La caccia

Serie: I ragazzi della via Polli


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Bianca, dopo aver letto un racconto dal libro "Il barone rampante", di Italo Calvino, trova il coraggio di arrampicarsi sopra un albero di fichi e inizia a osservare lo scenario che le appare dall'alto.

Certe domeniche, invece della solita minestra in brodo di gallina, o pollo arrosto, o alla cacciatora, o la sugo con i  malloreddus, o al forno con le patate, il menu, qualche volta, era a base di cinghiale.

Non avendo visto quando lo uccidevano, lo scuoiavano, lo sventravano e poi lo tagliavano a pezzi, col sangue che colava e schizzava dappertutto, Bianca lo mangiava volentieri.

Il gusto forte di quella carne selvatica, le piaceva più della solita gallina o delle lumache bavose e dei lumaconi che suo babbo andava spesso a cercare, che tanto non costavano nulla. Sua madre le cucinava in verde, in rosso o in bianco, con il pane grattugiato; oppure alla brace, senza salse.

Le cercava soprattutto dopo la pioggia, quando uscivano a pascolare sull’erba dei campi, a due passi da casa loro, con le piccole corna allungate, che si ritraevano quando venivano prese in mano. D’estate, invece, bisognava scovare quelle che si nascondevano sotto terra, in letargo, chiuse con un velo bianco e il guscio scuro intorno che ricordava le monache.

Una caccia a mani nude, senza munizioni e senza armi, che terminava imprigionando le piccole prede striscianti e schiumose in un retino, a spurgare per un po’ di tempo, prima di essere consumate.

La caccia grossa, per catturare i cinghiali, era aperta solo in periodi limitati dell’anno. Signor Aldo e i suoi amici cassadoris, uscivano presto, la mattina, con il fucile in spalla e le cartucce a pallettoni nella cintura, in tasca e nello zaino. Tornavano fieri, con le grosse prede da spartire, bene in vista sulla jeep del cacciatore capo.

La zia Ellèna ne arrostiva un pezzo, con lo spiedo, nel caminetto, e Bianca, felice di quell’invito, sedeva a tavola con loro, accanto alla sua amica e all’intera famiglia del signor Aldo, per consumare la carne della grossa preda, colpita e abbattuta con gli schioppi della sua carissima Bina.

Dopo l’arrosto con il contorno di verdure, c’era la frutta fresca e quella secca. Le castagne arrosto, oppure le noci o le nocciole o i fichi secchi. E qualche volta c’era anche il dolce. Un pranzo abbondante e speciale che a casa sua nemmeno per Natale, quando c’era l’agnello: primo, secondo e fine pasto, era solo quello. E per il cenone della vigilia, dell’agnello c’erano solo i piedini, tanti piedini annegati nel sugo, e basta.

Il padre di Bianca non aveva il fucile e non partecipava alle battute di caccia grossa. Andava soltanto in campagna a mettere i lazzi, per catturare tordi; oppure metteva il vischio nei rami e certe volte qualche minuscolo passeraceo ci restava incollato. Il più delle volte, però, tornava a casa con la faccia delusa o arrabbiato, e si sedeva a tavola con la bocca piena solo di mugugni e parolacce.

Anche gli amici di Bianca andavano in giro con la fionda, a caccia di uccelli. Non li beccavano quasi mai e quando ne colpivano qualcuno era solo per esercitarsi con la mira. Un passatempo, uno sport, un tiro al bersaglio in volo o per abbattere qualche passero appollaiato sopra un albero, con le pietre, invece dei proiettili.

A Bianca quel gioco non piaceva. Lei non aveva una fionda; neanche un piccolo fucile o pistola di legno, spara elastico. E neppure le spade o i pugnali che i suoi amici si costruivano con le loro mani, smontando le cassette per la frutta.

Lei certe volte, pur non essendo ormai tanto piccola, avrebbe voluto ancora una bambola, dopo quella che aveva rovinato, immergendola nell’acqua sporca, dove andavano a bere le galline. Allora aveva solo cinque anni e pensava di farle il bagno, nonostante sua madre l’avesse avvertita di non toccarla. Le lunghe trecce bionde erano rimaste impregnate di crusca. Quando Bianca le aveva sciolte, per bagnarle di nuovo nella stessa acqua, i capelli si erano ingarbugliati. Nel tentativo di scarmigliare quella folta chioma arruffata con il pettine, le ciocche si erano staccate dalla testa che, attraverso le fessure degli occhi mobili, si era riempita di acqua sporca. Il vestito era diventato un lurido cencio. Le scarpette avevano cambiato colore ed erano diventate viscide, limacciose.

Quando Benedetta aveva visto in che condizioni aveva ridotto la grossa bambola con i quattro arti snodabili, che doveva stare sempre, rigorosamente seduta al centro del suo letto, con le gambe divaricate, sul copriletto di raso azzurro con le frange, solo per figura, l’aveva fulminata con lo sguardo minaccioso e con le solite maledizioni.

A consolarla di quella perdita, dopo qualche mese, ci aveva pensato Maria Giovanna, la figlia della signora Porru, dove Benedetta aveva lavorato come serva.

Madre e figlia erano andate in visita  a casa loro, a Casteddu. A Benedetta avevano offerto un buon caffè, invece della solita bevanda preparata con la miscela Leone che comprava lei di solito. Le avevano offerto anche una borsa piena di indumenti usati, da riciclare. A Bianca avevano regalato un vecchio bambolotto, tutto nudo e senza capelli. Era stato amore a prima vista, come il classico scarrafone a mamma soja. Anche quel bambolotto con la testa pelata, di gomma dura, col viso rugoso come la pelle di un vecchio, aveva avuto vita breve. Dopo qualche settimana era finito schiacciato e decapitato sotto i piedi del babbo, una notte, al buio, mentre andava a tentoni verso la “toilette”.

Bianca da quel giorno aveva ripreso a sognare, ad occhi aperti o socchiusi, una favolosa stanza dei giochi; soprattutto quando la mamma la costringeva a mettersi a letto, nei lunghi pomeriggi estivi.

Certe volte disegnava – figure un po’ deformi – con le dita delle mani lunghe e sottili che sembravano aste. Colorava, ritagliava e poi, in un altro foglio, tracciava i contorni di un grembiulino o di un cappottino, e li sovrapponeva alla sagoma di carta. Un gioco che aveva imparato all’asilo; non era, però, abbastanza soddisfatta, non potendo darle il latte con il biberon e tanto meno farle il bagno.

Quindi preferiva chiudere gli occhi, per evadere col pensiero, immergendosi nella calda atmosfera di una casa immaginaria, con tanti piattini, tazzine, tegamini, vestitini di pizzo e scarpette di tutti i colori, in un piccolo armadio della cameretta per le bambole. E una vasca da bagno per lavarle – senza dover usare l’acqua delle galline – uguale a quella che aveva visto nell’appartamento di Maria Giovanna, quando era andata a Casteddu con sua madre.

Un giorno che suo padre aveva cosparso il vischio su alcuni rami del melograno in fondo al cortile, un uccellino era rimasto attaccato. Bianca aveva osservato dalla finestra quel pennuto col petto rossiccio che si era posato sul ramo. Le era tornata in mente La leggenda del pettirosso che avevano letto a scuola e un lieve turbamento l’aveva spinta a correre fuori, per liberare il volatile. E mentre cercava di strapparlo dalla colla, una goccia di sangue le era caduta tra le dita. Lo aveva tenuto tra le mani: il suo piumaggio morbido, il calore emanato da quel corpicino minuto e la zampetta ferita le avevano provocato un senso di pena e di protezione. Aveva preso una scatola delle sue scarpe, aveva messo sul fondo un paio di calze di lana e rinchiuso il piccolo uccello con il coperchio, bucato al centro da un unico foro.

La mattina dopo, quando era andata a portagli le briciole del pane, aveva sollevato il coperchio della scatola e lo aveva trovato rigido e freddo.

Serie: I ragazzi della via Polli


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Discussioni

  1. “Una caccia a mani nude, senza munizioni e senza armi”
    E ti ricordi il sibilo acuto quasi fosse un grido disperato, che le poverine emettevano al contatto con l’acqua bollente della pentola? Una cosa da spezzare il cuore, per noi bambini. Sono nipote e figlia di cacciatori, ho spennato così tante volte che oggi, a fatica, avvicino il naso anche solo alla carne di pollo 😂. Mi hai regalato un’altra splendida finestra aperta sui ricordi dell’infanzia. Che dirti ancora, basta il solito ringraziamento? Oggi aggiungo un abbraccio.

    1. Ciao Cristiana, se penso a ció che subiscono gli animali degli allevamenti intensivi, oggi piú che mai: maiali, polli e tanta altra “carne da macello”, quasi quasi, preferirei mangiare le tappadas che mi fanno un po’ schifo. E le grive, ancora tanto apprezzate qui da noi, che i cacciatori vendono a caro prezzo, mi sembrano un delitto contro l’infanzia avicola. Non possiamo farci niente. Il mondo é bello perché é vario, ma anche avariato e spietato.
      Grazie Cristiana, un forte abbraccio.

  2. Mi è piaciuto tantissimo il parallelo di immagini, mentre gli uomini si affannano alla caccia, Bianca si affanna nell’intento opposto: prendersi cura delle bambole e salvare il piccolo uccellino. Mi hai davvero commossa.

    1. Ciao Dea, Bianca aveva il cuore tenero di una femminuccia sensibile, amante degli animali e destinata, perció, a versare molte lacrime per tutte le inevitabili perdite di piccole bestiole a cui si affezionava in pochi minuti.
      Grazie Dea, che bello averti tra noi.💝

  3. Questo episodio, non so dire perché, l’ho vissuto come fosse stato un mosaico di sogni incastrati l’uno nell’altro. Immagini e simboli espressi davvero con maestria.

    1. Grazie Roberto, mi sento ancora molto scolaretta, che ha tanta voglia di imparare da voi tutti, e non ancora capace di esprimermi come vorrei.
      Le tue parole, gentili come sempre, mi fanno sentire sulla buona strada per arrivare, non in cattedra, ma vicino ai banchi dei “secchioni”, 😂, di questa grande scuola, in buona compagnia.😉

  4. “che doveva stare sempre, rigorosamente seduta al centro del suo letto, con le gambe divaricate, sul copriletto di raso azzurro con le frange, solo per figura”
    Anche questa è un’immagine splendida, quando ti viene impedito di godere delle cose per sottostare a regole prive di senso.

    1. Da noi, per riuscire ad avere queste grosse bambole soprammobili intoccabili, molte donne cedevano persino l’oro. I venditori delle bambole passavano in giro, nei paesi, e riuscivano a imbrogliare soprattutto le persone più umili.

  5. “Non avendo visto quando lo uccidevano, lo scuoiavano, lo sventravano e poi lo tagliavano a pezzi, col sangue che colava e schizzava dappertutto, Bianca lo mangiava volentieri.”
    Bellissima questa immagine, l’innocenza protetta ancora per un po’, volontariamente o meno poco importa.

  6. In questo episodio, più che in tutti gli altri, emerge la povertà in cui vivono Bianca e la sua famiglia e la fatica che fanno i genitori per “portare avanti la baracca”. È incredibile come per la bambina il cinghiale e l’agnello siano pasti “d’eccezione”, mentre per tutti noi basta andare in macelleria.
    Mi ha colpito come un semplice bambolotto, che al giorno d’oggi diamo per scontato, in questo caso abbia un grande valore.
    Quando ti leggo ho l’abitudine di scovare ogni differenza, anche solo un dettaglio, tra la vita odierna e quella della tua storia. Sto imparando tanto su come vivevano alcuni dei nostri parenti nel passato (non mi è rimasto praticamente nessuno a cui chiedere), quindi non mi rimane che ringraziarti per questo. 😸

    1. Grazie a te, Mary, il mio intento iniziale, per questa serie, in parte era anche quello di immortalare dei ricordi, in parte sbiaditi dal tempo, che richiedono molti ritocchi, e in parte ancora nitidi. Non osavo sperare di poter coinvolgere anche chi non ha conosciuto in modo diretto quel periodo, quel tipo di realtà decisamente modesta. Anche se meno triste e meno amara di certe realtá attuali, dove manca il cibo, non c’e acqua, ma solo piogge di materiale bellico che distruggono le città e fanno strage dei suoi abitanti.
      Mentre cerco di descrivere com’era la situazione sociale della mia terra, che ho scelto di raccontare in questa serie, non posso fare a meno di pensare alla situazione che stanno vivendo in Libano o nella Striscia di Gaza, per non parlare dell’Ucraina o di tanti Paesi dell’Africa, martoriati dalla guerra. E ogni ricordo del passato, assume una prospettiva diversa.
      Ciao Mary, grazie🙏

  7. Leggere questo capitolo è stato come guardare un filmato ripreso con una vecchia cinepresa.
    La parte finale con l’uccellino mi ha riportato alla mente un episodio della mia infanzia, quando i bambini, con cui ero solito giocare, catturarono un giovane passero, che ancora non sapeva volare, rinchiudendolo in una scatola. La fine, ovviamente, fu la stessa.
    Un episodio molto bello ed evocativo.

    1. Certe volte le buone intenzioni, soprattutto nei bambini che vorrebbero salvare gli animali, possono avere esiti opposti.
      Ricordo alcuni anni fa, quando ancora lavoravo come terapista in una Centro di riabilitazione, una ragazzina mi chiese: “tu quanti animali hai salvato?”. Non me ne venne in mente nessuno. I miei tentativi era finiti tutti male: pesciolini, uccellini caduti dal nido, un gattino bianco che adottai perché era stato abbandonato, e dopo pochi giorni finì sotto le ruote di un motorino. Lei, invece, mi raccontò di un’ape che era finita dentro un secchio d’acqua e lei ci aveva messo dentro una foglia, per consentire all’insetto di galleggiare, e da lì, scuotendolo le alette, aveva ripreso a volare. Quella volta andò a finire bene.
      Storie di questo tipo se ne potrebbero scrivere molte altre, soprattutto per i bambini.
      Noi adulti, come mi confermi anche tu, nei nostri ricordi ne custodiamo tante.
      Grazie Giuseppe🙏

  8. Stavolta ci hai fatto vedere la povertà per quello che è, senza il “si era felici con poco”. Che poi a volte lo si era davvero, pero’ c’era chi mangiava cinghiale arrosto e chi l’agnello lo vedeva solo per natale e bello non era sicuramente. Bianca cresce episodio dopo episodio e affronta la realtà della vita, ivi compresa la morte.

    1. Ma… non so, qualcuno disse che la felicità é saper apprezzare ed esser contenti di ciò che si ha. Forse il padre di Bianca era pienamente appagato quando mangiava le lumache. E la madre quando poteva cucinare i piedini di agnello o la minestra col brodo di gallina e quando le galline facevano le uova. Bianca stava imparando a evadere e probabilmente riusciva a star bene con un po’ di fantasia. Oggi sono tanti quelli che possono avere tutti i beni materiali che vogliono, eppure, non sono comunque felici. Qualcuno é depresso, qualcun altro sniffa o beve fino a stordirsi per dimenticare. E molti vivono con un deserto di aridità intorno.
      La vera ricchezza, penso sia nella testa, nel cuore e nell’anima, quando possono convivere in buona armonia. Se abbiamo l’essenziale per vivere con dignità e riusciamo ad apprezzare la bellezza intorno a noi, che può dare serenitá, per realizzare tante belle cose, dovremmo (uso il condizionale) riuscire a star bene.
      Forse tu non sei d’accordo, ma grazie perché mi fai riflettere sempre tanto, con i tuoi commenti.

      1. Io credo che nei paesi occidentali, abituati al capitalismo, questo senso di appagamento sia una ben magra e falsa consolazione. Ci misuriamo costantemente, almeno dal secondo dopoguerra, con il benessere di chi sta meglio di noi. Se tutti i tuoi compagni di classe vanno alla gita di cinque giorni e tu non puoi perché la tua famiglia non ha i soldi, cosa c’è di appagante? se hai 18 anni e i tuoi amici vanno in discoteca e tu non puoi è appagante? Avevo un compagno di classe che finito il panino si rimetteva in tasca l’alluminio per usarlo la volta dopo… era appagato? Quando tutti mettono la quota per il regalo alla maestra e tu le fai un regalo per conto tuo perché non ci sono abbastanza soldi per la quota è appagante? Quando il padrone di casa bussa alla porta e non hai i soldi per l’affitto è appagante? Quando tua madre deve vendersi la macchina per mantenerti l’università è appagante?
        Eravamo cosi’ felici, mamma non aveva i soldi per pagare l’affitto e se li doveva far prestare dalla nonna. Che bello che era, come eravamo contenti di quello che non avevamo!
        Scusa la durezza del commento ma non funziona cosi’. Forse, e me lo auguro, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

        1. Capisco che non sia facile quando i figli reclamano qualcosa per sentirsi come i loro coetanei e i genitori sono costretti a rifiutare sempre, o quasi, ciò che chiedono.
          Quel che ho sostenuto nella mia risposta precedente, però, non é un parlare senza esserci stata ed esserci ancora in mezzo. Pur dovendo rinunciare a qualsiasi viaggio, vacanza, ferie, indumenti nuovi, ristoranti e qualsiasi altra cosa materiale non essenziale, da tanti anni, non credo sia questo che possa determinare il mio livello di equilibrio fisico e mentale. La ricerca interminabile di un minimo equilibrio psico-fisico penso vada ricercata in altri modi, ma sarebbe un discorso troppo lungo per poterlo affrontare in questo spazio.

        2. Si, certo. È più lungo di così e anche più complicato. Comunque sull’equilibrio psico-fisico dovresti aver ragione, se non fosse che qualcuno ci rimane.

  9. Emme, ormai mi sembra di ripetermi ogni volta che provo a dirti quanto mi coinvolgono le tue tavole imbandite, quei caratteri scolpiti nel granito e tutte le sfumature di colore così simili a quelle che ho amato quando ero piccolo. E praticamente mi tocca scrivere sempre le stesse cose, come quei vecchietti che ripetono la medesima avventura vissuta da giovani, infinite volte. Spero tu faccia come me: annuendo sorpresa e meravigliata, sottolineando i passaggi cruciali con un “ohhh” sbalordito… 😀

    1. Ciao Emy, tu ripeti ripeti ripeti, quel che senti. A me fa sempre piacere, tanto tanto. Anch’io, per i tuoi racconti, dovrò ripetermi, scrivendo che hai due talenti, usali, non sprecarli. “Comunque vada, sarà un successo”, diceva Piero Chiambretti, per gli artisti del Festival di Sanremo che, vincenti o perdenti, avrebbero messo in circolo le loro canzoni.
      Un abbraccio.

  10. Ciao Maria Luisa, è un po che leggo questa serie e la apprezzo molto. Anche se appartengo a un epoca e un luogo diverso, trovo sempre bellissimo immergermi nel passato di qualcun altro, imparare, sognare e vedere come la vita e le persone cambiano, eppure i sentimenti,
    i sogni e le paure siano simili. Ciò che prova Bianca, attraverso la tua penna, è facile da sentire e condividere. Mi ha intenerito, di questo episodio, Bianca che sogna un mondo di giochi e la sua voglia di salvare l’uccellino. È quasi uscita una lacrima quando ho scoperto che non ce l’ha fatta.
    Anche stavolta, leggere alcuni punti mi ha ricordato “Oliva Denaro” di Viola Ardone.
    Ti faccio tantissimi complimenti, è davvero un piacere seguire la tua serie.

    1. Ciao Melania, grazie🙏. “Oliva Denaro” é una libro che ho molto amato. Una realtà che per certi versi somiglia a quella che anch’io cerco di raccontare. Anche le espressioni dialettali (differenti), del linguaggio narrativo, possono essere un altro aspetto simile.Ti ringraziò di cuore per questo paragone. Spero di poter migliorare nello stile e nella capacità creativa e chissà se riuscirò a raggiungere un livello simile a quello di Viola Ardone.

  11. Ecco che in questa storia emerge il lato “vero” della vita. CI stava, doveva starci, perché non si può sempre parlare di corse felici nel sole e di grandi pranzi in famiglia, o di innamoramenti giovanili. La vita reale, soprattutto in una campagna come quella che ci racconti, è fatta anche di dettagli che fanno star male. E che fanno crescere. Ora vado a mettere un cerotto sul taglio, netto, sulla guancia.

    1. Sì, Giancarlo, la penso esattamente come dici tu. La vita non é mai solo petali di 🌹🌹 🌹, ma anche spine. Abbiamo bisogno di carezze o di parole che sentiamo come carezze, per lenire il dolore dei graffi, ma non possiamo ignorare del tutto la nostra realtá dolce-amara.
      Grazie🙏

  12. “La mattina dopo, quando era andata a portagli le briciole del pane, aveva sollevato il coperchio della scatola e lo aveva trovato rigido e freddo.”
    Una verità fredda, ruvida, come la vita di questa bimba di altri tempi, e come la vita degli adulti di ogni tempo.

  13. Ci immergi in una Sardegna dove la miseria e la voglia di vivere convivevavo forgiando le persone. Oggi i tempi sono cambiati, in meglio. È bello riscoprire con le tue belle e semplici parole un mondo che sembra oggi lontanissimo a noi che abbiamo qualche anno alle spalle, inimmaginabile per le nuove generazioni. Il racconto scorre armonioso, senza mai una stecca, peccato per il povero uccellino rimasto stecchito. Si sente tra le righe l’amore che dimostri per la tua terra, la Sardegna te ne renderà merito. Brava Maria Luisa.

  14. Il marchio di fabbrica di questo tuo libro è la durezza del mondo dei grandi con l’ingenuità di Bianca. I dettagli sono sempre concreti e con l’inserimento di pensieri intimi danno una certa profondità. Non so perché, nella mia mente immagino Bianca in posta a caccia di cinghiali. Molto brava.

    1. Ciao Giuseppe, grazie🙏. Le tue parole mi rassicurando. Ogni volta che pubblico un racconto c’ é sempre molta incertezza: annoierá, piacerá, stuferà… Boh!?
      Se dovessi immaginare Bianca in un bosco dove vanno i cacciatori, per quel che si di lei, anch’io potrei pensare mentre fa la posta al cinghiale con un binocolo per osservarli a distanza, dalla cima di un albero, per poi raccontare ai suoi amici e compagni di scuola com’e fatto, come grugnisce e magari, se capita, come sono buffi i suoi cinghialetti.

      1. Penso che l’incertezza ci sia per tutti. A te che importa se piacerà o meno? Qualcosa che a te e a qualcun’altra, nessuno può togliere è saper narrare.
        Va avanti per la tua strada. Io la immaginavo con il fucile in mano 🤣

        1. Grazie per l’incoraggiamento Giuseppe, é sempre prezioso. Il fucile di Bianca, la sua unica arma, sarà la penna.