La paura è alla luce del tramonto 

Serie: Fino all'ultima paura #3stagione

Dicembre 2016

Lucca

Mentre il sole comincia la sua gradazione migliore, quella di un arancione inteso prima del suo tramonto, Marika e sua madre rientrano nel loro appartamento ed io mi ricordo del mio appuntamento con Fabrizio, sono già in ritardo, prende il cellulare per chiamarlo e adesso ad essere irraggiungibile è lui, vorrei venisse qui ora, subito, perché quelle due figure femminili lasciate sole, in mezzo alla paura di essere scoperte, mi fanno tenerezza ed io vorrei avere la certezza che stanno bene.

Esco dal mezzanino e scendo nuovamente le scale buie, sul portone d’ingresso mi appoggio delicatamente contro il muro e respiro a lungo, mi sento debole come non mi sento da un tempo lunghissimo, la felicità della mia vita, adagiata appena in qualche mese fa, ora è lontanissima.

La fine tra me e Giacomo, il gesto violento di Lorenzo, quello successo fra me e Fabrizio, aver svuotato la casa e i problemi del lavoro da risolvere, essere improvvisamente senza forze, aiuti, dover nuovamente fare i conti con le mancanze e le ristrettezze, queste visioni presenti e lontane contro il volto limpido di Mattia, il sapore dei nuovi locali nella città e il profumo dell’abbraccio di quelle due donne sopra di me.

Penso a mia madre, al peso di tutto quello che ha dovuto sopportare nella sua vita, mi guardo dentro e capisco di non essere in grado di avere la sua stessa forza, e non so come farò a proiettarmi nel futuro, a dare un senso a tutto il disordine che ho commesso, di sbagliare tempi, emozioni, persone.

Adesso è lei che devo chiamare.

“Mamma?”

“Bea, torni o no? Non è da te fare così.”

“L’ho trovata.”

Il lungo silenzio dall’altra parte è il gelo del sangue nell’incertezza, come a voler pensare se quella lei sia viva oppure no.

“Come sta?”

“Vive in un appartamento qui in centro con la madre.”

“Almeno lei ha avuto ciò che voleva.”

“Già. Ma ora che faccio? Se denuncio questo, le divideranno di nuovo, ma non possono vivere così per sempre.”

“A Fabrizio lo hai già detto?”

“Non ancora, dovrei vederlo tra poco, ma è pur sempre un poliziotto, lo metterei in una posizione scomoda. Se la trova lui, è tenuto a denunciarla.”

“A quelle donne serve un avvocato.”

“Lo penso anche io.”

“Bea, so che sarà difficile, ma ce la faremo.”

“Lo so, adesso cerco Fabrizio, ti chiamo dopo.”

Il portone si apre all’improvviso, fuori la gente è colorata dalla luce del tramonto e dal progetto di un nuovo aperitivo, ne vorrei uno anche io, e respiro ancora a lungo.

Guardo nuovamente il cellulare, due messaggi non letti.

Il primo è di Mattia e istintivamente sorrido.

‘Armagnac, camino, casa mia e tante chiacchiere. Dai non puoi rifiutare’

‘Certo che sei tenace, eh.’

E in un attimo risponde, come se aspettasse solo me per scrivere.

‘Puoi giurarci.’

‘Sono molto impegnata.’

‘Tu vali l’attesa.’

‘Detto da uno che sembra avere una fretta matta di vedermi.’

‘Puoi darmi torto? Tu sei tanta roba.’

E rido, come una stupida, come se avessi ancora vent’anni tondi e secchi e in un attimo mi fa sentire me stessa, perché essere desiderate ti fa appartenere alle sensazioni più potenti.

‘Ti scrivo stasera, va bene?”

‘Ci conto, ti aspetterò per tutto il giorno.’

Gli mando la faccina di un bacio e il mio respiro torna regolare.

Con il sorriso ancora dipinto sul viso, guardo l’altro messaggio lasciato in sospeso, ed è in quel momento che il respiro si blocca del tutto.

Mentre le parole di Fabrizio mi bloccano i piedi al pavimento, il portone si apre nuovamente, la luce che filtra adesso è rossa e accesa, il tramonto è giunto, e tra di noi sembra esserci uno schizzo di sangue tra la pelle e il pulviscolo.

Adesso lui mi guarda, è identico a come me lo ricordavo, sta per farmi quello che non mi ha fatto dieci anni fa in comunità, mi mette la mano sulla coscia e mi chiedo, è così che deve finire?

Dicembre 2016

Bergamo

Fabrizio è stato chiaro ed è la prima volta che sto tradendo la sua fiducia, quando lavori insieme da tanti anni, oltrepassare il rispetto altrui non è facile, ma quello che sto facendo oggi mi sembra giusto.

Ciò che successe a mia sorella da piccola glielo dissi dopo un anno che lavoravo con lui, avevamo appena ricevuto un caso di pedofilia, per me era il primo.

A fine turno andammo all’Odea’s per farci patatine fritte e birre, il pub completamente in legno sembrava rimandarci un calore che per tutto il giorno avevamo perso.

“Quindi aveva una figlia?”

“Debiase dammi pure del tu quando non siamo in servizio.”

“Okay.”

“Avevo una figlia, ma era della mia compagna.”

“Era?”

“È morta.”

“Ah.”

“Tu, figli?”

“Sono giovane, ho dei nipoti, me ne occupo io e il loro papà.”

“E la mamma?”

“Mia sorella vive in una comunità, li vede solo ogni tanto.”

“Alcool?”

“E droga, bella famiglia per un poliziotto. Abbiamo la stessa madre, ma non lo stesso padre. Il suo la picchiava, credo che l’abbia anche violentata e lei ha reagito facendosi del male a sua volta. Praticamente non ha fatto altro che passare da una comunità all’altra ottenendo che cosa? Solo le stesse cose che le riservava il padre.”

“E i figli quando li ha avuti?”

“Quando sembrava volere una vita normale.”

Poi non parlammo più, finimmo la birra e ce ne tornammo a casa propria, ma sapere del nostro passato ci aveva aiutato ad avere nell’altro la fiducia del presente.

Adesso le volanti la stanno aspettando ed io con loro, la vediamo arrivare tranquilla non sapendo del cambio che la sua vita farà da lì a breve, mi avvicino e solo in questo momento si accorge di quello che accade.

“Roberta Garbitelli?”

“Sì, sono io. Cosa vuole?”

“Debiase, polizia. Ci segua prego.”

“Non capisco, perché?”

“Ci segua e basta.”

La stiamo portando via con l’accusa di maltrattamento minorile, violenza psicologica e possesso di cocaina, rinvenuta proprio nell’ufficio della comunità dove lavora, nel suo armadietto e nella sua macchina, quello che nessuno sa è che quella droga ce l’ho messa io, Fabrizio non mi guaderà mai più come quella volta al pub, ma per un attimo mia sorella, Beatrice e tutti i ragazzini chiusi lì dentro mi sembra che abbiano giustizia, quella stronza non si avvicinerà mai più a nessun minore, all’infuori forse dei propri figli, quelli non glieli posso proprio togliere.

Dicembre 2016

Lucca

Vincenzo vive un piano più sopra di quello dove sta Marika, mi ha tappato la bocca lungo tutte le scale e adesso che siamo nell’appartamento ancora non mi ha legata, torturata o picchiata, non mi punta una pistola addosso e nemmeno un coltello, mi versa del vino tranquillo, come se fossimo due amici che si rivedono dopo un lunghissimo tempo e devono raccontarsi tutto e subito.

La sua unica presenza sa essere un’arma ben visibile contro la mia delicata fiducia di sfuggirgli via.

Ho paura, una paura unica che non porta nessun tipo di coraggio o azione, lo ascolto e intanto aspetto un qualsiasi segno che possa essere una nota a margine della mia speranza.

“Che cosa vuoi da me?”

“Tu ancora non hai proprio capito.”

“No, ma immagino che se qui ci vive Marika, non sia una coincidenza.”

“In realtà lo è, ho scoperto anche io oggi che abita qui. La vita è buffa, non sai per quanto l’ho cercata dopo che avendo letto i messaggi di Ylenia, avevo capito che erano d’accordo sul fuggire via.”

Sulla pronuncia di quei nomi sudo freddo e annaspo alla ricerca di parole adatte.

“Ma non eri d’accordo tu. E comunque, viste le tue ultime frequentazioni non mi sembra che io abbia un’età tale da piacerti.”

“Sei sempre stata brava con le parole. Scrivi ancora? Ah no, fai l’editrice, usi quelle degli altri.”

“Che cosa vuoi da me?”

“Quello che non abbiamo vissuto dieci anni fa.”

Poi con una lentezza che non avrei mai potuto immaginare che esistesse, mi slaccia deciso la camicetta.

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Un edicolante mi ha detto che non dovrebbe mancare molto all’appartamento che sto cercando, il tramonto di adesso si distingue per un rosso cupo, non so gli altri cosa ci vedano di romantico, io l’ho sempre vissuto come un presagio, qualcosa da non vivere in modo allegro, infondo il tramonto è qualcosa che finisce, sarebbe più giusto essere tristi nel guardarlo, poi ci penso, l’amore non è altro che tristezza ed è giusto dipingere sul quadro dell’innamoramento un tramonto rosso.

Le scarpe mi fanno male e ho le vesciche ai piedi, oltrepasso il portone verde e salgo le scale, ovviamente un palazzo come questo non ha ascensore.

Suono il campanello quattro volte, impaziente.

“Vincenzo aprimi.”

Ma quando la porta si apre, quello che vedo non mi piace, infondo alla stanza una donna con la camicetta sbottonata e i capelli in disordine, rossa in viso, mi guarda intensamente, ed io gelosa come non ero mai stata mi butto furiosa addosso al corpo di Vincenzo, ma lui in un attimo, con la forza di un solo schiaffo, mi ha già relegata all’angolo del pavimento.

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L’indirizzo che mi ha dato Debiase corrisponde ad un portone verde, senza prove non ho idea di quello che gli dirò, so solo che devo farlo.

Sto per entrare, ma una finestra dei piani alti si spalanca con forza all’improvviso, il viso terrorizzato di Beatrice si frappone così tra il rosso del tramonto e quello della mia paura. 

Serie: Fino all'ultima paura #3stagione
  • Episodio 1: Sentimenti promessi
  • Episodio 2: La paura del futuro
  • Episodio 3:  Operazione casa nuova al via 
  • Episodio 4: L’unica decisione 
  • Episodio 5: La condizione delle scelte
  • Episodio 6: Il dolore di essere le stesse persone 
  • Episodio 7: L’amore è quello che farò
  • Episodio 8: La paura è alla luce del tramonto 
  • Episodio 9: Resistere per non morire
  • Episodio 10: È così che deve iniziare 
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