
La dignità delle parole
C’è un momento che prediligo su tutti quando preparo il caffè. Arriva preceduto dal rumore che emette l’aria nell’attimo in cui fuoriesce dal beccuccio centrale, quello che chiamano acceleratore di flusso ma che un nome più brutto non potrebbe esistere, lungo e stretto in mezzo al serbatoio della moka, quando ormai l’attesa è quasi terminata e il liquido nero sta per venire su.
È un suono che ha le sembianze di un soffio che si fa sempre più sottile via via che anche l’ultima molecola di ossigeno e altri gas abbandonano le pareti roventi della caffettiera e si disperdono invisibili da qualche parte nell’universo.
Non appena quel soffio cessa di farsi sentire… no, non quando esce il caffè, parlo del momento precedente.
Non appena il soffio scompare e subito prima che il caffè fuoriesca: è questo il momento di cui parlo. Quello in cui tutto sembra fermarsi. Tutto. Il mondo resta ammutolito ad aspettare, ogni cosa si cristallizza immobile come succede con i sortilegi e nelle immediate vicinanze della moka si libera, giovane e discreto, un profumo rassicurante che si manifesta solo a chi abbia avuto la pazienza di attenderlo, lì dove si sapeva avrebbe preso vita, destinato a dissolversi in brevissimo tempo soverchiato dall’aroma vero e proprio del caffè che si riversa all’esterno, molto più intenso del fratello scomparso.
Ecco, quello è il momento che amo su tutti. Quello in cui ogni cosa è nient’altro che desiderio e ogni attimo è una promessa. Che le cose andranno bene, che le cose andranno come devono andare.
La diagnosi per Andrea è arrivata in una giornata tiepida di sole di due anni e mezzo fa, una di quelle che preannunciano l’arrivo della primavera, in cui ogni tuo gesto è intriso della irremovibile convinzione che la vita non possa far altro che giocare dalla tua parte.
Io e mio marito siamo entrati spogli di ogni consapevolezza nella stanza dello stesso medico che ci aveva prescritto, tre settimane prima, tutti gli esami il cui risultato si trovava impresso a caratteri sottili ed impersonali su di un foglio di due pagine fronte e retro, che gli abbiamo consegnato ancora d’in piedi con nessuna idea di come leggerlo, nonostante l’esserci sempre fregiati di possedere una cultura sopra la media; arroganza per la quale ci siamo sentiti ancora più vittime di tradimento, da parte della nostra irrazionale e mal riposta vanità.
Il dottore, un omino giovane dalla calvizie totalmente fuori controllo, ci ha comunicato il responso rivolgendosi a noi con lo stesso tono monocorde col quale poco prima ci aveva snocciolato i risultati numerici degli accertamenti, come se stessimo discutendo di noiose formalità tecniche da espletare a causa del maltempo in funzione dell’uscita domenicale fuori baia con la sua barca a vela.
Sono propensa a pensare che ognuno, nel corso della propria esistenza, si trovi costretto suo malgrado a crearsi le opportune barriere difensive nei confronti della professione che gli è capitata o che si è scelta. Il meccanismo mi è ben chiaro. Sono però anche persuasa del fatto che ci siano mestieri i quali, per la loro stessa natura, dovrebbero essere assorbiti invece che meramente indossati. E proprio per il fatto che questi si suppone siano frutto di una scelta consapevole e non della casualità, chi se n’è fatto carico dovrebbe operare facendo lo sforzo di salire su quel gradino un po’ più alto rispetto al livello del mare chiamato empatia, che tante volte rimane deserto e disatteso e che, sono convinta, dovrebbe essere la ragione fondante a motivazione imprescindibile dell’intraprendere un determinato percorso come quello della formazione medica, oltrepassandone il traguardo. Su questo punto credo di non aver altro da aggiungere.
Noi abbiamo posto le domande fondamentali prestando attenzione a non contrariarlo eccessivamente quando interrompevamo, con le nostre incertezze, il suo bollettino meteo; poi, con la stessa inflessione nella voce utilizzata dall’omino, mio marito ha ringraziato per il tempo dedicato, io per il trasporto profuso, ci siamo alzati a turno dalla sedia (prima io, poi Andrea, che già in quei giorni lamentava debolezza nelle gambe) e siamo usciti dallo studio, senza dirci una parola al riguardo ma entrambi consci di ciò che avremmo dovuto fare.
Abbiamo deciso di non prendere i mezzi e ci siamo incamminati a piedi verso casa, passando per il percorso pedonale lungo il fiume, dietro insistenza di Andrea pur nella già evidenza della sua difficoltà a coordinare i movimenti, tenendoci per mano e soffermandoci su quanto sia sempre incredibilmente repentina la comparsa dei germogli sugli alberi e quanto rigenerante sia il rumore dell’acqua che defluisce verso dove deve andare.
Una volta arrivati nel nostro appartamento mio marito, scusandosi – ma di che cazzo ti scusi? – ha sentito il bisogno di sdraiarsi per una mezz’ora a letto, con le serrande abbassate a metà, mentre io senza pensarci due volte ho immediatamente cercato in rete, trovato e scritto a quell’amica del liceo con la quale avevamo condiviso un rapporto di amicizia sincera ma conflittuale, interrotto bruscamente e mai più ripreso da allora, non ricordo per quale ragione o per colpa di chi. L’ho fatto senza alcuna vergogna o reticenza. Il fatto che io sapessi che fosse diventata medico mi è sembrata una ragione più che sufficiente, e una volta riuscita a mettermi in contatto con lei le ho spiegato la situazione e le ho chiesto se sarebbe stata in grado di indicarmi un neurologo per ricevere un secondo parere.
Questo non ha rappresentato la rinascita della nostra amicizia. Nonostante ciò, non ho potuto e non posso che esserle grata per quanto si sia prodigata nel farmi avere appuntamento con uno specialista il quale, a giudicare dalla sala d’attesa in cui una riga di persone aspettavano pazientemente il proprio turno, sicuramente ci avrebbe ricevuto molto più in là dei due giorni successivi alla mia richiesta se non ci fosse stata data la possibilità di passare attraverso canali preferenziali. Non me ne vergogno affatto, voi pensatela come vi pare.
Le modalità con le quali si è espresso il neurologo hanno sicuramente contribuito a rendere più equilibrato il rapporto che mio marito ed io abbiamo intessuto in quei giorni con la classe medica, ciò nonostante il responso, seppure edulcorato nelle forme, non è variato.
Così ho fatto quello che chiunque, me compresa se non ci fossi stata dentro con tutte le scarpe, mi avrebbe sconsigliato di fare: sono andata a cercarmi, ancora in rete ma senza protezione dal vuoto, tutti i dati, tutta l’evoluzione e tutte le statistiche di aspettative di vita di un paziente in media.
È stato quello il frangente in cui ho preso consciamente la decisione che il nome di quella malattia non l’avrei mai pronunciato, proposito che intendo mantenere sino alla fine ed oltre. Non perché così facendo credessi che la malattia sarebbe sparita, ma perché un nome è ciò che conferisce dignità alle cose, e sapendo a cosa sarebbe andato incontro mio marito mi è stato chiaro come la malattia una dignità non la possedesse.
Una settimana fa ho preparato la borsa, per me e per lui. Poca roba, un viaggio breve. Non ha mai amato occuparsi di queste cose, lui che dei vestiti non si è mai interessato granché, se non quando si metteva in testa che avrebbe dovuto essere l’uomo più elegante della serata, riuscendoci ogni volta.
Quando abbiamo attraversato il confine, terminati tutti i controlli del caso, ho ripensato a quanto mi apparisse differente quella stessa strada nei giorni in cui passavamo di lì in sella alla nostra moto. Ha sempre considerato naturale che la portassi anche io, sin dal primo giorno in cui siamo andati a ritirarla dal concessionario. Hai la patente, non vedo perché non dovresti farlo mi aveva detto, anche se si vedeva che sperava gli rispondessi Il primo giro spetta a te. E così era stato.
Ora ripenso alla sua voce, a quando ancora non aveva assunto quell’inflessione nasale e non ne traspariva nemmeno una traccia di disconnessione dalla realtà nel momento in cui mi aveva detto:
«Io non ne sono capace Sara.»
«Capace di cosa?»
«Di aspettare sino alla fine. Non ne sono capace. E non mi voglio sentire in colpa per questo. Promettimi che mi aiuterai quando te lo chiederò.»
Di cosa avresti dovuto sentirti in colpa, mio giovane, fragile, indistruttibile amore? Ti aiuterò se sarai tu a chiedermelo, anche se sarà difficile affrontare da sola le conseguenze dell’amore, come quel film che abbiamo guardato per la prima volta copiato su un lettore portatile in una camera d’albergo fuori Firenze, dopo esserci amati a vicenda.
Adesso che sei disteso e ti tengo la mano come quel giorno lungo il fiume, come tutte le altre volte che me l’hai tenuta tu anche quando io non volevo, anche quando le ragioni più stupide per litigare sembravano più importanti di ciò che veramente conta, ora mi sembra di sentire nel tuo respiro che si fa sempre più sottile quel soffio. Come quando tutto si fa immobile, come nei sortilegi, come quando il mondo ammutolisce per un istante e nell’aria aleggia di nuovo quel profumo che è come una promessa. Che tutto andrà bene, che tutto andrà come deve andare.
Avete messo Mi Piace12 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Amaro… e scritto benissimo.
Grazie Guglielmo per essere arrivato a questo vecchio racconto.
Un tema delicato, affrontato con una prosa pulita ed efficace. Bello
Grazie Rocco!
Spettacolare! Non so che altro dire: lo stile è alto, perfetto per una storia drammatica. Mi è piaciuta la descrizione del momento in cui la moka sta per estrarre il caffè, mi sembrava quasi di sentire il profumo.
Mi sono piaciuti tutti i pensieri e le scene che coinvolgono i protagonisti che sembrano umani e naturali. Nonostante vengano descritti poco ho sentito una forte connessione con loro.
Mi è piaciuta tutta l’attesa, sapevo che la diagnosi sarebbe stata tremenda e morivo dalla voglia di sapere che cosa si era beccato ma non mi è dispiaciuto il fatto che non venisse rivelato perché mi è piaciuto la riflessione sulla dignità delle parole. mi è piaciuto il sentimento tra i due ed alla fine mi sono quasi commossa (quasi, non mi avrai così facilmente) complimenti davvero!
(quasi, non mi avrai così facilmente)
Bene bene, un osso duro, mi piacciono le sfide 😂. Scherzi a parte, grazie davvero Alisea per il tuo commento così ricco, e se non capisco male benvenuta su questa piattaforma.
grazie, in effetti mi sono iscritta ieri XD
Mi ha colpito molto il particolare dei germogli, rende ancora più drammatica la notizia appena ricevuta.
Grazie Cesare, sono felicissimo quando emergono i particolari!
el’argomento che hai trattato non lascia spazio a troppe indulgenze. Purtroppo la figura di quell’automa vestito da medico è rintracciabile anche nella realtà. E sì, è giusto aiutare quando nessun altro aiuto può essere dato.
Grazie Francesca di aver letto, è un piacere ritrovarti qui.
Hai scritto un racconto che fa gelare il sangue a ognuno di noi, perché è quella la sensazione che si prova quando si realizza che quell’Andrea o sua moglie potremmo essere noi stessi.
Mi soffermo sull’episodio del medico e sulle osservazioni che fai pronunciare alla protagonista: si, il mestiere del medico non può essere solo indossato.
Le tue introduzioni sono ormai un marchio di fabbrica e di garanzia e il titolo è azzeccato a tal punto da fondersi con il racconto stesso.
Si, con quelle riflessioni pronunciate dalla moglie mi sono permesso di fare irruzione nel racconto tramite un pensiero che sento particolarmente mio. Grazie per le tue parole incoraggianti, sono linfa per me.
Leggendo questo racconto, mi sembrava di provare io stessa questo senso di sconforto che provano la narratrice e suo marito. Anche il contrasto tra la vita della natura che rinasce a primavera e la vita del protagonista che si sta spegnendo rende ancora di più il senso di solitudine di questa coppia nell’affrontare la malattia. Eppure, mentre il marito è rassegnato all’ineluttabilità del suo destino, la moglie non si arrende e cerca di trovare una via d’uscita. È proprio quello che provano tante persone che purtroppo hanno un loro caro in fin di vita, cercare disperatamente di trovare una soluzione nonostante il mondo non ti dia speranze, e tu sei stato molto bravo a raccontare questo stato d’animo.
Grazie tantissimo, sono onorato di averti coinvolta!
Hanno detto tutti ciò che avrei scritto anch’io quindi non aggiungo altro e mi lascio lacrimare. Bravo Roberto! Un abbraccio.
🫂
Ciao Roberto! Farti i complimenti per la forma di questo bellissimo racconto sarebbe scontato (sei una penna incredibile), ma lascia che ti dica quanto ammiri la tua varietà di registri e la capacità di narrare storie comuni mostrandocele però da prospettive inattese. In questo caso hai raccontato qualcosa che ogni giorno, nel mondo, accade a centinaia di persone, e tuttavia in pochi hanno il coraggio di immaginare. La malattia – e soprattutto QUELLA malattia, la malattia di cui terrorizza anche solo il nome – è ciò a cui nessuno di noi sarà mai preparato. Nemmeno il più orrorifico fra i racconti concepibili sarebbe in grado di eguagliare lo sgomento di trovarsi al posto dei protagonisti di questa storia.
Che dire, mi lasci senza parole. Apprezzamenti come i tuoi sono l’altra metà della gratificazione, quella che si unisce come un magnete alla sensazione appagante e al tempo stesso incompleta che si prova quando si rilegge per l’ultima volta un proprio lavoro e si spegne la luce soddisfatti.
Roberto, questo è un caffè per me molto forte! Ho avuto due persone care con lo stesso responso delle quali una già ci guarda da lassù e l’altra è molto prossima alla partenza. Non ci sono parole per etichettare certe malattie che sembrano nutrirsi dell’essenza stessa della vita. E così questa allegoria perfetta con il caffè (credo sia un allegoria giusto?) ti fa sentire sia l’aroma della vita che l’amaro del caffè con quel momento perfetto che li lega tra di loro. Bravo come sempre
Grazie Giulio, banale forse dirti che mi dispiaccia per le persone a te vicine, ma te lo dico ugualmente.
E’ la vita Roberto e questo affresco fuori dalla nostra Basilica me lo ricorda https://www.google.com/search?q=danza+macabra+clusone&rlz=1C1GCEU_itIT994IT994&oq=danza+macabra&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUqCggAEAAY4wIYgAQyCggAEAAY4wIYgAQyDQgBEC4YrwEYxwEYgAQyDAgCEEUYORixAxiABDIHCAMQABiABDIHCAQQABiABDIHCAUQABiABDIHCAYQABiABDIQCAcQLhivARjHARiABBiOBTIHCAgQLhiABDIHCAkQABiABNIBCTY2ODBqMGoxNagCCLACAQ&sourceid=chrome&ie=UTF-8#lpg=ik:CAoSLEFGMVFpcE5GWk9ORzVLVFZOVThsRVQybHlWLUpIVzZ4WTRmNmM3STZ5YnNJ
“le conseguenze dell’amore”
Bello questo film
Si, uno dei miei preferiti di Servillo
L’ho citato in un racconto che è arrivato terzo in un concorso
“Una volta arrivati nel nostro appartamento mio marito, scusandosi – ma di che cazzo ti scusi? – ha sentito il bisogno di sdraiarsi per una mezz’ora a letto, “
Eccola qua, imbrigliata tra due linee come si deve…
Mi è piaciuta tantissimo la donna che hai scelto per questo racconto. Affronta una roba che farebbe impazzire chiunque con un tale coraggio, e dignità, e compostezza…mette da parte tutto il negativo e va dritta come un treno per salvare quello che rimane da salvare. E quando la rabbia e il dolore hanno la meglio – perché ce l’hanno sempre, prima o poi – dura un attimo. Pensavo di vederla crollare, dopo questo punto. Invece no. Si alza, si ricompone, va. Da ammirare. Tutti e due. ❤️
Non so come fai ma hai sempre la capacità di andare a segno quando leggi quello che scrivo. Ti immagino prendere ogni parola, ogni frase, osservarla in controluce, gettartela alle spalle e proseguire nella ricerca fino a quando non trovi quella che ti fa sbattere il palmo sul tavolo e ti fa dire:
«Eccola, trovata».
Quel ferro rovente con il quale ho provato ad imprime un marchio alla storia, butto lì, nascosto in bella vista, nella convinzione che non sarebbe stato notato.
Grazie!
E a me vien da dire, come fai tu, a nasconderli apposta per farmeli trovare 😉
Ciao Roberto, continui a sorprendermi per tutti i conigli e colombi diversi che riesci a tirar fuori dal tuo cilindro. Il passaggio dal momento magico del caffe`, al dramma del fine vita e` davvero eccezionale. Spero sia una storia completamente inventata, anche se di grande attualita`.
Grazie Maria Luisa, dico sul serio. È difficile dare una risposta netta, sul fatto che sia una storia inventata o meno. Come quasi sempre mi succede quando scrivo (cosa che mi fa dubitare della mia reale capacità di inventiva), ho pescato dalla scatola dei tasselli le cui sagome, prese singolarmente, esistevano già, ho modificato qualche contorno, ho usato un po’ di colla a caldo per unirli e ne è venuta fuori la forma che hai letto.
Avevo iniziato a leggere questo racconto prima di cena, ma mi sono fermato presto. L’ho ripreso ora, cioè alcuni minuti fa, da solo davanti al mio computer. Ora sto scrivendo con l’amaro in bocca, con gli occhi appannati, da solo perché difficilmente capirebbero. Mia moglie e mio figlio.
La malattia è orribile, è indegna, è ingiusta. Non c’è nulla di sublime. Sublime è l’amore, sublime è la felicità, sublimi sono le mani che si tengono durante una passeggiata al calar del sole, sulla riva del lago. Una corsa in motocicletta, e magari è lei che guida. Sublime è vivere insieme la giovinezza e vivere insieme anche dopo, e sentirsi ancora giovani semplicemente perché si è insieme.
La morte è orribile, e restare soli lo è di più, e vedere soffrire chi amiamo è la cosa peggiore.
E tu, Roberto, dannazione, sei bravo.
Sono onorato di essere arrivato dove sono arrivato con te Giancarlo, grazie come sempre per il coinvolgimento che ci metti.
“perché un nome è ciò che conferisce dignità alle cose, e sapendo a cosa sarebbe andato incontro mio marito mi è stato chiaro come la malattia una dignità non la possedesse”
Sono tantissime le frasi che avrei voluto sottolineare. Questa mi ha colpito alla bocca dello stomaco e così… Fortissima. Vera.
🙏
Ok, dai Francesca, te la passo ☺️ e la cosa noiosa la scrivo io. E scrivo la cosa più noiosa del mondo, ossia che ho sentito quasi subito una stretta allo stomaco che poi non mi ha lasciata più e non mi lascia nemmeno adesso. Bravissimo Roberto a calarti in una lei, cosa che non è così scontato fare bene, con le nostre piccole manie come quelle di sapere tutto di tutto e anche più dei medici, in questo caso. Bravissimo a passare dal profumo del caffè, che mi ricorda tanto le ‘nostre’ prime mattine di coppia , prima ancora che i ragazzi si sveglino, così belle che valgono più di una cena a due al ristorante fino al profumo di quella incertezza che vogliamo a tutti i costi immaginare si appiani seguendo le nostre aspettative. Non saprei cosa altro dire di noioso, se non che, ancora una volta, prendi una partenza e poi stravolgi tutto, fai derapare la tua moto e ci lasci lì, un po’ così, da soli sul ciglio della strada. Non hai avuto paura ad affrontare un tema scomodo per i nostri governanti e il benpensare comune, quello di coloro che forse a pensare non hanno ancora imparato.
Grazie Cristiana, sono felice di essere riuscito a coinvolgerti 🙏.
Ti stavo scrivendo una cosa noiosissima su come mi sono sentita leggendo il tuo racconto. Meglio raccomandarti solo di farlo leggere al maggior numero di persone.
Grazie Francesca, ce la metterò tutta 😊