
Il prigioniero
Una nuvola passeggera continuò il suo cammino, lasciando che i raggi del sole s’infiltrassero anche in quello scantinato buio, tramite una finestra dal vetro non proprio lindo e sbarrata da dei tondini di ferro arrugginito, posta al livello del suolo di un piccolo cortile privato, accessibile a pochi.
Il prigioniero sbatté le palpebre, aveva un gran mal di testa e una sete terribile ma non avrebbe potuto bere a causa del nastro che gli copriva la bocca, inoltre si rese subito conto di essere stato incaprettato. Grazie alla flebile luce del sole riconobbe subito il luogo ove era stato rinchiuso: una cella frigorifera spoglia; per fortuna spenta e con la porta lasciata aperta.
“Almeno per il momento, qualcuno vuole lasciarmi vivere” pensò strisciando verso l’apertura, per esplorare l’ambiente. Lo scantinato, con piastrelle bianche alle pareti e sul pavimento, non doveva essere in disuso da parecchio tempo, anche se era stato svuotato di tutto, a parte uno strato di polvere era più o meno pulito.
Anche se fosse riuscito a liberarsi i polsi, sfregando il nastro telato in qualche spigolo, osservando prima la piccola finestra con le sbarre e poi la porta di ferro, ritenne che non sarebbe riuscito a uscire da lì, così per il momento cominciò a fare il punto della situazione. Ricordò, che dopo la telefonata di Franco, era andato di mala voglia a recuperare il pollo-furgone per le consegne e, una volta essersi messo al posto di guida, dopo aver percepito una fitta alla spalla tutto divenne buio.
“Che mi avessero iniettato il Propofol come io avevo fatto con Gianni, quando l’ho rapito?” Così Maligno si convinse ancora di più che dietro alla sua prigionia ci potesse essere il suo dipendente Franco. “Che gran pezzo di merda! Si è conquistato la mia fiducia e, non appena è arrivato il momento opportuno, mi ha ripagato con la stessa moneta… Che coglione sono stato!” Era livido di rabbia, e poteva solo sperare che quel sarto da quattro soldi non avesse pianificato tutto alla perfezione, altrimenti le chance per poterne uscire vivo sarebbero state molto scarse. Intanto il fatto stesso che fosse “libero di muoversi” in quell’ambiente, già prometteva bene…
***
«Franco, ma perché ti preoccupi così tanto? Vedrai che andrà tutto bene e la faremo franca!» esclamò, prima di trangugiare il bicchiere di birra.
«Sì, Mimmo, forse hai ragione ma…»
«Certo che ho ragione, molta gente ha creduto che fossi tu quello vestito da pollo, giù alla polleria, nell’ora che Maligno è scomparso. Anzi, in città c’è già chi pensa che ci sia un serial killer che uccide i pollivendoli!» Rise, ma Franco non ricambiò. «Non è che qualcuno ti ha visto quando lo hai prelevato dal furgone?»
«No, ne sono certo. È solo che, fin quando non recupererò il mio caricabatteria e il mio badile che possono incriminarmi, non posso stare tranquillo.» Scosse la testa e poi bevve il suo tè freddo.
«Se non vorrà morire di sete, vedrai che Maligno ti svelerà dove li ha nascosti, così poi andremo a recuperare gli oggetti e dopo lo faremo fuori!»
«Già, è proprio su quest’ultimo punto che non riesco a darmi pace… Una volta recuperati gli oggetti, lui non potrà più ricattarmi, quindi perché dobbiamo farlo fuori per forza?»
«Ne abbiamo già discusso e lo sai che è una persona perfida, in un modo o nell’altro ce la farebbe pagare e poi, non vuoi più vendicare Gianni?»
«Certo che lo voglio, ma potremmo far marcire Maligno in galera e…»
«Lascia perdere, lasciandolo in vita pure noi potremmo finire in galera, o hai dimenticato che siamo anche colpevoli di rapimento?» L’altro parve rassegnarsi e Mimmo lo incalzò: «Tranquillo che se anche la polizia facesse delle indagini più accurate, non avranno prove contro di te: il luogo da dove abbiamo fatto la telefonata a Maligno era troppo distante perché tu potessi arrivare nel punto giusto al momento giusto per poterlo rapire. Invece se lasciassimo vivo quel verme, tutti i nostri sforzi saranno stati vani perché poi lui testimonierebbe contro di noi affermando che probabilmente non era la tua voce quella che aveva sentito, anche se il telefono usato per la chiamata era il tuo.»
«Va bene, allora che facciamo, andiamo a interrogarlo?»
«Non modifichiamo il piano e aspettiamo che faccia buio. Tanto, anche se non berrà e non mangerà per ventiquattro ore, non morirà. Poi, incatenato dove pensi che andrà?» Mimmo si rese subito conto del cambiamento del colorito del volto di Franco. «Lo hai incatenato, vero?»
«Cazzo! È meglio che andiamo subito.»
***
La piccola stanza a pianta quadrata non presentava spigoli dove Maligno potesse strofinare il nastro telato che gli bloccava i polsi. Le tre pareti della cella frigorifera poggiata al muro erano lisce e con gli angoli smussati ma, sul piccolo gradino per accedervi, era istallato un paraspigoli in lamiera e così Maligno cominciò a strofinare e strofinare.
***
«Ma come cazzo hai fatto a dimenticare il catenaccio!» sbraitò Mimmo, mentre guidava a velocità sostenuta.
«Credevo di averlo messo nel borsone insieme ai trucchi e i vestiti» disse, maledicendosi per la sua poca accuratezza. «E una volta giunto nello scantinato di Gianni, che cosa dovevo fare con Maligno? L’ho lasciato là incaprettato e sono corso a sostituirti in piazza per fare lo spettacolo da mimo. Tranquillo, il posto è totalmente vuoto e non credo che riuscirà a strapparsi via quel robusto nastro telato.»
«Mah, speriamo bene. Ma sei proprio sicuro che non devo scendere anch’io?»
«Sicuro. Non è necessario che anche tu ti faccia riconoscere.»
«E se per caso quello si fosse liberato? Lo sai che è più forte di te e…»
«Lo prenderò a colpi di catena!» disse convinto, anche se l’altro non lo era più di tanto. «E poi, tu non starai su di guardia? Se dovesse riuscire a sopraffarmi allora poi troverà te, Mastro Lindo.»
«Certo, auguriamoci solo che non ci veda qualcuno.»
***
Mai in vita sua aveva avuto così tanta sete e, in quel momento, Maligno si sarebbe bevuto anche il suo stesso sudore per dissetarsi, visto che grondava copiosamente per lo sforzo che stava compiendo per liberarsi. Finalmente il robusto nastro cominciò a lacerarsi e, anche se i polsi cominciavano a escoriarsi, fece forza e poi riuscì a liberarsi. Aprì e chiuse le mani diverse volte per riattivare la circolazione. Si strappò il nastro dalla bocca e poi cominciò a incanalare aria a pieni polmoni e a urlare aiuto, prima di rassegnarsi e mettersi all’opera per togliersi il nastro dalle caviglie. Una volta in piedi, l’unica cosa che poteva fare era quella che aveva pensato durante la sua stancante e minuziosa operazione… si tolse la camicia e se l’avvolse attorno al pugno. Servendogli più rincorsa possibile, poggiò la schiena alla parete della cella frigorifera e poi corse quei pochi passi verso il muro di fronte. Giunto sotto la finestra, poggiò la punta del piede al muro per farsi leva e saltò più in alto che poté… colpi il vetro alla base con un pugno, ma non riuscì a frantumarlo. Riprovò l’operazione ma niente, il vetro non voleva saperne di rompersi. “Se solo riuscissi a saltare un po’ più in alto, colpendo il vetro al centro forse dovrei riuscire a spaccarlo” rifletté. “E poi dovrò sperare che qualcuno potrà sentire le mie urla, altrimenti…” Tornò indietro per riprendere la rincorsa, ma a quel punto udì il rumore di un veicolo. Stava per mettersi a urlare e correre verso la finestra, ma si bloccò. “Che faccio, continuo la mia impresa sperando di attirare l’attenzione di qualcuno? O me ne sto un attimo buono, così se fosse arrivato il mio carceriere potrei coglierlo di sorpresa?”
«Cazzo!» esclamò Franco. «Quei mocciosi non avevano un altro posto dove andare a giocare a pallone?»
Mimmo spense il motore. «Non preoccuparti, troverò io il modo per farli allontanare» disse afferrando la mazza da baseball che stava affianco al sedile.
«Ehi, non fare cazzate!»
«Se c’è uno che fa cazzate, quello non sono io… Tu intanto prendi la catena e il catenaccio e scendi giù, e mi raccomando: fai attenzione.»
Franco prese il tutto e, a testa bassa, si avviò verso lo scantinato lasciando socchiusa la porta che dava all’esterno. Poggiò l’orecchio alla porta chiusa e non udì nessun rumore e, brandendo la catena nella mano destra, con la sinistra aprì e rimase sull’uscio. Scrutò dentro e naturalmente la porta della cella frigorifera era spalancata. Entrò, voltò a sinistra e, davanti l’apertura della cella, rimase di sasso non vedendo il prigioniero.
Maligno si manifestò balzando da dietro la porta, tramortì Franco con un potente pugno e, dopo avergli sfilato la catena, lo rinchiuse nella cella frigorifera, ghignando. Dopo aver chiuso la porta dello scantinato a chiave, visto che il suo carceriere l’aveva lasciata nella toppa, con molta cautela cominciò a salire la scala in cemento che conduceva all’esterno. Aprì lentamente la porta, la scala s’inondò di luce naturale e Maligno assaporò la libertà.
Non appena quello mise la testa fuori dall’uscio, Mimmo lo colpì con la mazza da baseball come se avesse dovuto battere un fuori campo.
Il corpo di Maligno cadde per terra e rimase immobile, mentre del sangue cominciò a colargli sulla fronte.
«Torniamo dentro, pezzo di merda!» esclamò Mastro Lindo, caricandosi il corpo in spalla.
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“Mimmo si rese subito conto del cambiamento del colorito del volto di Franco.”
Lo dico sempre, e non mi stancherò mai: amo i dettagli. Aggiungono tanto in poche parole e aumentano il realismo di ogni scena
Grazie, Sergio. Hai proprio ragione, e in questi racconti brevi aggiungere tanto in poche parole è la migliore cosa che si possa fare. Sono felice di esserci riuscito.
Anche in questo episodio navighiamo in acque Colluree, se mi passi il termine. ? Questo genere ti si addice proprio e l’idea di collegare.in qualche modo i lab in una serie è fantastica. Viva Mimmo, abbasso Maligno! ? Al prossimo episodio. ?
Eccome se ti passo il termine, sto ancora ridendo! Ahahahaha Per un certo verso scrivere una serie tramite i LAB è un’operazione ardua ma che mi ha semplificato il lavoro, non avendo dovuto costruire una trama… Viva il freestyle!
Ciao Ivan, devo dire che questo terzo episodio della serie (quando ti deciderai a collegarli? 😉 ) mi è piaciuto quanto il primo. Un thriller ben riuscito, penso sia uno degli scritti che in Open ti rappresenta meglio
Ciao Tonino, sono davvero felice per quello che mi hai scritto. Ancora non so se la serie di Franco il sarto continuerà, vedremo… Comunque sto cominciando a pensare di scriverne una nuova, chissà…
Grazie per le belle parole, Micol. A questo punto credo che unirò gli episodi in una seria non appena deciderò che sarà conclusa, altrimenti poi non potrò partecipare come LAB.
Credo sia possibile metterli già in una serie, io l’ho fatto con uno della microserie Canto di Natale
Ciao Ivan, direi che te la stai cavando bene con questa “serie” di libriCK legati al lab, funziona davvero bene! Franco poteva stare più attento, ma anche Maligno doveva essere più guardingo! Mimmo è senza alcun dubbio il vero vincitore della scena?! E adesso? Aspetto il prossimo lab, ma se fossi in te unirei questi racconti in una vera serie thriller!
Ciao! Come già è stato osservato, mi è piaciuto particolarmente il taglio cinematografico dato al racconto. Fa molto “serie Netflix” e la cosa ovviamente non dispiace affatto. Complimenti!
Ciao Raffaele, benvenuto tra le mie storie. Ti giuro che non ho mai visto nessuna serie Netflix, comunque accetto orgogliosamente il complimento, grazie e alla prossima.
Ho tifato Maligno, perché non si è perso d’animo! Però poi c’era Mastro Lindo appostato e… niente. Racconto cinematografico. Bravo Ivan! ?
Ma dai, veramente hai tifato per Maligno? Ma allora sei malefica! Ahahhaaha Grazie sempre per le tue visite, Cristina. Chissà se Maligno ritornerà…
No speravo che il Maligno ce la facesse a fuggire dopo tanta fatica. invece niente.
Brano molto tensivo, che si legge tutto d’un fiato.
Nel prossimo Lab però cercherò di metterti più in difficoltà. Preparati
Grazie sempre per la tua presenza, amico mio. Non so se mi metterai in difficoltà col prossimo LAB… volendo la mini-serie si può definire conclusa, ma vedremo…