontri con un satellite morto, un pensiero di corna; e via così, all’infinito.

Lei, oggi, gli ha detto che il padre del bambino è un operaio. Un metalmeccanico. E che non può mantenerla. Quindi non può mantenere gli altri quattro bambini. Altrimenti la sua splendida moglie avrebbe chiesto il divorzio, perché non vuole stare con un uomo che sta rifiutando ordini milionari dato che, da un anno, ha ripreso a studiare per superare un test di ammissione all’IKI (ma a letto con l’operaio squattrinato ci vuole stare).

Già, il test: le sue precedenti competenze sono superate. Si sa: le stelle cambiano, si avvicinano, si mostrano, si distruggono. Bisogna aggiornare le proprie conoscenze del cielo, che sembra immutabile e invece non lo è. O forse sono le nostre conoscenze a mutarlo.

Quindi lui studia? E allora l’irreprensibile Tanja lo tradisce.

È colpa sua, non può dare responsabilità ad altri, è vero. Ha ragione la sua meravigliosa, ingioiellata, firmata e anche ritoccata moglie. La sua materna moglie che ha due babysitter dato che quattro figli sono davvero troppo stancanti. E poi le fanno rovinare le unghie.

Con lo stipendio da ricercatore almeno una delle babysitter dovrebbe essere sacrificata e lo smalto, la sua morbida Tanja, se lo dovrebbe imparare a mettere da sola.

Gli abiti non potrebbe più cambiarli come si cambiano le mutande (e lei ha un altissimo senso dell’igiene!) e le labbra con gli zigomi rischierebbero di tornare in versione originale, che, detto con tutta la sincerità del mondo, erano mica brutti.

Come si fa a chiederle un sacrificio così grande?

Vladimir si dice che dovrebbe riaprire l’officina. Dovrebbe tornare ad abbellire le macchine. Dovrebbe tornare a fare lo schiavo.

Il suo bel giardino recintato è lasciato a sé stesso da mesi, con ovvi risultati.

Il piazzale antistante sembra un pezzo di steppa. Lo usano come parcheggio.

L’auto di Tanja. Gliel’ha verniciata pochi mesi fa. Lei ne voleva una nuova, magari francese, ma a lui è sembrato veramente uno spreco e allora gliel’ha rinnovata, le ha cambiato i sedili e le ha aggiunto uno stereo potente (a lei piace la musica. Va spesso a ballare. Lui non l’ha mai accompagnata: non gli piacciono quei locali. No, la verità è un’altra: lei ha chiesto uno spazio solo per sé. Povera donna: tutto il giorno a casa con quattro figli, due babysitter e una suocera che le sta intorno in modo soffocante, lavando, stirando, rassettando: come poteva non accontentarla? E forse anche l’operaio voleva uno spazio per sé. Peccato che invece del proprio abbia invaso il suo).

Insomma, l’auto di Tanja è un vero gioiellino, ora. Ma ha solo cinque posti.

Uno dei suoi figli (ma saranno davvero tutti suoi? Non gli somigliano affatto) ha lasciato una mazza da baseball, figlia di troppa televisione americana, per terra sul piazzale. La prende.

Tanja dovrà andare a piedi dopo la nascita del quinto figlio, e lui non potrà, si mette la mano libera sul cuore in un gesto di contrizione, comprarle una nuova auto, una da sei posti (nel conteggio non mette sé stesso né l’operaio povero: non serve).

No, niente macchina nuova, perché lui, al sogno stellare, non rinuncia.

Sale in cima all’auto: e colpisce. Colpisce. E colpisce. Gli dolgono le braccia, ma piano piano sente la tensione scemare.

Scende dal tetto della Lada 2107. Un po’ gli dispiace il restyling post atomico, perché la gloriosa auto sta uscendo di produzione. Non ne faranno più. Peccato, perché è robusta: per ridurla così ha faticato parecchio. Il suo lavoro migliore: non c’è un solo centimetro identico a un’ora prima.

Ma nemmeno lui lo è. Identico a un’ora prima, si intende. E si incammina verso le stelle.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. A me le storie di soprusi familiari, in cui vengono descritti stati di prigionia, piacciono. Vladimir è manipolato come un cubo di Rubik e il suo liberatorio gesto finale è un sollievo per tutti, lettori inclusi.

  2. Ciao Loredana, il tuo personaggio riesce a regalare fin da subito emozioni concrete, frutto di una “normalità” a lui imposta che non è la sua. Una grande tristezza, rassegnazione, impregna ogni parola e stato d’animo. La caratterizzazione e l’ ambientazione mi hanno colpita per la loro accuratezza. Bellissimo racconto.

  3. Ironico e preciso, nella sua infinita tristezza. Questo racconto mi è piaciuto tantissimo! Oltre ad essere scritto molto bene, con un’attenzione particolare nei riguardi della cultura russa, descrive il senso di esasperazione di un uomo che si è riscoperto deluso e si è risvegliato di colpo. E alla fine, ha scelto se stesso, incapace di contenere il rancore. Per questo sei stata pienamente credibile. Bravissima, cara Loredana! Un saluto.

  4. Questo racconto è un’escalation… Di emozioni, di pensieri. Mi è piaciuto perché intriso di nostalgia e anche di veleno. Un veleno che si annida lentamente, punge, un po’ logora ma infine non uccide. C’è un antidoto al veleno, alla fine. Brava Loredana ?

  5. Storia triste, raccontata con particolare attenzione verso le emozioni. Nelle tue parole c’è un filo di rassegnazione ed ingiustizia che il protagonista, alla fine stremato, sfoga attraverso una mazza da baseball… La vita alle volte non è giusta.
    A parere mio il racconto poteva iniziare da “Vladimir cammina a passi pesanti …” senza la parte precedente che secondo me fa perdere un po’ il lettore.
    Alla prossima letturam