
Il vino triste prima parte
Serie: Cinquanta Racconti
- Episodio 1: L’idraulico
- Episodio 2: Una sbronza colossale
- Episodio 3: Eva
- Episodio 4: Un Natale di merda
- Episodio 5: Telefono erotico
- Episodio 6: La sconosciuta
- Episodio 7: Melania
- Episodio 8: Il dolore
- Episodio 9: La donna della domenica
- Episodio 10: Irina
- Episodio 1: Sandra
- Episodio 2: Scrittura creativa
- Episodio 3: L’assenza
- Episodio 4: Il mistero della penna di Flaiano
- Episodio 5: Il ritorno alla strada
- Episodio 6: Florentina
- Episodio 7: Andrea
- Episodio 8: La ragazza del killer
- Episodio 9: Sull’autobus di notte
- Episodio 10: Eugenia
- Episodio 1: A Casa di Loredana
- Episodio 2: Teresa
- Episodio 3: Gineceo
- Episodio 4: Addio
- Episodio 5: Denise
- Episodio 6: Ninna nanna malfamata
- Episodio 7: OF
- Episodio 8: I gemelli Murphy e il fantasma di Joyce
- Episodio 9: Il vino triste prima parte
- Episodio 10: Il vino triste seconda parte
- Episodio 1: Liturgia del desiderio – Parte prima
- Episodio 2: Liturgia del desiderio – Parte seconda
- Episodio 3: Non è successo
- Episodio 4: B-Movie
- Episodio 5: Francesca
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
La fatica è sedersi senza farsi notare. Occorre scegliere un angolo, stare immobili, respirare piano. In un posto così, nessuno alza lo sguardo. Nemmeno il barista.
Il vino arriva: tre dita di rosso, scuro, brillano nella luce fioca. Un vecchio amico. Lo porto alle labbra e il rumore del bar si dissolve in un ronzio lontano. Al secondo sorso, resto solo io e il bicchiere. No, il bicchiere e la mano che lo stringe. Il resto svanisce.
Il lavoro; non smetto di pensarci, anche ora che appartiene al passato. Trentacinque anni in fabbrica, il fragore incessante delle macchine, il calore soffocante dei forni, l’odore acre del metallo fuso. Credevo che il lavoro mi avrebbe reso un uomo. Invece, mi ha consumato, scavato dentro, giorno dopo giorno, come la ruggine corrode il ferro; mi ha lasciato vuoto, logoro, incapace di riconoscermi. Ora, sono solo una schiena curva, due mani che tremano, un uomo che fissa il vuoto con un bicchiere in mano. Non saprei se sia stata la fatica a spezzarmi o se sono stato io a lasciarmi spezzare.
Alzo lo sguardo. Li vedo: un ragazzo e una ragazza, al bancone. Ridono, le teste vicine, il resto del mondo solo una trascurabile comparsa. Lei gli accarezza il viso, lui la guarda come se non esistesse altro. Li odio. No, non è vero. Li invidio.
Carla. Lei mi guardava così. Rideva con gli occhi. Aveva un modo di toccarmi che mi faceva sentire vivo. Adesso, pronunciare il suo nome ha un sapore amaro, come l’ultimo sorso di vino che resta sul fondo del bicchiere.
Provo sdegno verso me stesso, per aver anteposto a lei i turni infiniti, il pensiero fisso delle bollette da pagare, la mia rabbia che giorno dopo giorno si ingigantiva. Non riuscirò mai a perdonarmi. Non l’ho tradita, non le ho mai fatto del male, ma l’ho uccisa lo stesso, a poco a poco. Le ho tolto tutto: la leggerezza, la gioia, il desiderio di restare.
Finisco il bicchiere e me ne vado. Cammino piano, cercando di non inciampare. Le strade sono vuote, e io sono come un cieco senza bastone. Qualcuno potrebbe sbucare da un vicolo e riempirmi di botte, ma non me ne importerebbe niente. Una donna potrebbe gettarsi ai miei piedi, nuda e bellissima, e io non vedrei nemmeno lei.
A casa mi spoglio davanti allo specchio. Le gambe magre, le spalle cadenti, il petto coperto da un pelo brutale. Chi potrebbe mai toccare un corpo così? Eppure, qualcuno una volta l’ha baciato, accarezzato, desiderato.
Mi sdraio sul letto, ma non riesco a dormire. Le lenzuola fredde, il respiro pesante. Carla mi torna in mente, con i suoi occhi tristi, come l’ultima volta che l’ho vista.
«Non è colpa tua,» mi aveva detto. Ma lo era.
Adesso sono qui, solo. Non bevo per dimenticare. Bevo per ricordare. Forse un giorno perderò la memoria e finalmente troverò la pace, ma non stanotte. Stanotte, come tutte le altre, resterò sveglio a fissare il buio, con il ronzio del silenzio nelle orecchie e il rimpianto per un amore perduto.
La luce del mattino filtra tra le persiane. Mi alzo, la testa pulsa. Nessuno mi aspetta, nessuno chiama.
Il caffè è amaro, proprio come piaceva a Carla. Lo preparo sempre così, anche se non lo bevo mai tutto.
Lo guardo sul tavolo, il fumo che si dissolve nell’aria fredda. Chissà dove sarà ora, Carla. Se ride ancora con gli occhi, se accarezza qualcun altro come faceva con me.
Esco. Passo davanti al bar senza entrare. Non voglio rivedere quel ragazzo e quella ragazza, o chiunque altro. Cammino senza una meta, i pensieri che mi seguono come ombre. Attraverso il parco. Carla adorava le panchine sotto i tigli. Diceva che lì il vento aveva un odore speciale, profumava di vita.
Mi siedo. Chiudo gli occhi. Per un attimo sento la sua risata, ma c’è solo silenzio.
Un uomo si avvicina. Ha gli occhi stanchi come i miei. Si siede senza chiedere permesso, tenendo una busta di carta in grembo. L’odore di alcol arriva prima delle parole.
«Anche tu, eh?» dice, come se sapesse.
Non rispondo.
«È un casino, la vita.» Tira fuori una bottiglia, beve un sorso. Me la porge.
«Non bevo mai al mattino,» mento.
Lui ride. «Nemmeno io, una volta.»
Rimaniamo lì in silenzio. Quando si alza solleva la bottiglia. «Non ti ammazza mica, sai?»
Non rispondo.
Resto sulla panchina fino a quando il sole arriva al punto più alto. Poi torno a casa. Sul tavolo intravedo la lettera che ho scritto settimane fa e che non ho mai spedito. È per Carla. La prendo, le dita esitano sul bordo della busta. È solo un pezzo di carta, eppure pesa come un macigno.
Non so cosa mi spinga, ma la infilo nella giacca e mi avvio verso l’ufficio postale.
Le strade sembrano diverse oggi. La luce è più calda, le ombre meno profonde.
Non so se Carla la leggerà mai, né se vorrà rispondermi. Ma, per la prima volta da anni, sento di aver preso la decisione giusta.
Quando arrivo, metto la lettera nella cassetta rossa e resto lì per un attimo. Poi me ne vado, senza voltarmi indietro.
Cammino fino al bar. Entro e mi siedo nello stesso angolo di sempre. Il barista mi porta un bicchiere di vino senza che io lo chieda.
Stavolta, però, non bevo subito.
Lo lascio lì, il bicchiere, come una promessa da mantenere.
La luce del pomeriggio si insinua fioca tra le tende polverose, illuminando il liquido scuro, sembra pulsare di vita propria. Intorno, i soliti volti. Il barista asciuga bicchieri con movimenti lenti e stanchi; un uomo con la camicia macchiata legge il giornale; una donna anziana al tavolo accanto sposta le carte di un mazzo consumato.
Mi sento diverso. Leggero. Penso a Carla. Chissà cosa farà quando vedrà la mia grafia sulla busta. La aprirà subito o la lascerà da parte? Forse riderà di me, o forse, per un attimo, si fermerà e penserà a noi.
Serie: Cinquanta Racconti
- Episodio 1: A Casa di Loredana
- Episodio 2: Teresa
- Episodio 3: Gineceo
- Episodio 4: Addio
- Episodio 5: Denise
- Episodio 6: Ninna nanna malfamata
- Episodio 7: OF
- Episodio 8: I gemelli Murphy e il fantasma di Joyce
- Episodio 9: Il vino triste prima parte
- Episodio 10: Il vino triste seconda parte
“on le ho mai fatto del male, ma l’ho uccisa lo stesso, a poco a poco. Le ho tolto tutto: la leggerezza, la gioia, persino il desiderio di restare.”
Questa frase dovrebbe essere imparata a memoria da ogni uomo. Perché una donna – bella, allegra, piena di vita – non si trasforma in un’ombra senza motivo. Lo so per esperienza personale.
Ho riletto il racconto tre volte. Mi ha toccato nel profondo. Sono riuscita a sentire la solitudine descritta in modo così semplice ed elegante. Grazie!
Con questo racconto partecipo ad un concorso letterario e quindi al momento non posso pubblicare il seguito.
È bellissimo, complimenti!
“Qualcuno potrebbe sbucare da un vicolo e riempirmi di botte, ma non me ne importerebbe niente. Una donna potrebbe gettarsi ai miei piedi, nuda e bellissima, e io non vedrei nemmeno lei.”
Potentissimo. Questo passaggio come l’intero racconto. La solitudine, l’aver amato, l’aver perduto. Hai reso ogni cosa alla perfezione. Mi hai commossa.
Mi piacciono tutti i tuoi racconti Rocco. Questo non mi permetto neanche di commentarlo, è perfetto.
Capisco il protagonista anche se non ho mai fatto l’operaio
“tre dita di rosso che brillano nella luce fioca”
Bella immagine: ci fa capire da subito l’atmosfera del racconto. E ottimo “esercizio” (come tu lo hai definito).
Abbastanza straziante!
è un esercizio che ho fatto rileggendo una poesia di Pavese.