La redenzione di Jacob

Mary, perché mi hai abbandonato?

Il bosco è il padre di tutti i boschi. Soffocante. Immenso.
Jacob Goodman sbuffa. Solleva lo sguardo al cielo. I rami si intersecano in un groviglio che i raggi solari non osano penetrare. Un’oscurità di soffuse ombre nere.
Le sue mani sono cariche di calli. Stringono il piccolo crocefisso che penzola dalla catenella che tiene appesa al collo. Il conforto del Signore.

Mary, perché mi hai lasciato solo?

Le minuscole creature del sottobosco rosicchiano i suoi piedi scalzi. Fuggono allo scricchiolio di un ramo secco per poi tornare più voraci di prima.
I vestiti sono ormai brandelli di tessuto. Uno sfregio rosso gli colora il petto. Il cuore pulsa. Ha smesso di sanguinare. Il dolore persiste, minaccia di travolgerlo.

Mary, dove sei?

La paura affossa i suoi sensi, come se la linfa di quegli alberi spettrali circolasse nelle sue vene. Gonfie. Afrore di malattia. 
Si ferma. Ogni rumore è spento, preda del nulla che ammanta la realtà. 
Eppure qualcosa si muove. Non udito, ma percepito. 
Corna tra le fronde.

Mary, perché mi hai abbandonato?

Riprende a camminare. Si aggrappa alla certezza che presto o tardi sbucherà da qualche parte; forse troverà persone disposte ad aiutarlo. Buoni cristiani. 
Un ramo si protende strappandogli un brandello di pelle all’altezza della guancia. Urla: la voce che ode gli pare aliena. 
L’oscurità scivola nella pece. La notte, viva di creature bisbiglianti, accompagna i suoi passi strascicati.

Mary, indicami la via di casa.

Crolla a terra, affonda nel fango. Zampe cariche di artigli lo sfiorano. Fauci bramose lo immondano di bava. Da sempre, e per sempre, affamate. 
Scaccia quella visione, e si rialza. Muove passi senza meta, ma infine eccola: una radura. 
Un tapee, illuminato dalla luce danzante di un grande fuoco. Non buoni cristiani, ma non è il momento di fare gli schizzinosi. 
Varca la soglia.

Mary gli sorride a gambe divaricate. Una vecchia megera, con un copricapo di tre piume, la sovrasta; recita parole incomprensibili muovendo labbra sottili. Pelle arida. Dipinge il suo volto con una tintura granulosa, bianca come un sudario. Jacob osserva sbigottito. La vecchia infila le sue scarne dita tra le gambe di Mary. Affonda nell’umidità del sesso, il ventre gravido. Nelle sue mani rosse il feto espelle il primo vagito. Il sangue vivo sgorga quando solleva la creatura per mostrarla alla madre. Ondeggia il cordone ombelicale.

«Toglilo dalla mia vista!» esclama la giovane donna. «Toglilo.»

La megera annuisce. Scaraventa il feto su una pietra squadrata al centro della tenda. Una, due, tre volte. Poltiglia che imbrattando si spande. Getta i resti nelle fiamme.

Mary osserva Jacob. «Vattene» gli dice. Un pezzetto del feto penzola da un lato della sua bocca. «Questo Inferno è nostro. Non tuo, è nostro!»

Il sorriso sbagliato della donna si apre a mostrare zanne acuminate. Jacob indietreggia. La puzza del fiato gli riporta alla memoria le volte in cui suo padre squarciava il ventre alle scrofe appese per raccogliere le interiora. 
Il vomito gli impasta la bocca.

Fugge dalla tenda ed è nuovamente nel bosco. Nuovamente solo. Nuovamente perso. 
Rigetta un intruglio verdastro.
Si
 pulisce come meglio può servendosi dell’avambraccio. Gli occhi si stanno abituando, riesce a dare un vago senso ai contorni. Intravede una forma oscura gettarsi nel fitto della vegetazione. In attesa, ma non per molto.

Non ha più la forza per camminare. Si trascina con i gomiti, tra le fastidiose punture degli aghi di pino.

«Signore, aiutami! Ho fatto la cosa giusta. Aiutami.»

Non vuole credere che perfino Lui lo abbia abbandonato. Ha avvertito distintamente la Sua presenza mentre affondava il coltello nel ventre di Mary. La Sua mano sulla spalla che lo invitava a colpire.

«Era mio figlio, maledetta! Mio figlio!»

Non temere Jacob, Io sono con te.

«Signore, sei tu?»

Sei un buon cristiano, Jacob.

«Mio Signore, un buon cristiano gode dei doni che la Tua misericordia elargisce. Mary era una mia schiava! La sua vita e la sua morte appartenevano a me.»

Sì Jacob, anche il suo corpo ti apparteneva. E ne hai goduto.

«Era mio figlio. Ha consegnato mio figlio alla dannazione eterna. Maledetta puttana!»

Di nuovo il silenzio.

«Signore?»

Un verso soffocato, non troppo distante. Enormi occhi di latte. Osservano.

Si tasta il collo per cercare conforto nel crocefisso. Non lo trova; pensa che dev’essere rimasto impigliato in qualche ramo; è tardi per preoccuparsene. Conserva Gesù nel cuore ed è la sola cosa che conta.

Ben presto anche i gomiti lo tradiscono. Spossato si abbandona al conforto del sonno. 
Si risveglia al suono delle campane. 
Albeggia sul Nuovo Mondo. 
Nel punto in cui si trova gli alberi sono più radi. Un raggio sbilenco del sole appena nato investe una croce lignea, spartana eppure bellissima.

«Dio sia lodato!»

Con forze che credeva smarrite, Jacob si alza. Barcolla. L’estasi trasfigura il suo volto in una folle espressione. Allarga le braccia e, lieto, si getta nell’abbraccio del Signore. Finalmente salvo. Finalmente al sicuro.

Quando la creatura antica emerge dal sottobosco, nonostante il costato trafitto da un piccolo arbusto come lancia impietosa, Jacob è ancora vivo. Pare che lo sia anche quando essa comincia a cibarsi delle sue carni. 

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Discussioni

  1. Ciao Dario, racconto cruento, macabro, oscuro, come sai fare tu, questi sono proprio i tuoi racconti, lo stile è sempre forte, intenso, in grado di trasmettere sempre la verità del nostro animo oscuro. Jacob ha avuto ciò che si meritava! Merito a re oscuro! Alla prossima Dario!

    1. Caro Antonino, in fondo le storie oscure sono quelle che riesco meglio a gestire. O almeno faccio del mio meglio. Grazie e, ovviamente, alla prossima!

  2. Macabro e interessante al punto giusto, bravo. Se Jacob non avesse detto quella parolaccia, forse il Signore avrebbe continuato il dialogo, e lì ho riso. Ahahah Ciao Dario, alla prossima.

    1. Ahahah, grande Ivan! Credo che il Signore abbia abbandonato Jacob ben prima della parolaccia. Ciao, e alla prossima.

  3. Bello il tuo Lab!
    La dimensione quasi onirica in cui ai muove Jacob, la sua discesa negli abissi passo dopo passo, li hai resi bene.
    Molto forte e cruda la scena nel tepee, ma personalmente ho trovato ancora più duro da digerire il dialogo di Jacob col Signore (o più probabilmente un suo soliloquio) nel quale cerca di autogiustificarsi.
    Curiosità sulla creatura antica: visto che si parla di tepee, possiamo immaginare che la creatura sia un windigo?

    1. Ciao Sergio, e grazie per aver letto. Ovviamente hai centrato il punto, la creatura antica è un windigo. È anche vero che ognuno può leggere il demone che preferisce. Un saluto.🙂

  4. Ho apprezzato molto la parte iniziale dove, durante il suo viaggio verso gl’inferi, Jacob cerca spasmodicamente Mary con quelle domande fatte a se stesso più che altro, forse per non distrarsi dall’obiettivo.
    La parte centrale è appunto l’epicentro della svolta, la vera natura di Mary, che repinge il suo Jacob mentre commette la più efferata delle azioni, e poi l’ultimo appiglio, l’ultimo rifugio: Dio, che nella sua immane benevolenza accoglie Jacob, indicandogli la via, con la compassionevole concessione della redenzione.
    Il tuo, più che un racconto horror, scondo me è un racconto allegorico, dove si parte da un’inizio buio, avvolto dalle tenebre, intricate come un bosco sconosciuto, alla ricerca di un qualcosa che non ci fa onore, né giustizia, qualcosa di erroneamente considerato puro e giusto ma che in realtà è putrido e corrotto. Il cammino prosegue nello sconforto, nella paura, nella disperazione, necessaria per toccare il fondo e iniziare a risalire la china, fino a fare capolino su un nuovo mondo, una nuova concezione dell’essere e della vita, indicata dalla luce del Dio religioso o semplicemente dalla spiritualità, lo stare bene con se stessi, concludendosi, in fine, con l’ultima scena molto cruda ma significativa, pregna del messaggio finale: vai avanti e non temere, il male divorerà la carne ma tu sii forte, sii paziente, sii tollerante, sii santo.
    A presto

    1. Ciao Eliseo, che bella analisi! La dimostrazione che ognuno vive il racconto a modo suo. Meraviglioso!
      Ti dirò che, dal mio punto di vista (che vale quanto il tuo) non può esserci redenzione per Jacob. Fondamentalmente è un bastardo e fa la fine che si merita. Io leggo il racconto da un punto di vista ateo.
      Un saluto!🙂

  5. Ciao Dario,
    ho letto il tuo lab con urgenza, hai avuto tutta la mia attenzione. Un racconto crudo che mette anche in evidenza le debolezze dell’uomo e la ricerca continua di redenzione. Un incubo ben formulato, mi è piaciuto molto. Bravo

    1. Ti ringrazio, Virginia. Apprezzo molto questo tuo commento. Mi auguro che il tempo passato in compagnia del mio incubo non sia stato buttato. Un caro saluto.😊

  6. Carissimo Dario, finalmente ho trovato un po’ di pace e serenità per leggere il tuo librick. E meno male ho atteso il momento propizio: il racconto andava letto come si deve, gustato e interiorizzato con la stessa cura con cui tu lo hai ideato e scritto. Merito al merito, nulla da dire sulle tue doti da scrittore. É bello poi leggerti nelle vesti “folle creatore di follie”… mi era mancato un racconto come questo: forte, deciso, vero pur nella sua “finzione”. Complimenti!

    1. Giuseppe, amico! Non so se questo racconto sia realmente buono, ma ti posso assicurare che ci ho messo l’anima (oscura 😎).
      Grazie per il tempo che gli hai dedicato, per me significa molto.🙂

  7. Un racconto horror visionario, molto carino. Mi è piaciuto il contrasto fra la prima parte, in cui sei stato quasi poetico, e la seconda di putrefazione e aspetti repellenti. Hai un tuo timbro, ben riconoscibile, in tutto ciò che scrivi. Bel lavoro! Ciao Dario, alla prossima 👍

    1. Ciao Cristina, e grazie per aver letto. Piuttosto horror questo racconto, non credo sia il tuo genere.😅
      Lo stile è il mio. Imperfetto, ma riconoscibile. 😊

  8. Un bellissimo Lab, hai creato un vero incubo in cui ci si smarrisce assieme al povero protagonista, mi sembra di aver percepito echi lovecraftiani, una vera chicca oscura.
    Bravo

    1. Ciao Alessandro, a volte smetto di scherzare e scrivo seriamente.😂

    1. Trascinano il lettore nell’Abisso!😂
      Ciao Kenji, e grazie.

  9. Sto cercando di capire se è effettivamente ispirato a qualche passo della Bibbia. Non sono molto istruito sull’argomento, ma le figure richiamate sono molto in linea con ciò che potrebbe tranquillamente essere trovato in un testo sacro. Abbiamo il figlio negato, la ricerca della redenzione, il pentimento, c’è proprio tutto.
    Bel lavoro.

    1. Ciao Giovanni, diciamo che questo racconto è un insieme di mitologie. Qualcuno mi ucciderà per aver associato l’aggettivo mitologico a un testo come la Bibbia😅.
      Il male assume contorni fuggenti, l’unica redenzione può arrivare solo dai noi stessi. Per la “divinità” (nel caso di questo racconto, ovviamente) non siamo che carne.

  10. Ciao Dario, il tuo lab mette in piedi (come al solito) molti inferni. Sicuramente quelli costruiti da noi stessi e dalle nostre convinzioni. La distinzione fra “buono” e “cattivo”, a volte, sta nella percezione di sé. Molte atrocità si sono perpetrate nei secoli nell’assoluta convinzione di essere nel giusto. Un racconto horror che fa riflettere.

    1. Ciao Micol! Prima o poi, il “vero” Dario doveva tornare. Tu sai chi è il demone antico, vero?😁😉

    2. Io direi che potrebbe essere proprio il compagno di Ha.😁

  11. “Quando la creatura antica emerge dal sottobosco, nonostante il costato trafitto da un piccolo arbusto come lancia impietosa, Jacob è ancora vivo. Pare che lo sia ancora anche quando essa comincia a cibarsi delle sue carni.”
    Tosta