
Il secondo demone
Serie: In una strana notte
- Episodio 1: In una strana notte
- Episodio 2: Il primo demone
- Episodio 3: Il secondo demone
- Episodio 4: Terzo demone
- Episodio 5: Angeli
- Episodio 6: L’interrogatorio
- Episodio 7: Lei sa chi è mia moglie?
- Episodio 8: Il giorno dopo
STAGIONE 1
Mi ritrovai disteso per terra, sentivo tutto il mio corpo rigido come marmo, freddo, insensibile. Mi accorsi che aveva cominciato a piovigginare. Aperto gli occhi entrò in essi, come una lama, la luce del lampione nuovamente accesa. Ruotai a velocità sostenuta i bulbi oculari feriti, accecati, alla ricerca di un appiglio, a riconoscere qualcuno o qualcosa di familiare. Solo il fantasma di una strana notte che come una prigione non lasciava andare via il mio spirito. Mi alzai con lentezza e ricordando il mio incontro di prima, subito diedi spazio alla mia vista per scovare le sei persone, anzi i sei alieni che dovevano essere ancora lì. Ne vidi cinque, schierati allineati pronti a tutto. La pioggia un aumentò per alcuni secondi, per smettere del tutto poco dopo, dando tregua alle cose, come in un silenzio riparatore. Si sentiva il mio respiro affannoso girare a destra e a manca alla ricerca del secondo fantasma.
«Dove guardi? Sono il tuo vento che sbatte sulla tua coscienza. Io sibilo dentro le tue pulsioni, ne scateno le forze. Io contengo la tua parola, minacciosa e rabbiosa, ne sollevo la polvere nera dell’ insoddisfazione, della frustrazione, ne provoco le avversioni per il mondo intero, tuo e non tuo.»
Sentii quella voce, era un po’ più forte di quella del primo visitatore. Aveva un timbro collerico, tuonava come un ruggito di leone in quella strana notte. Feci qualche passo indietro, sino ad arrivare con le spalle al muro. Cosa stava succedendo? Chi erano quei fantasmi? Cosa volevano? Per un attimo pensai di essere morto. Mi trovavo senza dimensione, senza tempo e senza spazio, fuori dalla mia vita, come un oggetto vagante nello spazio. Giravo su me stesso senza poter mai arrivare al centro di quell’uomo chiamato Io! Ero, o mi parve, di essere finito davanti alle porte dell’inferno, e quei demoni erano i giudicanti, i peccati che si riversavano su di me come pioggia di faville incandescenti, fiaccole in una notte buia e spirituale. Chi era che mi parlava in quel modo?
E mi rivolsi a lui, lei o a nessuno o tutto, con voce suadente, impaurita.
«Posso… posso sapere chi sei? Cosa ne sai tu di me? Perché? Portami a casa, ti giuro che le mie parole saranno lievi come piume, abbandonerò le minacce, l’odio, porterò la mia anima al sole e asciugherò le mie macchie rendendomi libero e leggero come l’aria.»
«Raccontami di tua moglie, parlami dei tuoi figli, mostrami i pugni serrati volgere verso il rancore. Portami il coltello insanguinato, sporco di vita lacerata, estrailo da quel fianco esplorato tra sangue e dolore. Le bende rosso fuoco portano l’impronta della tua violenza. Parlami del tuo lavoro, cosa nasconde la tua miseria? Scova i tuoi collaboratori, massacrati dal peso ostile della tua rabbia. I tuo amici? Volgi lo sguardo a chi ha creduto in te, ti ha accolto e ti ha dato sazio di godere della genuina disposizione d’animo. Ora sei oppresso dai tuoi umori. La morte? No, non sei morto, no. Non è momento. Hai ucciso, sì, hai sotterrato con impeto furioso i doni dell’amicizia. Hai nascosto la tua vita al sole, e marcisci dentro una caverna di insulti e rancori. Esci! Lascia quell’ombra fredda che ti lega alla pietra che hai al collo. Spezza quelle catene con un bacio, con una carezza e lascia morire il resto.»
Mentre sentivo rimbombare dentro di me quelle parole, quei macigni che distruggevano tutte le mie cellule, colpito e umiliato, abbandonai la strada della conciliazione, e lo feci con orgoglio. Volevo affrontare quell’alieno. Mi sentivo tirare tutti i muscoli della faccia, ero sicuro di avere assunto un aspetto mostruoso, sentivo il rumore dei denti che lottavano fra di loro, una lotta cruenta, dente contro dente, contro lingua, contro labbra: tutto contro tutti. Le mani erano strette così forte che sembravano aggrovigliate in chissà quale dolore, non lasciavano pace, le unghie impazzite, ai palmi insanguinati. Gli occhi poi, gli occhi erano due sfere cadenti, fuori dalle orbite cadevano giù velocemente, e poi su, obbligando a sforzi inumani tutto il mio viso ampiamente deformato. Cercavo con rabbia ancora contenuta quel fantasma accusatore, quel malefico essere, giudice di una vita della quale alla fine non ne sapeva nulla. Non gridai però. Mi contenni anche nel parlare e ripresi a far uscire tutta quella esplosione di rabbia in maniera adeguata, senza cedere alla tentazione di mostrarmi adirato, non dovevo! Lui non c’era, non riuscivo a percepirne la presenza. Piano piano sentii scendere su di me una colata di rassegnazione. Mi strinsi nelle spalle, diedi una scrollata ai miei nervi e sedendomi sulla panchina vicino chiusi quella scena respirando sempre più piano. Avevo paura. Ogni rumore divenne una minaccia. Riuscii a sentire la mia amica fontana, il suo incessante respiro d’acqua. Presi consapevolezza che qualcosa di certo potevo decifrarla, il resto per me era di un’altra dimensione. Non ero morto? Invece ne sentivo i brividi, la voce, la freddura! Chi altri potevano essere quei fantasmi, se non la morte sparsa in giudici spietati e parziali. Quei giudici, loro, erano gli artefici di quella notte, loro, erano le voci paurose che hanno preso la mia anima e l’hanno stesa al freddo e all’umiliazione. Parziali, sì. Cosa ne sapevano di vivere loro? Avevano mai provato a capirmi, mai fatto? Facile giudicare e condannare. Ehi tu, fantasmino, vieni qua, vivi la mia vita, accomodati. Strano che non ti senta in questa notte di silenzi, non sai che dirmi? Dove ti sei ficcato, esci!
Questo, nella mia mente avvenne, questo!
Non dissi nemmeno una parola di quello che pensavo. Avevo una paura non facilmente governabile. Tre rintocchi del campanile del santuario della Madonne delle Grazie diedero vita ai miei sensi. Uscii da me per cercarmi.
«Sono in te, aiutami!»
Con scatto felino portai le mie mani infreddolite sul petto, lo percossi con tanta forza da farmi male. Un pianto coprì tutto l’assordante silenzio di quella strana notte.
Serie: In una strana notte
- Episodio 1: In una strana notte
- Episodio 2: Il primo demone
- Episodio 3: Il secondo demone
- Episodio 4: Terzo demone
- Episodio 5: Angeli
- Episodio 6: L’interrogatorio
- Episodio 7: Lei sa chi è mia moglie?
- Episodio 8: Il giorno dopo
Questo capitolo mi ha fatto tornare alla mente il “Canto di Natale” di Dickens. Le storie sono diverse, ovviamente, ma il tema della ricerca del sé, dell’affrontare i propri demoni per purificarsi è alla base di entrambe.
Molto bello.
Si, è una notte di purificazione, di esame, di terrore pure. A confronto con se stessi non è sempre facile, anzi, non lo è mai. Ma sarà così per il mio personaggio?
Tensione altissima, da togliere il fiato. Mi è piaciuta tantissimo l’immagine dell’acqua dalla fontana, mi è sembrato di sentire lo stesso sollievo.
Ciao Dea, grazie intanto. La tensione è uno degli aspetti a cui tenevo in particolare, far arrivare al lettore tutta il mistero che avvolge quest’uomo. Disperato si aggrappa, in modo commovente, al rumore “normale” che gli arriva in quel momento, il rumore dell’acqua della fontana, come a purificarlo, a salvarlo.
Un racconto molto particolare, immerso in una dimensione onirica e spaventosa. La città, i luoghi conosciuti che da amici si fanno nemici, intricandosi per vie che non sono più note al protagonista. La paura e la corsa che diventano una metafora dell’uomo che sfugge a se stesso alla ricerca dell’ignoto. Le voci che gli parlano da dentro e da fuori, smuovendogli la coscienza. Ho apprezzato molto lo scorcio ecologista del primo racconto con quell’immagine dell’uomo che ‘ruba’ l’acqua dalla fontana. Molto bello.
Ciao Cristiana, grazie del commento molto gradito. Con questo racconto, ma in generale quando scrivo di introspezione, ho paura di ingarbugiare il testo tanto da renderlo così duro da non poter esesre letto in modo snello, e forse così deve essere. Narrare il chiasso interiore non è facile. I personaggi sono quelli, secondo me, che ti indirizzano a decidere. Il mio protagonista è seriamente compromesso e ho voluto dare un’impronta tale da far trapelare tutto il dolore che sta patendo. Non so se sono riuscito a trasmetterlo, ma resta sempre viva la mia paura di essere uno scrittore molto introverso quando tratto l’animo umano. O così deve essere? Mi affido a voi, a te, molto esperiente in merito. Ciao
Se vuoi un consiglio da lettrice, potresti spezzare i monologhi interiori con azioni. Nel senso che, mentre il protagonista pensa, attorno a lui qualcosa si muove? Qualcosa può accadere? Fosse anche un gatto che al buio rovescia un bidone, oppure il vento che butta all’aria dei fogli di carta. Piccole cose che distraggono momentaneamente il protagonista dai propri pensieri e moto interiore. Durante quell’attimo di distrazione, egli ha modo di recuperare il filo dei propri pensieri e il lettore di respirare un attimo dalla lettura e riflettere su quanto sta leggendo.
Grazie Cristiana, hai ragione, mi faccio prendere troppo dal soliloquio, metterò in pratica i tuoi consigli.
Un incubo introspettivo potente e devastante… quali colpe avrà mai quest’uomo per patire tanto? Attendo che ci sveli tutto caro Nino!
Ciao Giuseppe, qualcosa l’ha combinata. In questi episodi è in pieno sussulto interiore, devastante come dici tu, ci sta, nel prossimo si comincia a capire. Capisco che sono episodi duri, che nessuno vorrebbe leggere figuriamoci vivere. È una fase della vita del protagonista decisiva. Grazie Giuseppe sempre
Continua a essere una bella lettura
Ciao Kenji, ed io continuo a ringraziarti