La prova

“Una montagna di fuoco, viva, cattiva ed evocata per un solo scopo: ucciderci. Osservo i miei compagni, pronti a rischiare la vita pur di diventare leggende. Io no! A me interessa solo soddisfare la mia sete di sangue. Il momento è giunto, Dagger ha lanciato l’offensiva.

Sarà questa la nostra fine?”.

MESI PRIMA

“Devo scappare! Quella non è più casa mia, non è la mia famiglia e forse non lo è mai stata. Questa freccia penetrata nel polmone mi sta uccidendo. Non posso fermarmi, devo continuare a correre se voglio sopravvivere” pensò Neigmor. “Un ruscello! È proprio quello che mi serve, devo riposare. Acqua, sì! La gola mi brucia, sembra riarsa dalle fiamme dell’inferno che reclamano a gran voce la mia anima. Vedo tutto annebbiato, non posso morire proprio ora”.

Un rumore di passi destò l’attenzione del ragazzo ferito e lo mise in allerta.

“È solo e senza armatura. Ha molte armi con sé, deve essere un guerriero… posso farcela! Non devo farmi vedere in difficoltà. Forza, alzati, Neigmor!” borbottò, flebilmente.

Lo sguardo dei due guerrieri s’incrociò, dovevano avere la stessa età.

“Mi sta chiedendo qualcosa, cosa vuole da me? Devo ucciderlo, prima che sia troppo tardi” valutò Neigmor.

Le spade cozzarono in un colpo disperato, poi divenne tutto nero.

“Sono morto? No, i defunti non fanno domande così stupide. Dove sono?” rifletté Neigmor, aprendo gli occhi. “La luna è alta nel cielo e un fuocherello da campo mi sta riscaldando. Chi sono queste persone? Un uomo sta montando di guardia: capelli brizzolati, abiti lussuosi, portamento ben eretto e composto, probabilmente un nobile. Ci sono anche due ragazzi: quello magro è vestito in modo strano, ha delle stelle sulla tunica, sarà un mago. L’altro è più robusto, un corpetto di cuoio gli protegge il busto. Ha molte armi con sé… è il ragazzo che voleva uccidermi nella foresta!”. Neigmor era così intento a osservare i due giovani da non rendersi conto che l’uomo di guardia lo fissava divertito.

“Ben svegliato, giovanotto!” esclamò a bassa voce. “Ci stavamo preoccupando”.

Colto di sorpresa, Neigmor contrasse i muscoli come se dovesse affrontare una tigre affamata; un gemito gli uscì di bocca. L’uomo si avvicinò per soccorrerlo; dopo tutto, era stato lui a salvargli la vita.

“Non devi aver paura di noi, non vogliamo farti del male” lo rassicurò. “Resta fermo, la ferita si è riaperta”.

“Chi siete?”.

“Sono il Duca Maxwell e loro sono avventurieri che lavorano per me. Come ti chiami?”.

“Neigmor” rispose il ragazzo. “Grazie per avermi curato. Avrei potuto benissimo cavarmela da solo. Non è sicuro stare qui, dobbiamo andarcene”.

Maxwell si fece improvvisamente serio. Lentamente, si avvicinò al guerriero che dormiva, lo scosse, gli sussurrò qualcosa e, insieme, sgattaiolarono nella radura. Si svegliò anche il mago, che si guardò intorno sospettoso, senza dir nulla.

Si udirono delle grida, seguite da un rumore di spade incrociate. Un’aura infuocata si stagliò nel cielo per poi spegnersi immediatamente.

Il Duca e il guerriero tornarono all’accampamento con un prigioniero. Neigmor lo riconobbe, ma non disse nulla.

“Chi sei e cosa vuoi?” chiese, irato, Maxwell.

“Voglio Neigmor! Siete circondati e se volete vivere, vi consiglio di consegnarcelo subito” concluse, colpendo con uno sputo il viso del ragazzo.

Maxwell si girò verso il guerriero ferito che, nel frattempo, si era alzato in piedi. Le bende che gli fasciavano il torace scricchiolarono, come se stessero per strapparsi. Una luce demoniaca gli brillò negli occhi. Nessuno ebbe il tempo di fare niente: Neigmor fece due passi in avanti, portò il braccio sinistro dietro la schiena e, con tutta la forza che possedeva, scagliò un pugno contro il prigioniero. Dopo essersi orrendamente schiantata, la protesi d’acciaio che sostituiva parte dell’arto penetrò nel cranio del poveretto. Gli altri rimasero immobili, allibiti. Solo il Duca reagì. Alla sua età ne aveva viste di stranezze.

“Torna a riposare, devi guarire in fretta” gli sussurrò, poggiandogli una mano sulla spalla.

Neigmor annuì, era tornato in sé; andò a sedersi vicino al fuoco.

“Dormite! Domani ci aspetta una lunga giornata” concluse Maxwell, tornado alla sua postazione di guardia.

Il mattino arrivò velocemente; fecero colazione e si misero in viaggio.

“Ti vedo pensieroso” esordì Maxwell, avvicinandosi a Neigmor. “Mi sono reso conto di non aver fatto le presentazioni. Il ragazzo magro si chiama Fitz, mentre Hofur… be’, l’hai affrontato nella foresta. Stiamo andando a Danov e mi faresti comodo. La paga è buona, pensaci!” ammiccò.

“Prima di accettare, vorrei saperne di più”.

“Devo andare in un castello oltre le Montagne Nebbiose per recuperare un oggetto appartenente alla mia famiglia. Il compenso è di cento denari e l’oro nel castello sarà vostro”.

Neigmor fece finta di rifletterci un po’: la paga era più di quanto avesse mai visto in vita sua. Per quella cifra avrebbe accettato anche di uccidere il Re.

“Sarai dei nostri?”.

“Sì, anche se cento denari non sono un granché” sbuffò, contrariato.

Maxwell scoppiò in una grassa risata e gli diede una pacca sulla spalla.

Il viaggio proseguì senza intoppi. Arrivarono in città a pomeriggio inoltrato.

“Ho degli affari da sbrigare; questi sono dei denari per voi: comprate qualcosa al mercato, ma state attenti alle patacche!” li ammonì Maxwell, salutandoli.

Hofur si diresse al bordello. Neigmor e Fitz decisero di andare alla bottega del mago. Entrarono, ma non vi trovarono nessuno ad accoglierli. In fondo alla stanza notarono una porta socchiusa; udirono delle voci, tra le quali una piuttosto terrorizzata. I due si avvicinarono e diedero una rapida occhiata: c’era un vecchio legato a una sedia e degli individui poco raccomandabili che lo minacciavano.

“Avverti dei maghi nella stanza?” bisbigliò Neigmor.

“Oltre al vecchio? No. Quegli uomini hanno delle protezioni magiche. Non potrò aiutarti” sussurrò, sconsolato, Fitz.

“Spostati in fondo alla stanza e nasconditi. Quanti ne percepisci in tutto?”.

“Nove, credo”.

“C’è nessuno?” chiese Neigmor ad alta voce. Sguainò lentamente la spada e si nascose dietro alla porta. “Speriamo abbocchino” pensò. “Ecco la porta che si apre. Eccoli: tre idioti. Non sarà difficile prenderli di sorpresa”.

Il guerriero chiuse la porta alle loro spalle. Ne uccise due all’istante; il terzo reagì, cercando di colpirlo con un pugnale, ma Neigmor fu più veloce e lo trafisse per primo. La porta alle sue spalle andò in mille pezzi, il ragazzo si girò di scatto e, con la balestra nascosta nella protesi, scagliò dei dardi contro gli aggressori che procedevano verso di lui. Riuscì a ucciderne soltanto uno; gli altri quattro lo accerchiarono, mentre l’ultimo andò verso Fitz.

“Hanno dei bastoni chiodati, strana arma per combattere. Chi sarà il primo ad attaccarmi?” pensò Neigmor.

L’uomo alle sue spalle fece la prima mossa, com’era prevedibile. Il guerriero, con una rapida torsione del busto, gli staccò di netto la testa. Il più grosso dei tre ne approfittò per dargli una spallata, nel tentativo di farlo cadere a terra. Neigmor perse l’equilibrio, ma non cadde. Barcollò fino ad avvicinarsi a uno dei suoi avversari e colse l’attimo per affondargli la spada nel ventre.

“Sono rimasti in due, sarà facile ucciderli. Chissà come se la starà cavando Fitz” pensò Neigmor, voltandosi.

Il guerriero vide il mago disteso a terra: con il bastone cercava di tenere lontano il proprio avversario. L’aggressore sfoderò un pugnale, così Neigmor fu costretto a prendere una decisione avventata: puntò la balestra verso l’avversario di Fitz e scagliò i suoi dardi. Solo alcuni andarono a segno, sufficienti perché il malvivente cadesse a terra, privo di vita.

Dall’ingresso della bottega irruppe un uomo enorme, con tutta probabilità un altro aguzzino.

Uno degli avversari di Neigmor sfruttò quell’attimo di distrazione per coglierlo di sorpresa. Il guerriero schivò il colpo, ma finì a gambe all’aria. Fu allora che l’altro uomo gli tirò una bastonata. Neigmor, in difficoltà, provò ad alzare la spada verso lo stomaco del nemico per ucciderlo. Il fendente risultò debole e la lama scivolò verso l’alto, lungo il corpetto di cuoio dell’avversario, andandosi a piantare nella gola dell’uomo, uccidendolo. Troppo tardi, però: il bastone chiodato si era già conficcato nella mascella del guerriero.

Gli occhi di Fitz si riempirono di terrore, capì che la fine era vicina.

I due malviventi sorrisero compiaciuti.

Neigmor, inaspettatamente, si rialzò in piedi con il volto deformato dalla rabbia e si strappò dalla faccia il bastone chiodato. Gli occhi emanavano uno strano bagliore: sembrava essersi trasformato nel demone della notte precedente. Forse era un Berserk, uno di quei leggendari demoni che avevano seminato il terrore secoli prima.

L’uomo enorme cominciò a tremare come una foglia; l’altro, invece, iniziò a sudare freddo. Si guardarono senza sapere cosa fare. Neigmor decise per entrambi conficcando la protesi di metallo nel cranio dell’avversario più vicino. L’altro corse fuori dalla bottega, bloccò la porta usando la propria arma e si voltò per fuggire quando una freccia gli trafisse la gola, uccidendolo. Neigmor, come una furia, sfondò la porta della bottega in cerca della preda, ma al posto della strada si ritrovò davanti il deserto.

Un uomo gli si avvicinò e disse: “Benvenuto, ti stavo aspettando”.

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Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Ciao Andrea, bel racconto, complimenti. Sembra introdurre ad uno scenario in cui la vera storia si deve ancora sviluppare. Sarebbe bello continiare a seguire le vicende di Neigmor, magari sotto forma di Serie.

  2. Marta Borroni

    Che piacere rileggerti, Andrea!
    Credo che il punto focale di questo racconto siano i dialoghi, con cui riesci a creare bene la caratterizzazione dei personaggi e dai al lettore un ritmo crescenze di azione, belle anche le discrezioni, bravo!