Il silenzio nel bosco

Fu mentre vagavo immerso in pensieri oscuri, accompagnato dal buio crescente, che ebbi l’impressione di aver udito quelle lontane voci tra gli alberi.

Non sapevo da quanto tempo avessi smarrito la via di ritorno per il paese, né sospettavo in quale esatta maniera questo fosse potuto accadere; ma le gambe mi dolevano e il freddo rallentava i miei passi cosicché realizzai, rassegnato, che non avrei fatto rientro a casa prima dell’alba, quando il sole avrebbe allontanato le ombre dello spoglio, spettrale bosco d’autunno nel quale mi ero perso. L’ululare del vento riecheggiava e innalzava le foglie dal suolo, le quali prendevano a danzare e volteggiare in turbini d’aria di cui non poche volte l’insistente vigore mi stupii. Gli odori del legno e della terra richiamavano alla mente sensazioni mutevoli che si alternavano fra semplice benessere e vaga quanto inspiegabile inquietudine.

E così perso com’era il mio corpo, in egual modo persi erano i miei pensieri, animati da sentimenti che oscillavano lenti fra solitudine e malinconia. Mi sorpresi più di una volta, in preda a delle riflessioni che solamente situazioni simili a quella in cui mi trovavo possono indurre, a domandarmi se fosse per merito del paesaggio circostante – primario portatore di una fosca atmosfera – che il mio stato d’animo veniva plasmato rispecchiando i colori del suo originario aspetto o se, al contrario, a donare a tale scenario sembianze così cupe non fosse altro che la mia mente, la cui fantasia era in realtà la vera ed unica fonte di quei colori.

Ad ogni modo, non potei fare a meno di accorgermi, nel posare lo sguardo sui tronchi di quegli alberi smorti, di quanto il mio spirito non fosse mai stato così affine all’immagine della natura come in quel momento.

Il flusso di riflessioni dal quale ero pervaso venne interrotto quando il vento trascinò con sé un lontano vociare di cui non riuscivo, se non vagamente, a stimare la direzione di provenienza. Nel proseguire, inevitabilmente attratto da questa novità, intuii con maggior certezza che le voci provenivano dall’interno del bosco solitario – fatto questo che mi causò non poca delusione dato che, sebbene fossi ansioso di soffocare in qualunque modo l’insopportabile senso di solitudine che mi opprimeva, avrei di gran lunga prediletto il conforto offerto dalla consapevolezza d’aver finalmente raggiunto il paese nel quale si trova la mia abitazione.

Non dovette trascorrere molto tempo prima che l’immagine di una casa isolata, dall’aria lontanamente aristocratica ma ingrigita dagli anni, mi apparisse scura in mezzo alla vegetazione morente. Quel poco di luce che ancora rimaneva mi permise di avvicinarmi alla struttura, e nel giro di pochi istanti non ebbi più dubbi sull’esatto luogo d’origine delle voci nel bosco.

L’aspetto di quella che ora sapevo per certo essere una casa abitata si mostrava come una miscela discordante di decadenza e ospitalità, e fu proprio quest’ultima connotazione, una volta giunto davanti alla porta d’ingresso, ad indurmi a sollevare il braccio e a battere tre colpi contro la superficie di legno scuro. Mentre attendevo una possibile risposta dal lato opposto, notai che da nessuna parte si poteva leggere una scritta che riportasse il nome, od il cognome, del padrone di casa.

I secondi passavano e la risposta non giungeva, sebbene le voci provenienti dall’interno di quelle mura non accennassero a diminuire. Riflettei per qualche istante prima di osare un secondo tentativo, ma non ottenni un esito diverso dal precedente. Mi decisi così a cercare di varcare di mia iniziativa la soglia d’ingresso, pur sapendo bene quanto tale gesto fosse indubbiamente sbagliato. Tuttavia avvertivo che oltre quella porta non avrei trovato nemici, poiché mi fidavo delle rassicuranti parvenze che quella casa mi mostrava. Inoltre, fuori le ombre calavano a vista d’occhio e di lì a breve qualunque possibilità di orientarmi sarebbe evaporata.

Appurai con sorpresa che la porta era aperta, cosicché entrai e me la richiusi alle spalle. Venni subito avvolto dal calore e, ancor prima di osservare l’aspetto interno della casa, mi ritrovai a riflettere sulle mie emozioni. Esse mutarono nell’arco di poco tempo: laddove prima erano intrise di malessere, ora suggerivano uno spiraglio di serenità che mi fece sentire bene.

Come immaginai poco prima, non trovai nessuno ad accogliermi, ma ora riuscivo a distinguere con più precisione il tono del vocio nell’aria. Sebbene non afferrassi le parole, capii che si trattavano di voci di allegria, festosità e letizia, perciò mi feci strada attraverso le varie stanze, deserte, guidato dal suono.

Giunto a quello che doveva essere il salone principale, scoprii la fonte di calore da cui ero stato accolto al mio ingresso: uno spazioso camino al cui interno ardeva un’alta fiamma, la quale riscaldava uno spazio occupato prevalentemente da un grosso tavolo in legno, circondato da delle sedie del medesimo materiale, posto al centro del locale. Quell’ambiente aveva tutta l’aria di essere adibito a luogo di riunione con gli ospiti, nel quale mangiare, bere e divertirsi in compagnia; eppure al suo interno non vi erano altri che il sottoscritto. Difatti pensai a quanto fosse strano il fatto che le voci non provenissero da quella sala: c’era forse uno spazio ancora più ampio e ospitale, dal quale esse potevano giungere, all’interno della casa?

Rimasi un altro poco a godermi l’atmosfera accogliente di quella stanza, prima di continuare la mia esplorazione, in cerca dei padroni. Nel mentre riflettevo sul modo migliore che potessi avere per giustificare la mia intrusione: avrei potuto chiedere ospitalità con sufficiente naturalezza, vista l’ora tarda e il vento gelido che soffiava là fuori. In seguito mi sarei fatto dare delle indicazioni che mi avrebbero aiutato a ritrovare la via per il paese, e l’indomani avrei tolto il disturbo il più in fretta possibile.

Convinto delle mie idee, mi imbattei in una rampa di scale la cui presenza mi parve insolita poiché l’altezza della casa, dall’esterno, non aveva suggerito per nulla l’idea che potesse dotarsi di un secondo piano. Ricordai tuttavia che mi ero soffermato non più di qualche secondo ad osservarla, cosicché quest’aspetto poteva anche essermi sfuggito.

Salii dunque al secondo piano e, mentre percorrevo i gradini, compresi che, a giudicare dall’incremento di volume, mi stavo avvicinando al luogo d’origine delle voci, le quali erano ora più prossime ad un allegro schiamazzare. Eppure, fin quando mi ero trovato al piano di sotto, i suoni non erano sembrati affatto provenire dall’alto. Ma poi attribuii la causa ad una possibile eco della struttura, dovuta alle particolari forme e alle vaste dimensioni delle sale e dei corridoi.

Attraversai numerose stanze, prima di vederli. E mentre camminavo, ebbi modo d’osservare una stranezza tale che avrebbe dovuto costituire una sorta di presagio di quanto stesse per accadermi, ma a cui scioccamente non diedi l’importanza che meritava.

Dapprima mi accorsi di come gli ambienti fossero più illuminati rispetto a quelli del piano inferiore, poi, gettando lo sguardo fuori dalla finestra più vicina, realizzai che era giorno. Sbalordito e con gli occhi spalancati, non cessai di stupirmi quando questi ultimi si posarono sugli alberi – gli stessi alberi che fino a pochi minuti prima non erano nulla più che degli scuri tronchi, spogli e smorti, ora apparivano folti, colorati e rigogliosi. Tutti assieme, donavano al bosco un aspetto meraviglioso, ben diverso da quello che mi ero aspettato.

Sebbene in quel momento mi sentissi sollevato e tranquillo, allo stesso tempo compresi che c’era qualcosa di tremendamente sbagliato in quella vista; cosicché una traccia d’inquietudine cominciò a emergere, ed ebbi come l’impressione che più questa diveniva percepibile, più il cielo all’esterno si inscuriva e la temperatura all’interno calava.

Alla fine mi allontanai d’istinto dal vetro, per poi concentrarmi nuovamente sulle voci. Realizzai che provenivano da una delle stanze adiacenti a quella in cui mi trovavo. Fu lì dentro che li vidi: i miei riflessi.

Non intuii mai la reale funzione di quell’ultima sala poiché, ad eccezione di tre grandi vetrate che illuminavano l’ambiente, le sue pareti erano quasi del tutto tappezzate da specchi. Quando entrai, mi rifiutai di credere che fosse quella l’origine delle voci nella casa; eppure quei suoni, quegli strilli, quelle grida divertite, provenivano indubbiamente da quegli stessi vetri che, disposti secondo bizzarre ma precise angolazioni, riflettevano il mio corpo da una moltitudine di differenti punti di vista che mi è difficile descrivere.

A quel punto ricordo solo che ebbi paura – una paura assurda ed irrazionale, alimentata – o scaturita –dal fatto che non riuscissi a trovare in nessun modo una spiegazione alla paura stessa.

Poi l’ambiente cominciò a mutare come fosse un riflesso di ciò che sentivo, e fuori il Sole scomparve. La sala divenne buia dopo che gli occhi negli specchi traboccarono di terrore; la temperatura scemò vertiginosamente dopo che il senso d’oppressione mi pervase; un tremendo fetore aleggiò nella stanza dopo che l’istinto mi suggerì di abbandonare immediatamente quella casa degli orrori.

Fuggii finché – più per caso che per intenzione – rintracciai la via per il paese. So che quella notte mi avvicinai all’orlo della follia, perché non vi erano voci reali in quella casa, ma solo riflessi distorti della mia interiorità, dei quali non rimase altro che il silenzio nel bosco.

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Discussioni

  1. Bravissimo Gabriele! Personalmente mi piace molto il tuo stile, che ricrea (omaggiando e non scimiottando) le atmosfere di HPL ed EAP 🙂 Qua sento tantissimo l’influenza del secondo, con un racconto che è introspettivo e surreale allo stesso tempo. Ben scritto, e piacevolissimo da leggere.

    1. Ciao Sergio, mi fa sempre piacere leggere un tuo commento, ti ringrazio! 😀
      Ora è un po’ che non pubblico qualcosa qui, ma ho in mente qualche idea che vorrei trasformare in storia. A presto!

  2. L’impressione che ho avuto leggendo il racconto è che la casa sia in realtà la mente stessa del protagonista che cerca se stesso e poi alla fine si ritrova, nelle sue molteplici sfaccettature rappresentate dagli specchi. Le parole sono scelte accuratamente e mai lasciate al caso. Veramente bello!

    1. Ti ringrazio, Cristiana! 😀
      Sì, la casa così come il bosco il cui aspetto muta in funzione dello stato d’animo del protagonista, sono tutte proiezioni metaforiche della sua mente, e gli specchi mi sono sembrati gli oggetti più adatti per ribadire il concetto. Mi fa piacere che l’idea sia passata alla lettura.