La paura del passato 

Serie: Fino all'ultima paura

Settembre 2016

Lucca

Beatrice appoggia leggermente il ricevitore del citofono, si guarda intorno spaesata, come se adesso non si trovasse a casa ma in un punto qualsiasi di mondo deserto e indefinibile.

Giacomo non c’è, la sua macchina è dal meccanico, avrà preso un treno per andarsene, ma dove, da chi, non riesce a immaginarlo, due parole dette forti, due dette con un filo di voce e il capitolo lungo di una vita pare essersi chiuso senza nemmeno l’ombra vera di un addio.

Una paura più forte le incombe addosso, un senso di estraneità e malessere parte dalla testa, il cuore pompa meno sangue e toglie respiro, arriva alla pancia e l’attorciglia, si gira di scatto, niente fotografie a ricordarle volti d’amore, solo quadri colorati e appesi e perfetti con le loro vite poetiche, sulla scrivania l’agenda aperta con la calligrafia di Giacomo, i suoi mozziconi spenti a metà, l’odore violento del fumo senza più nessuno a cui urlare contro.

Ora non può pensare a lui, deve vestirsi in fretta e raggiungere la caserma, cosa vorranno da lei non lo sa, i carabinieri comunicano delitti e multe con lo stesso volto, impossibile capire cosa cercano quando arrivano fino a casa tua, resta il dubbio, il sentirsi criminali anche senza aver fatto niente di male, con quelle facce in divisa che ti fanno sentire inadatta alla vita.

Beatrice apre l’acqua della vasca e si versa il prosecco in un calice sottile, libera i capelli alla matita e si massaggia il collo come a togliere una pesantezza invisibile di dolore e ricordi, poi si spoglia e annebbia la testa nell’acqua, il cellulare si illumina di parole che ora non vuole leggere, Giacomo le chiede di andarlo a prendere, ma lei lo ha già deciso, questa volta è finita per davvero, nessuna corsa contro il tempo e nemmeno incontro all’amore.

I capelli ancora umidi e bagnati chiazzano di scuro il fondo azzurro del suo vestito di jeans, le zeppe oro la sostengono lungo gli scalini della caserma, la mano ferma sulla ringhiera e gli anelli a ticchettare contro il ferro marrone.

Ci sono rimandi di cani abbandonanti nei giardini e colpi lievi di vento portati da ragazzi veloci sui pattini, le biciclette con i cestini di paglia e le tinte confetto sfrecciano tra occhiali da sole e il motore delle macchine, dalla caserma qualcuno urla che è pronta la pasta e altre figure, due donne minute, stanno bagnando delle piante gialle e bianche intanto che il tabacchino lì vicino espone il cartello in cui avverte che sarà chiuso per pranzo, Beatrice respira tutti quei pezzi di vita insicura della sua e finalmente suona il campanello.

Un uomo in divisa le apre, non sorride, sembra abbia da fare, qualcun altro in borghese corre da una stanza all’altra con dei fogli fra le mani e i calendari dei carabinieri, come da copione, sono agganciati alle parti precisamente allineati.

“Aspetti qui.”

“Grazie.”

L’attesa, non ancora iniziata, comincia già a distillarsi fra quelle mura di casa che ora sono guardiole e uffici, Beatrice vorrebbe leggere qualcosa, ma intorno ci sono solo articoli dell’arma, qualcosa di pesca e di caccia, niente che possa catturare la sua attenzione almeno per qualche secondo.

“Il suo nome?”

“Beatrice, Mantovani. Credo che mi stiano aspettando.”

“Un attimo.”

Altri minuti, altre voci soffocate da divisori e vetri opachi, altri pensieri mischiati agli uomini che la stanno aspettando adesso e a quell’uomo che ormai non la starà aspettando più.

“Mi segua.”

Si avviano dentro diverse stanze e tutti si affacciano a guardarla con fare sfrontato, la sensazione di essere osservata e giudicata in quello stesso istante.

“Si accomodi.”

La sedia è fastidiosa, il tessuto leggero del vestito scivola sulla plastica liscia, Beatrice non sa come stare seduta, appoggia la borsa per terra, respira, poi entra un uomo in camicia azzurra che la guarda serio, un volto di disprezzo e indifferenza ben dosati insieme.

“Lei è Beatrice Mantovani?”

“Sì.”

Chissà quante volte ancora le faranno dire il suo nome.

“L’abbiamo convocata qui per via di un mandato di ricerca che sembra ancora attivo.”

“Da parte di chi?”

“Sua, signora.”

“Mia?”

“Nel 2006 lei è scappata dalla comunità per minori “Il torrente”, giusto?”

“Sì, ma sono passati dieci anni ormai, è una storia chiusa, voglio dire non sono nemmeno più una minorenne, ora.”

“Capisco, immagino che anche legalmente la pratica sia chiusa, ma con questo documento in mano noi avevamo il dovere di verificare. Penso che dopo questo non ci sarà più nulla in merito.”

“Lo spero, è un’altra vita quella, una vita che non c’è più.”

“Alcune cose non passano mai.”

Il suo sguardo di svilimento punta di nuovo agli occhi di Beatrice, lei vorrebbe sparire o almeno avere il coraggio di reagire, di fargli capire che non è quella che crede, che trattarla in quel modo è un abuso del suo potere.

“C’è altro che mi deve dire?”

Recupera la borsa da terra, pronta ad andarsene il più in fretta possibile.

“In effetti sì, c’è altro.”

Il vestito scivola di nuovo sulla sua pelle e sulla plastica, torna indietro sulla sedia, di nuovo incastrata in quello sguardo di denigrazione.

“Mi dica.”

“Sono scomparse altre due ragazzine, di circa la sua età, voglio dire di quando è scappata. Una dalla stessa comunità di dove era lei e un’altra di qui, di questa zona.”

“Ne sono dispiaciuta, ma io cosa c’entro?”

“Abbiamo bisogno di lei per…”

L’uomo in camicia azzurra di cui Beatrice non sa il nome e nemmeno il grado spezza la frase a metà, sul ciglio della stanza in cui stanno parlando, la figura di un uomo alto si delinea dentro la luce del sole dell’una e l’odore di quella pasta scolata qualche minuto prima è ormai pesantemente nell’aria.

Ora quella figura alta e dagli occhi azzurri si mette a parlare, senza il mino cenno di saluto ai presenti nella stanza.

“La ringrazio Di Bruno, ma ora alla signora ci penso io.”

La porta alle sue spalle si chiude con un colpo secco e sordo, voci di carabinieri giovani chiedono dove è stato messo l’apribottiglie, i ragazzini escono da scuola confusi e disordinati, i parcheggi dei ristoranti cominciano a riempirsi mentre Beatrice, a stomaco vuoto da quella mattina, abbandona totalmente la presa dalla sua borsa, capendo che da quella stazione non uscirà così in fretta come aveva pensato e conscia del fatto che la paura del passato sta per diventare uno squarcio troppo ampio per poterci già guardare dentro.

Settembre 2006

Bergamo

Ci siamo dati appuntamento in via Paglia alle 8 per venerdì 22 settembre, lo abbiamo fatto di nascosto, lontano da qualsiasi persona potesse sentirci, con il telefono che mi hanno dato alla stazione del pullman e l’agitazione di pianificare tutto in poco tempo.

Non era facile nascondere il cellulare, lo dovevo tenere con me sempre, per non farlo trovare, ma doveva essere così nascosto da non sembrare che io ce l’avessi, vivevo con la paura che potesse finire tutto, che potessero togliermi ancora più amore, cose, persone, vivevo con l’ansia che qualcuno entrasse all’improvviso nei miei spazi, che potessero vedermi ancora una volta nuda, oppure di essere chiusa dentro in qualche stanza, persa per sempre.

Quella mattina era arrivata placida e calda, avevo dietro l’angolo il liceo e la campanella pronta a suonare nell’arco di quel quarto d’ora che mi rimaneva ad attendere la lezione, ma ciò che veramente stavo aspettando erano loro, i miei genitori, piccoli attimi in cui rivederli nuovamente.

Aprì la scocca del cellulare, un unico lungo squillo stava ad indicare che sarebbero arrivati in pochi istanti.

Tezenis alzò le sue saracinesche ed entrarono le prime commesse assonnate e con i capelli ancora in disordine, l’edicolante di fronte era nell’ora di punta per la vendita dei quotidiani, gatti randagi cercavano le prime spazzature dei bar della mattina, briciole di brioche e cioccolato e fazzoletti sporchi di caffè macchiato.

Dalle grandi porte a vetro di Coin arrivavano fiotti continui di profumi prima secchi e poi umidi e intensi, all’altro angolo un negozio indiano si infiltrava in quelle essenze commerciali con incensi accesi e penetranti.

La macchina azzurra trovò parcheggio accanto ad un piccolo bar anonimo, feci finta di guardare qualche vetrina appena aperta e poi diretta e discreta insieme, mi infilai dentro l’automobile come se fosse un gesto abitudinario che non avevo ancora dimenticato.

“Eccomi.”

“Tutto a posto, c’è qualche sospetto?”

“No, non penso. A parte la solita diffidenza.”

“Quanto ti resta?”

“Dieci minuti scarsi.”

“Tieni, qui c’è il piano completo di tutto. Operazione cena fuori al via per venerdì 29 settembre.”

“Settimana prossima mi hanno fissato un pranzo con Simona, dopo la scuola.”

“Non preoccuparti, per quell’ora saremo già lontani.”

“Ce la faremo, vero?”

“Ce la faremo cucciola.”

Ci abbracciammo tra le lacrime e i sedili, poi mi diedero dei soldi per andare a fare colazione al bar di fronte e in pochi secondi li vidi sparire nel traffico caotico della città.

Ordinai un cornetto dolce e uno spremuta amara, guardai la mia faccia stanca e con i tovagliolini ruvidi del bar bloccai il mascara umido tra i loro bordi e le mia ciglia, e cancellai tremante i segni del pianto.

Aprii il foglio con il piano dettagliato, la paura del passato non avrebbe certo vinto sulla speranza del futuro.

Serie: Fino all'ultima paura
  • Episodio 1: Sentimenti negati 
  • Episodio 2: La paura del passato 
  • Episodio 3: Operazione cena fuori al via 
  • Episodio 4: La tormentata decisione 
  • Episodio 5: Il dolore di essere persone nuove
  • Episodio 6: La condizione dei ricordi
  • Episodio 7: L’amore è quello che facevo
  • Episodio 8: L’intromissione delle domande 
  • Episodio 9: Il male è alla luce del sole 
  • Episodio 10: Armi invisibili
  • Episodio 11: Resistere per non soffrire 
  • Episodio 12: È così che deve finire  
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    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Ciao Marta, questa frase, “Ordinai un cornetto dolce e una spremuta amara” credo riassuma perfettamente il passato amaro di Beatrice e un futuro dolce da lei desiderato, ma anche il continuo e sottile contrasto che attanaglia le nostre di esistenza… ho apprezzato lo stacco narrativo, il cambio dalla terza alla prima persona per dar voce alla tua protagonista, senza mai abbandonare le tue precise e realistiche descrizioni che rendono tridimensionali persino i sentimenti provati… e del resto questa serie parla di sentimenti… trama sempre più affascinante, non mi resta altro che proseguire! Alla prossima!

    2. Micol Fusca

      Ciao Marta, in questo episodio la vicenda inizia a prendere un cammino preciso. Sono tante le curiosità su Beatrice, aver iniziato a leggerti in questo momento e avere a disposizione anche la seconda serie è un grande vantaggio 🙂 Non sarei riuscita a gestire un’attesa di mesi

      1. Marta Borroni Post author

        @micol_fusca è davvero piacevole avere una lettrice fedele come te, grazie mille!
        Sì, c’è molta carne al fuoco e Beatrice è un perno su cui gira praticamente tutto… nel week end la seconda stagione l’ho finalmente finita, purtroppo ho avuto una lunga pausa e imprevista, e come ti dicevo, visto che ormai questa seria mi ha preso molto nello scriverla, questa settimana comincio la #3stagione, che sarà la conclusiva, e allora tutto avrà una sua conclusione precisa.
        Ti aspetto 😀

    3. Davide Dallan

      Ok come promesso ho iniziato la serie 🙂
      Il primo episodio mi aveva un pò disorientato nel senso che non avevo capito bene “come prenderlo”. Il secondo mi ha rimesso sui binari e me lo sono goduto. L’aspetto positivo di iniziare dopo è che non bisogna aspettare per i nuovi episodi 😄

      1. Marta Borroni Post author

        @davide_d grazie per aver iniziato la serie, mi fa felice questa cosa 😀
        Aspetta, l’ho iniziata circa 4 mesi fa e non mi ricordo più… no ok scherzo, l’inizio è volutamente “strambo” perchè volevo che ci fosse il lato acerbo di lei (Beatrice) per trovare le sfaccettature adulte dopo, la storia si snoda con un sacco di salti temporali, quindi non è facile assemblare i pezzi, proprio come un’indagine che spesso va presa da più punti per essere risolta, sono contenta che con l’episodio 2 si è fatta più chiarezza.
        Non me lo dire, quando sono disponili subito tutti gli episodi, so già che non smetto fin che non arrivo alla fine 😀

    4. Tiziano Pitisci

      Bello, coinvolgente e poi questi rimpalli tra passato e presente restituiscono un’atmosfera quasi cinematografica. Mi piace la prospettiva della protagonista, il modo in cui descrive quello che vede e che prova, riesco a percepirne le inquietudini e (come evocato dal titolo della serie) le paure. E adesso aspettiamo il terzo episodio. Sempre senza farci aspettare troppo 🙂

      1. Marta Borroni Post author

        Chiedi e ti sarà dato, nuovo episodio già pronto e inviato 😀
        Sì, l’idea di saltare da un tempo all’altro è per dare più visioni differenti, un prima e un dopo in cui, nonostante gli anni e i cambiamenti, paure e inquietudini restano aperti… ci sono ancora tanti sviluppi che aspettano questa storia, un grazie enorme per aspettarmi e leggermi fedelmente!