Il tredicesimo centenario (parte prima)

Serie: Il segreto dei dodici centenari


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un vecchio è morto, mentre qualcun altro continua ad invecchiare.

Era nato l’otto di gennaio, penultimo di sei figli. Suo padre era morto quasi all’improvviso, per cause incerte, quando lui aveva sei anni. Un uomo forte, robusto, ancora giovane; alla moglie vedova aveva lasciato, in eredità, tutto il peso della prole da sfamare. Il più grande dei figli ancora minorenne e l’ultimo nato, di pochi mesi, ancora attaccato al seno. Ogni santo giorno, con il piccolo in braccio, la donna percorreva molti chilometri a piedi per arrivare sino al fiume ad ammucchiare ghiaia che un uomo col carretto trainato da un asino, sarebbe andato a prelevare. Le quattro lire guadagnate dall’alba al tramonto, bastavano a comprare la farina per fare il pane e un po’ di latte dal pastore che pascolava vicino al fiume. Un uomo avido e rude, che le metteva in conto anche le gocce cadute sull’erba, nel travaso fatto in fretta, di malagrazia.

Gli ultimi centesimi della paga settimanale servivano per la crusca alle galline, che garantivano uova e un assaggio di carne per le feste comandate. I legumi per i pasti di tutti i giorni li fornivano i quattro ragazzini che andavano a zappare i campi. E chi non era ancora capace di zappare doveva occuparsi dell’ irrigazione, facendo scorrere l’acqua del pozzo o del fiume, da un rivolo all’altro, aprendo o chiudendo i solchi in cui crescevano gli ortaggi. Il compenso per i ragazzi più grandi veniva dato a Cabudanni ( il mese di settembre che segnava l’inizio dell’anno agrario) e consisteva in uno starello di ceci, uno di fagioli e uno di fave. Il più piccolo non aveva diritto a nessun tipo di paga, doveva accontentarsi di una tazza di latte per colazione, un pezzo di pane e formaggio da consumare in campagna, per su murzu, la merenda, da arricchire con erbe selvatiche dei campi. E qualche volta, prima di mandarlo a casa, unu casiddu, un recipiente pieno di minestra cucinata con il solito latte di pecora, che quasi sempre andava persa, in gran parte, per strada.

Quando Gennarino aveva compiuto dieci anni, come regalo di compleanno gli avevano affidato un piccolo gregge da custodire, per guadagnarsi il pane da servo pastore. In pieno inverno, tra i sentieri fangosi, pieni di pozzanghere e senza lampioni, nel buio pesto della sere tempestose, si accendevano spesso lampi improvvisi, accompagnati dai tuoni dei temporali. Quando giungeva ad attraversare il ponte chiamato dei diavoli, Gennarino si riempiva le tasche di sassi e stringeva con mano tremante la grossa pertica di ginepro. Il forte ululare del vento lo faceva rabbrividire, non tanto per il freddo quanto per il terrore di veder comparire, da un momento all’altro, la figura del maligno, con tanto di corna e coda. Si allontanava di corsa da quel passaggio indiavolato e qualche volta gli scappava addosso ciò che aveva cercato di trattenere, evitando di calarsi i pantaloni per paura del freddo.

Ogni tanto ripensava a suo padre, al giorno del funerale, mentre portavano via la salma. Gli avevano detto che sarebbe partito per un viaggio. Lui l’aveva aspettato ogni giorno, per tanto tempo. Ogni volta si disperava e singhiozzava, iniziando a capire che il padre non sarebbe più tornato; finché non ebbe la certezza di essere stato abbandonato per sempre. Smise di piangere e cominciò a sentire rabbia. Iniziò a maltrattare gli animali, a colpire gli uccelli con la fionda, a uccidere bisce, ratti e lucertole. E quando doveva passare sul famigerato ponte sfidava persino il diavolo.

«Esci fuori, se hai il coraggio» gli diceva. E poi continuava «fatti vedere che ti spacco le corna».

Nella stalla, accanto alla casa del padrone, sopra uno strato di paglia, c’era la stuoia per dormire, un modesto giaciglio senza lenzuola, né coperte, con una pelle di agnello per coprirsi e un altro vello infeltrito e maleodorante da mettere sotto. Sa betua, la bisaccia, piena di pezze da piedi che servivano per prevenire le piaghe dovute al sudore, era il cuscino per appoggiare la testa. Calzato e vestito si sdraiava e così com’era si avviava di nuovo, all’alba, per far uscire le pecore dal recinto e portarle al pascolo. Di solito si lavava la faccia con l’acqua pescata dal pozzo. Quando si svegliava un po’ più tardi, per paura del padrone, si strofinava con le dita, per togliersi la cispa dagli occhi, e per sciacquarsi rimandava al giorno dopo. Il bagno lo faceva al fiume, ma solo d’estate o nei giorni primaverili più caldi.

Le rare volte che tornava a casa sua, la madre lo immergeva a forza in una grossa bacinella di ferro e lo insaponava con uno straccio, strofinandolo con forza. Lui strillava, e l’avrebbe anche morsa o presa a pugni se non fosse stata sua madre, l’unica persona che temeva quanto i suoi padroni malvagi.

Uno dei cani da caccia del signoricheddu, figlio del pastore, che gironzolava senza catena intorno alla casa, spesso si accucciava nel pagliericcio in cui Gennarino doveva trascorrere la notte, sporcandolo di peli e orinandoci sopra. Dopo averlo minacciato col bastone, esasperato per quel pessimo vizio del cane, l’aveva preso a calci e azzoppato. Il figlio del padrone non aveva gradito: l’aveva afferrato per il corpetto e sollevandolo da terra l’aveva minacciato con lo sguardo. Gennarino non si era lasciato impressionare, quando il cane aveva bagnato di nuovo la stuoia, con una corda l’aveva appeso per il collo al ramo di un olivastro poco distante dal cortile. Il signoricheddu, dopo aver trovato il suo cane impiccato, ogni sera andava alla stalla, per portargli la minestra, insipida e fredda, dopo averla versata nella ciotola del cane. Gennarino la rifiutava, in presenza del padroncino, ma durante la notte, vinto dai crampi allo stomaco, la mandava giù in quattro bocconi, lappando la ciotola con la lingua.

La rabbia del ragazzino montava ogni giorno di più. E quando tornava a casa, per Natale, per Pasqua o per il santo patrono, carico di risentimento verso l’intera famiglia che lo aveva allontanato, costringendolo a fare una vita da schiavo, litigava con i fratelli, soprattutto con il più grande, minacciandolo a gesti. Nel giorno dedicato a nostra Signora dell’Assunta, nel tentativo di costringerlo a lavarsi per andare a messa, il maggiore dei suoi fratelli, dopo aver subito un insulto, aveva reagito dandogli uno schiaffo. Gennarino gli era andato dietro mentre si allontanava e l’aveva colpito sul fianco, con la pattadese, ferendolo in modo grave.

Serie: Il segreto dei dodici centenari


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Grazie Roberto, ci provo; anche quando invento, scrivendo, non riesco a fingere situazioni familiari idilliache. Le abbondanti colazioni con i frollini al cioccolato che mettono tutti d’accordo e rendono tutti felici, quando Gennarino era piccolo non esistevano ancora. Adesso sì, in TV, negli spot pubblicitari. Ma, se non altro, almeno noi, non facciamo una vita da cani.

  1. Ciò che maggiormente ho apprezzato, oltre alla narrazione perfetta, è l’uso di parole italiane legate al passato e oramai quasi del tutto dimenticate. ‘Lappare’, sopra tutte, che anche noi eravamo soliti utilizzare nella sua eccezione di ‘slappare’. La storia è veramente al limite del grottesco e la figura del ragazzino che mangia dalla ciotola del cane è drammatica, eppure perfetta fotografia di un tempo oramai dimenticato in cui i figli ‘di troppo’ venivano in un qualche modo allontanati. Cosa altro dovrei aggiungere a questo splendido affresco? Solo che aspetto la seconda parte. Complimenti sempre.

    1. Grazie di cuore, Cristiana, quest’ultimo centenario – tu lo sai – avevo in mente di raccontarlo da tanto tempo. Fino all’ultimo non avevo ancora deciso cosa mostrare, cosa tralasciare e cosa modificare, per eccesso o per difetto di questa lunga vita che richiederebbe ben piú di due episodi, pur volendo raccontare una minima parte della storia.
      Ho cercato di descrivere alcuni aspetti del carattere e delle situazioni ambientali per arrivare ad una assoluzione, o almeno alle attenuanti e alla compassione dovuta alla triste decadenza di ogni vecchio.

  2. Mi è particolarmente piaciuto questo capitolo, del quale attendo ansioso il seguito, perché porta alla mente uno di quei racconti dei nonni, che non ci si stanca mai di ascoltare.
    Scorrevolissimo e incredibilmente coinvolgente.

    1. Grazie Giuseppe, spero che la seconda parte di questo tredicesimo centenario non deluda, non sembri un ritratto spietato e neppure edulcorato rispetto al vero Gennarino invecchiato.

  3. Leggendoti mi hai fatto ricordare i racconti di vita vissuta da mia madre, ora novantenne, di miseria e sofferenza nel dopo guerra. Storie di persone temprate alle difficoltà che non hanno mai smesso di lottare. Continua a scrivere, non smettere mai. Grazie M.Luisa per i tuoi racconti tristemente piacevoli ma sempre con un pizzico di speranza.

    1. Qualuque regalo possa ricevere per Natale, la tua frase di incoraggiamento “Continua a scrivere, non smettere mai” resterà uno dei doni piú graditi e piú necessari. E credo che lo faró. La scrittura in certi casi puó diventare un’ancora di salvezza.Grazie a te di cuore.
      La prima parte della storia é ambientata negli anni, come tu dici, del dopo guerra, ma anche del prima, tralasciando tutto il periodo della guerra che distrusse quasi completamente la città di Cagliari. La miseria era tanta, non equamente distribuita e i signori , grandi proprietari di terre quasi sempre trattavano le persone che lavoravano per loro come animali, senza alcun rispetto. I diritti sindacali dei lavoratori, soprattutto del settore agricolo-pastorale, erano ben lontani dall’essere raggiunti.
      Ció che succede ancora oggi, troppo spesso, soprattutto con i migranti.

  4. Conosco bene la rabbia di Gennarino, quella che arriva quando il dolore è troppo forte da poterlo afforntare, e spazza via ogni cosa. La conosco perché è stata anche la mia, e tu l’hai descritta egregiamente. I calci agli animali, la sfida al diavolo, l’odio verso la famiglia, sei riuscita a rendere esattamente quello che accade, quello che si prova. E lo hai fatto con lo stile prezioso e delicato che ti contraddistingue, senza bisogno di esagerare, o di urlare, come ha gia sottolineato Francesca. Questo rende il tutto ancora più di effetto. Bravissima.

    1. Ciao Dea, non so dirti quanto mi confortino le tue parole. Ero molto combattuta su quali aspetti far emergere e focalizzare per quest’ultima storia che é stata anche la prima, nella mia testa a ispirare tutta la serie. Non volevo edulcorare troppo la vera storia, ma non volevo dare neppure una sensazione di avversione e di condanna nei confronti del povero Gennarino. Solo se riconosciamo che la rabbia ci appartiene e quanto sia difficile, anche da adulti, in condizioni piú fortunate, riuscire a canalizzare questo stato d’animo in modo costruttivo, possiamo capire la rabbia di un bambinio, orfano, allontanato dalla sua casa e maltrattato. Grazie di cuore, Dea, per questa condivisione.😘

    1. Sì, esatto Francesca ” Padre padrone” di Gavino Ledda gli stava a pennello, a tanti che in quegli anni lo erano già e a molti altri che stavano imparando ad esserlo, in quella stessa scuola di vita.

  5. “Gennarino la rifiutava, in presenza del padroncino, ma durante la notte, vinto dai crampi allo stomaco, la mandava giù in quattro bocconi, lappando la ciotola con la lingua.”
    Questo è terribile, soprattutto perché scritto con le parole giuste.👏

    1. Grazie Francesca, qui ho fatto una piccola variazione sul tema ma di situazioni simili realmente accadute, per la miseria e per la fame, che mi hanno raccontato, ce sarebbeto tante altre, altrettanto sgradevoli.

        1. Invecchiando sto imparando a canalizzare meglio. A trovare il modo di stare meglio piú che posso. Ora sono al cinema a vedere il film di Almodovar. Siamo in pausa per l’intervallo.
          Ciao, ciao.

  6. Il tuo narrare mi ha sempre colpito per il dettaglio e la benevolenza con cui descrivi i tuoi personaggi, portandoci vicino a loro, facendoci sentire il loro mondo. In questo racconto, peraltro scritto benissimo e il tuo abituale stile, c’è però una sorta di ritrosia a scendere nel dettaglio proprio sul finale. Le ultime righe sono tracciate veloci, mi fanno sentire come se io stesso avessi fretta di superare questo punto della storia. Come se volessi fuggire via.
    Ho la sensazione che tu queste persone le conosca meglio delle altre.

    1. Caro Giancarlo, grazie di cuore per l’attenzione che continui a dedicarmi. Quest’ultimo racconto non é ancora terminato, (ti lascio immaginare la data della seconda parte), ma posso dirti che tutto ció che hai già capito é esatto.

  7. Hai la grandissima capacità di prendermi per le orecchie e trascinarmi nel tuo narrare. Anche nel tuo raccontare c’è orrore, molto più concreto di quello su cui fantastico io. Il tuo parla di vite, piegate o spezzate fin da giovani in tempi non lontanissimi e di una crescita in ambienti spesso crudeli che, probabilmente, ancora in certi posti esistono. Mi fa sempre immenso piacere leggerti Maria Luisa. Grazie!🌹

    1. Grazie Giuseppe, condivido in pieno la tua lettura. Pensare a certe situazioni del passato ancora molto presenti, soprattutto nelle condizioni di vita dei migranti, schiavizzati dai caporali, costretti ad abitare nelle baracche e sappiamo bene in quali condizioni, é davvero orribile. Fame, disperazione e rabbia possono poi portare anche al fratricidio.

    1. Tu dici “un racconto diverso dagli altri… un motivo ci sarà”. Io dico e giâ. La sequenza delle storie sui centenari é iniziata, pensando soprattutto a questa conclusione di fine serie. Manca poco ormai, l’8 gennaio il tredicesimo protagonista dovrebbe raggiungere il traguardo di un secolo. Non é facile parlarne, ma ci provo.