
La Camaro gialla di Eric Frusciante
Eric Frusciante aveva finito la benzina; e non nel senso di sentirsi vinto dalla stanchezza. No, Eric Frusciante aveva proprio terminato il carburante nel serbatoio dell’auto.
Aveva avvertito un primo sussulto strattonarlo in avanti, mettendo in funzione il sistema di bloccaggio della cintura di sicurezza. Poi la macchina aveva proseguito per qualche altro metro senza ulteriori singulti, dandogli l’impressione che si fosse trattato di un semplice malinteso fra il carburatore e la pompa di aspirazione. Infine, una raffica di colpi di tosse ed una serie di strappi nervosi avevano tempestato il veicolo senza che questo fosse più in grado di tornare alla rassicurante condizione di marcia tenuta solo pochi attimi prima, sino a quando il motore non era definitivamente spirato in un ultimo, straziante tentativo di non soccombere alla fame, arrendendosi all’evidenza dei fatti e lasciando Eric fermo nel bel mezzo della carreggiata, in un abitacolo rovente insensibile al sistema di climatizzazione, con le mani aggrappate al volante, su una strada dove non ricordava di aver incrociato anima viva durante l’ultima mezz’ora.
Eric aveva osservato a lungo gli indicatori di livello posti sul cruscotto, come se fissarli incredulo avesse potuto modificare la sostanza delle cose.
A volerla dire proprio tutta, se qualcuno avesse dovuto fornire una manciata di definizioni su Eric, giusto per inquadrarne il tipo, probabilmente avrebbe utilizzato aggettivi come impulsivo, determinato, suscettibile, più vari altri per completare il quadro, ma tra questi il termine “organizzato” sarebbe certamente mancato all’appello.
Nonostante ciò, Eric non era però un totale sprovveduto, e mai si sarebbe avventurato in quella landa desolata bruciata dal sole senza essere sicuro di poter contare su un adeguato quantitativo di carburante nel serbatoio.
Prova ne sia il fatto che ad Eric, nemmeno a farlo apposta, solo pochi minuti prima dell’increscioso evento era caduto l’occhio proprio sulla lancetta della benzina, trovando conforto nel constatare che a sua disposizione poteva contare su una scorta di tutto rispetto.
Purtuttavia, l’unica asticella che ora si stagliasse dritta verso il cielo come un’erezione impenitente (o un dito medio alzato, a seconda dei punti di vista) era quella bianchissima della temperatura dell’acqua, che anzi tendeva a voler sconfinare nella seconda metà del quadrante, la parte in cui non bisognerebbe mai inoltrarsi, pericolosamente vicina a quei trattini rossi che una volta raggiunti marcano il confine tra la condizione del “posso ancora sistemare le cose” e “Huston, abbiamo un cazzo di problema”.
Quella Huston per la quale servivano ancora nove ore di macchina a guida arrogante, l’unica che Eric conoscesse e dove, anche fosse stato in grado di raggiungerla, in qualunque officina avrebbero potuto dirgli:
«Eric, ragazzo mio, non credo siano stati gli alieni. Sei semplicemente rimasto a secco.»
«Ti dico che fino a pochi minuti prima la benzina c’era.»
«Avrai preso un sasso, si sarà bucato il serbatoio.»
«Che stronzata. È una Camaro cazzo, è una macchina americana, mica le fanno di cartapesta. Non si buca il serbatoio con un sasso. Non ci può nemmeno arrivare un sasso al serbatoio.»
«Che vuoi che ti dica? Sai già tutto tu. Non è che sacramentare contro un meccanico immaginario servirà a levarti dalla merda. Sei rimasto a piedi, se fossi in te mi inventerei qualcosa alla svelta. Lo senti il caldo?»
«Grazie, bel consiglio del cazzo. Lo sento sì il caldo. Non ce l’avete un condizionatore qua dentro?»
«Non dirmi niente, è una vita d’inferno. Ora, se vuoi scusarmi…»
Eric aveva abbassato entrambi i finestrini sperando che dal gesto potesse scaturire un refolo di corrente che attraversasse l’abitacolo, ma da quelle parti la cosa che smuovesse maggiormente l’aria alle due del pomeriggio erano i tafani che in volo scontravano l’uno nell’altro in disperati, mutui tentativi di insetticidio suicidio, accompagnati nel loro ultimo attimo di vita dal desiderio di rinascere ovunque nell’universo ma non lì, non di nuovo.
Non restava altro che martellare il volante di pugni, sfogare poi la frustrazione sugli interni in pelle e sul tettuccio in tessuto fino a quando la macchina non fosse ripartita da sola, con tanto di messaggio di scuse come in Knight Rider e un accredito di sessanta dollari direttamente sul conto per il fastidio arrecato.
Eric ce l’aveva messa tutta, i pugni erano stati assestati accompagnati da una serie di improperi allo scopo di rafforzare il concetto, ma la macchina era rimasta inspiegabilmente ferma nella propria immobilità.
Bisognava spostarla di lì. Prima che una riga di camion a rimorchio apparisse all’improvviso a distanza di dieci secondi l’uno dall’altro su una strada totalmente deserta sino ad un attimo prima. Fra quelli, sicuro come il sole che tramonta a ovest, ce ne sarebbe stato uno guidato da un autista assonnato, sottopagato, con la barba lunga di tre giorni che non avrebbe fatto in tempo a sterzare dopo essersi appisolato nel momento sbagliato e aver riaperto gli occhi troppo tardi, centrandolo in pieno.
Eric aveva messo il cambio in folle, aperto la portiera del guidatore e posato la suola degli stivaletti di coccodrillo sull’asfalto scuro appena steso di fresco, con il preciso sentore dei sassolini di catrame che si staccavano dal manto stradale rimanendo appiccicati fra le scanalature dei tacchi, come conseguenza del calore simile a fiamme da Antico Testamento che saliva direttamente dal terreno, distorcendo la visuale di tutto ciò che si trovava ad appena dieci metri di distanza da lui.
Si era arrotolato le maniche della camicia di lino color panna, aveva richiuso la portiera giallo canarino dell’auto e attraverso il finestrino aperto aveva appoggiato la mano destra sul volante, mentre con la sinistra aggrappata al piantone si era piegato in avanti facendo leva sulle gambe, spingendo il veicolo con fatica, percependo i rivoli di sudore che gli solcavano schiena e petto e concentrandosi sullo scricchiolio dei battistrada a contatto con il terreno, unico suono a rubare la scena al frinire incessante di cicale irrequiete, sperimentando su sé stesso quanto l’essere umano fosse ormai totalmente assuefatto all’utilizzo del servosterzo, sentendone la mancanza proprio come a un tossico manca lo schizzetto della buonanotte prima di andare a dormire.
Poco più avanti la strada si apriva sulla destra in un piccolo slargo in terra battuta. Tutto quello che doveva fare era continuare ad imprimere forza alla carrozzeria attraverso gambe e braccia, muovere leggermente il volante in direzione della piazzola e, una volta al sicuro da guidatori in carenza di sonno, abbandonarsi al pensiero di stanze in motel silenziosi, ventilatori accesi e caraffe imperlate ricolme di cubetti di ghiaccio a consumarsi piano piano in acqua trasparente.
Eric aveva temuto per un attimo di perdere il controllo dell’auto nel momento in cui la ruota anteriore di destra aveva oltrepassato lo scalino che segnava il confine fra la corsia di marcia e il parcheggio di fortuna, ma al momento opportuno aveva inserito la leva del cambio sulla posizione di fermo, arrestando il pesante movimento della macchina con un ultimo sobbalzo scaricato sugli ammortizzatori frontali.
Il telefono installato di fianco al sedile del guidatore aveva squillato nel momento esatto in cui Eric aveva messo mano al taschino della camicia con l’intenzione di tirarne fuori il pacchetto di sigarette, facendolo desistere dall’intento. Non aveva alcun dubbio su chi potesse esserci all’altro capo, quel numero ce l’aveva solo lui.
«Ciao Mel». L’interno dell’auto era già diventato un forno crematorio, le gambe avevano iniziato a sudargli non appena si era seduto al posto di guida.
«Eric, dove cazzo sei?»
«Dalle parti di Kenna, più o meno.»
«E dove cazzo sta Kenna, Eric?»
«New Mexico.»
«Eric, Cristo Santo, non mi fare incazzare proprio nel mezzo della digestione, è l’unico momento di pace che ho nella giornata. Che cazzo ci fai in New Mexico? Avresti già dovuto essere qui da me!»
«Lo so Mel, hai ragione. Ho fatto solo una piccola deviazione.»
«Una deviazione? Non si passa dal New Mexico quando si parte da Fort Worth, si viene giù dritti senza bisogno di lasciare lo Stato. Sei di nuovo nella merda Eric? Mi devo preoccupare?»
«No, no, è tutto a posto Mel, davvero. Mi serviva solo prendermi un po’ di tempo.»
«Eric, questo non è più un gioco, lo sai vero? Io mi sono esposto per te.»
«Lo so Mel, e di questo ti sono davvero gr…»
«Perché non sento rumori di macchina che corre come se avesse le fiamme nel culo? Sei fermo da qualche parte a goderti il sole, Eric?»
«No. Sì, voglio dire… ho avuto un contrattempo con la benzina, ma adesso…»
«Ci posso contare, Eric?»
«Cosa?»
«Ti ho chiesto: sei all’altezza? Ho fatto bene a spendermi per te?»
«Che diavolo Mel, certo che ci puoi contare. Ti ho mai deluso?»
«Diverse volte Eric. E per molto meno».
Il telefono aveva trasmesso un flebile ronzio, lasciando Eric con l’orecchio ancora incollato alla cornetta ed una goccia salata che rotolando dalla tempia sinistra si era fatta strada fino all’occhio, salutandolo col suo bruciore irritante.
Eric aveva aperto la portiera con una spinta del piede, era uscito nell’afa rabbiosa del giorno e aveva posato le terga sul cofano dell’auto, ritornando a rovistare nel taschino della camicia.
«Dove eravamo rimasti?» aveva chiesto alla polvere del deserto.
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Questo racconto mi ha fatto sorridere molto mentre lo leggevo. Mi ricorda proprio una situazione in cui tutti noi potremmo trovarci. Bravissimo!
Decisamente 🙂
Chissà che un giorno il personaggio non salti di nuovo fuori 😉
Grazie Tatiana
Ho appena finito di leggere. E mi è piaciuto tanto, forse alcune frasi per me son troppo lunghe ma capisco che ricercano uno stile che puramente gioca proprio su queste lunghezze. In alcuni punti ci riesce benissimo, in altri è più difficile da “masticare”. Anche per questo ne ho apprezzato molto dai 3/4 in poi, decisamente più fluido. Sarebbe interessante ppoter vederne un ipotetico secondo capitolo! Complimenti
Grazie Loris, felice che ti sia piaciuto!
Curioso, quando dici “Eric aveva messo il cambio in folle” in un auto cosi americana! Mi porta a chiedermi se abbia comprato l’auto in Europa oppure si sia fatto lui appositamente montare il suddetto per una qualche sua passione o l’abbia comprata nuova ordinando questa modifica! Ora invece continuerò a leggere il racconto, mi ero fermato a questo particolare!
Loris, mi lusinga che tu ti soffermi su questi particolari. Ma non c’è nulla di insolito, se ti è mai capitato di avere sotto mano un’auto non per forza americana con il cambio automatico, avrai di sicuro avuto modo di constatare che la leva del cambio può stare su P (parking) R (rear), D (drive, in alcuni modelli è ulteriormente suddivisa in 1 2 e 3) e N (neutral, la folle). Per cui no, non ha comprato l’auto in Europa e non si è fatto fare nessuna modifica.
Più che soffermarmi sono uno a dir poco patito di auto, e il cambio in folle significa so bene che significhi una sola cosa. Certo, la levetta laterale che solitamente da noi viene usata per tergicristalli o altro, da loro ha N, R, P e la D di drive con i numeri. Per quello scrivere “il cambio in folle” non si potrà mai riferire ad un auto americana (consideriamo anche che quest’ultima ha un cambio automatico a dieci rapporti quindi nemmeno possiede una levetta come quella di cui parlo poco sopra). Più che altro capisco che può esser un semplice errore dettato da vari aspetti poco importanti, sopratutto in termini di sviluppo della storia complessiva. Sono solo io che non tollero i minuscoli e millimetrici graffi nella carrozzeria perfettamente lucida😅🤣
Sono felice che tu pubblicherai con Edizioni Open (intendo la casa editrice, non la piattaforma). Rileggendo questo librick si vede che te lo meriti
Un complimento bellissimo Kenji, me lo tengo stretto, grazie!
Molto bello Roberto. Sudavo anch’io assieme ad Eric. Avrà un seguito spero!
Grazie Giuseppe. E’ nato come un racconto autoconclusivo, ma sono tentato…
Sono perfettamente d’accordo con M. Luisa – impressione di vedere un film – con in più la preziosità di un film di regia e ambientazione di fatto italiane italiane recitato da attori americani. Praticamente quello che ha fatto leone ma applicato ai classici film americani on-the-road
Grazie Francesca, davvero. Vorrei spendere anche una parola di solidarietà nei confronti di Sergio Leone che dopo essersi sentito accostare alla roba che scrivo mi dicono abbia tentato il suicidio in Paradiso, salvo poi essersi accorto di essere già passato a miglior vita 😂
Mentre leggevo avevo l’ impressione di vedere un film. Il personaggio e` particolare, mi ha incuriosito, sarebbe interessante saperne di piu`.
Direi che non potessi sperare in commento più lusinghiero, grazie Maria Luisa!
Mamma mia, quante volte sono rimasto senza benza tra auto e motocicletta! 😀
“Dove eravamo rimasti?” Eric è fatto così, è una storia su quelli fatti così.
Grazie per averla letta🙏🏻
Come sempre bravissimo nelle puntigliose descrizioni che ti fanno vedere le scene con una risoluzione oltre gli 8K. Non so come tu faccia a gestire periodi così lunghi senza inciampi. Io se non metto un punto ogni tanto mi perdo!
Questo è un commento che mi ripaga di tutto l’allenamento e l’impegno che sto mettendo nell’imparare a gestire la lunghezza dei periodi. In realtà inciampo spesso, ma non mi stanco mai di rimettermi in piedi e proseguire dritto. Grazie🙏🏻
Cavoli no: la mia auto preferita rimane impantanata nel bel mezzo del nulla in New Mexico a sciogliersi sull’asfalto! 😭
Bello questo racconto: sembrerebbe quasi l’episodio pilota di una serie diretta da Tarantino.
Chissà che non deciderai di proseguirla, un giorno. 😁
Ciao Giuseppe, sono davvero onorato del tuo commento.
Chi può dirlo, vai a sapere dove ti portano le dita… 🙂
Mi è venuto in mente “Transformers” e ho immaginato la Camaro di colore giallo.
Il librick è stato una lettura appassionante!
Hai ragione Kenji! Non ci avevo pensato ma ora che me lo hai detto…
Sono contento che ti sia piaciuto.
Ci starebbe benissimo come incipit di una serie, ma non chiedo tanto. Molto bello, mi ci sono sentito dentro.
Sarà perché ho fatto da Phoenix alla riserva di Zion (Utah) passando per Flagstaff e Page su una Chevrolet Cavalier (praticamente una Duna: https://d323w7klwy72q3.cloudfront.net/i/a/2014/20140519tow/I7121.JPG) e attraversando le riserve indiane, venticinque anni fa?
Grazie Giancarlo, siamo compagni d’ispirazione.
“Dove eravamo rimasti?» aveva chiesto alla polvere del deserto”
Forse solo a me, ma questo chiedi alla polvere mi ha risuonano Fante…
lo ammetto, mi sa che mi sono fatto prendere un po’ troppo la mano 😇
Nella prima parte ho rivisto la storia della mia vita. Mi chiedono se ho controllato la benzina, io rispondo (pure piccata) si, per chi mi hai presa, mezz’ora dopo li imploro di venirmi a ripescare che ho finito la benzina 😭
Consola sapere che succede anche agli ometti. E che ometto. Un adorabile e inguaribile pasticcione. (Alla fine temo che Mel rimarrà deluso, tanto per cambiare). Ma a uno come Eric non puoi non volergli bene. Bellissimo racconto, l’ho adorato, bravo Roberto!
Sono felicissimo di questo, è la gratificazione migliore che si possa ricevere.
” i tafani che in volo scontravano l’uno nell’altro in disperati, mutui tentativi di insetticidio suicidio, accompagnati nel loro ultimo attimo di vita dal desiderio di rinascere ovunque nell’universo ma non lì, non di nuovo”
Chiamami tafano! 😂
Bene. La prima parte, diciamo ‘tecnica’, l’ho goduta praticamente da neofita del genere non sapendo quasi fare nemmeno benzina da sola da un distributore automatico senza creare problemi esistenziali a me stessa. Il calore l’ho quasi goduto perché lo hai descritto così bene da riuscire a sentirlo. La storia è molto cinematografica e lo stile che hai usato somiglia a una sceneggiatura: immagini che si srotolano davanti agli occhi. Il particolare che mi è piaciuto di più è lo stivaletto di coccodrillo indossato in un clima estremo, non oso immaginare quelle povere dita dei piedi. Bravissimo Roberto, ogni tuo scritto porta oramai la firma della tua splendida penna.
Grazie Cristiana, felice delle tue parole e di averti fatto vedere un film🙏🏻
“Eric ce l’aveva messa tutta, i pugni erano stati assestati accompagnati da una serie di improperi allo scopo di rafforzare il concetto, ma la macchina era rimasta inspiegabilmente ferma nella propria immobilità.”
Non me ne vogliate, ma mi sembra proprio la tipica mentalità maschile. Il tutto surrogato in poche splendide parole😃
Sì sì, confermo tutto 😂
“come un’erezione impenitente (o un dito medio alzato, a seconda dei punti di vista) “
😂