
La ringhiera
– No, questo è compito tuo. Io sono l’autista e guido la gazzella, tu sei il maresciallo e vai lassù. –
Vero, purtroppo. Far ragionare la ragazza che minacciava di buttarsi giù dal sesto piano spettava al più elevato in grado. Cosi, il maresciallo Elvira Riondino, comandante interinale della stazione carabinieri, furente per il contrattempo e ancor di più per aver dovuto dare ragione al suo sottoposto, si rassegnò all’impresa.
Salì a piedi le rampe di scale, con quella calma che copriva la speranza che la situazione di risolvesse da sola, ma non fu fortunata. Entrò in casa e nella stanza della ragazza spinta dall’accoglienza dei presenti, allontanò la piccola folla di parenti e amici, in gara tra loro per il maggior strepito, chiuse la porta dietro di sé e diede uno sguardo al balcone dove il dramma si svolgeva.
– Se ti avvicini mi butto. –
– Chissenefrega, buttati e facciamo presto. Non ho voglia di perdere tempo dietro di te. Anzi, muoviti che devo andare a prendere i miei figli a scuola. –
– Io mi butto davvero. Mi butto. –
– E buttati, forza, fammi vedere – l’umore del maresciallo non era di quelli più concilianti. – Sei una cialtrona. Se ti volevi buttare lo facevi subito, mica aspettavi mezz’ora mentre siamo arrivati noi. Avanti, buttati da sola o ti butto giù io – e si mosse verso la ragazza.
– Non ti avvicinare, non ti avvicinare. –
Queste erano urla diverse, non quelle che Elvira aveva sentito arrivando sul posto: quelle erano di richiamo; queste, invece, dell’isteria della paura vera. Il maresciallo si girò, più per nascondere un sorriso compiaciuto che per timore del dramma, trovò una poltrona e si mise a sedere. Di fronte a lei, la ragazza, aggrappata alla ringhiera, sporta nel vuoto ma con le mani livide che stringevano ancor più saldamente.
Diciotto anni, ha detto la madre, ma con quel trucco, ne dimostra almeno venticinque. E come si è vestita, si vuole suicidare col tailleur?
– Bella la tua stanza – disse mentre iniziava a giocherellare sul peluche sul letto appena rifatto. – Si capisce che a casa non ti fanno mancare nulla. –
– Lascia stare il mio orso portafortuna. –
– È un portafortuna piuttosto scadente, visto che sei appesa a una ringhiera. –
– Lascialo stare e basta. Altrimenti mi butto. –
– Di nuovo? Tu buttati, poi l’orsetto me lo porto in ufficio come tuo ricordo. Anzi, lo metto vicino ad una fotografia del tuo corpo spiaccicato per terra. Mi raccomando, però. Buttati bene e cerca di cadere di testa, altrimenti c’è il rischio che sopravvivi, magari storpia o paralizzata, e poi l’orsetto te lo devo ridare. –
– Sei una stronza. –
– Dillo un’altra volta e ti butto giù io – e si alzò di scatto dalla poltrona.
– Scusa, scusa, non volevo. Scusa. – Le mani si strinsero più forti alla ringhiera. Il gesto nervoso e drammatico non passò inosservato e, di nuovo, il maresciallo Riondino tornò a sedersi, con lo stesso sorriso.
– Bene, così ragioniamo. Allora, visto che non ti vuoi buttare, mi dici almeno che mi hai chiamato a fare? –
– Io non voglio te. Voglio i giornali. Chiama i giornalisti e io scendo da qui. –
– I giornalisti non verranno: abbiamo sequestrato la strada e non facciamo entrare nessuno. Poi, te l’ho già detto, se scendi o no, non mi interessa per nulla. Basta che fai presto che tra poco devo andare a prendere i ragazzi a scuola. Quindi buttati e facciamola finita. –
– Ma tu sei sempre così … – ma si trattenne dal finire la frase.
– No, è un regalo che faccio a te. Sai, ne vedo di tutti i colori, di gente che ha problemi seri, di salute, di denaro. Anche quelli che sono costretta ad arrestare talvolta mi fanno pena e penso sempre che forse, con qualche aiuto del caso, magari starebbero da tante altre parti. Sarà per questo che sono diventata così intollerante verso chi invece dovrebbe aiutare chi è meno fortunato e invece si comporta come una mocciosa viziata. –
– Non sono una mocciosa. Ho una ragione vera per stare qui. –
– Sentiamola. –
– Non sono fatti tuoi. –
– Buttati, così non la saprà nessuno. –
– No, voglio dirla solo ai giornalisti. –
– Ma i giornalisti non verranno. Quindi deciditi presto, perché le tue mani non resisteranno ancora a lungo. Buttati giù e fammi andare a scuola dai miei ragazzi. –
– Chiama mia mamma. –
– Non ci sperare; l’ho chiusa fuori apposta. Se ci andavi così d’accordo, perché ti sei appesa lì? Ora smettila di prendermi in giro e facciamola finita. Buttati che tra poco suona la campanella e i ragazzi escono. Ti pare possibile che per una stupida che non sa nemmeno morire, devono aspettarmi nel cortile? –
La ragazza urlò ancora, con un strepito ancora più forte. Urlò alzando la testa in alto, con la gola spalancata ad imitare un lupo. E non si accorse che il maresciallo le era arrivata alle spalle. Fu un attimo: le strinse un braccio intorno al collo, con l’altro fece leva sulla schiena e la rovesciò all’indietro, facendole fare una capriola che la fece finire sul balcone.
La ragazza, sbalordita, rimase quell’attimo stupita ma il doppio schiaffone che Elvira le rifilò la riportò alla realtà. – Ora ti riporto da tua madre e, sia chiaro, se mi fai tornare un’altra volta, ti ci butto davvero giù a calci. –
Quando il maresciallo aprì la porta, amici e parenti si divisero come le acque del Mar Rosso: una metà si riversò premurosa sulla ragazza, l’altra metà accolse con strepiti di gioia e ammirazione la comandante.
Il maresciallo Riondino, con adeguata finta modestia (‘è solo il mio dovere’, ‘l’avrebbe fatto chiunque’, ‘grazie, ma è stata lei a convincersi’) che nascondeva il sollievo di essersi sgravata del problema, si sottrasse dello sgradito abbraccio e tornò in strada, dove la folla che aveva atteso la catastrofe ora cercava il suo eroe.
Tra urla e applausi fece riaprire la strada al traffico e i cronisti, finora tenuti lontani, sciamarono verso la casa. Per fortuna, la ragazza era tanto affranta dall’esperienza che le interviste poterono essere fatte solo nella sua stanza, così piccola che consentiva l’ingresso unicamente ad un giornalista con operatore per volta. Poi, c’erano sei piani da scalare per cui tutti gli altri, i non eletti, si accontentarono di una chiacchierata col portiere e con la zia del piano terreno.
Così Elvira Riondino, idolo della giornata, riuscì a risalire sulla gazzella e ad avviarsi verso la caserma.
– Maresciallo, sai che i giornalisti volevano intervistare me? –
– Si accontentano di poco: un falso dolore, qualche testimone improbabile, una tragedia inventata. Gli basta scrivere due righe. –
– Allora gliela potevi rilasciare tu l’intervista? –
– E parlargli di cosa? Del mio ex che non paga il mensile per i ragazzi? Oppure di mia madre all’ospizio che nemmeno mi riconosce e che non posso andare a trovare al paese perché nessuno vuole venire a sostituirmi? E poi – e l’indice si alzò minaccioso – ricominciamo da capo. Non hai detto che tu fai l’autista e porti la gazzella, vero? E allora guida e fatti i fatti tuoi. –
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi è piaciuto molto questo tuo racconto, soprattutto perché non mi hai dato modo di capire, nemmeno alla fine, la vera natura del Maresciallo. Una tecnica oppure semplicemente una questione caratteriale? Quello ‘Stronza? Messo lì, in ogni caso, ci sta benissimo. Molto bravo
Per noi che amiamo i romanzi francesi dell’800, marescialla oppure presidentessa o anche prefettessa sono i titoli usati per le mogli dei personaggi maschili. Inoltre il femminile, specie nei contesti militari, è arduo da usare (la ‘colonnella’ ad esempio, è una bandiera e non un ufficiale donna). Se poi il carattere della protagonista di questo schizzo è difficile da decifrare, lo prendo come un complimento inaspettato. Grazie per la tua lettura, come sempre acuta e penetrante
Molto bello il dialogo, forse perché inaspettato. Il personaggio del maresciallo è costruito benissimo e anche il finale colpisce nel segno. Bravo!
Dialogo duro, azione esemplare, personaggio inadatto: giustamente sorprende. Grazie per la tua nota
Proprio un bel racconto! Potrebbe sembrare il primo capitolo di un romanzo poliziesco, quello in cui non si sviluppa già la storia principale ma si inizia a strutturare il protagonista! La figura della ‘marescialla’ è caratterizzata proprio bene!!! Viene voglia di sapere cosa succederà dopo!!! Bravo!
E chi lo sa! Magari se la prende con il suo ex e butta giù lui dal sesto piano. Grazie della tua lettura
Il librick mi ha ricordato la scena di “Arma letale” in cui Mel Gibson deve salvare la vita a un tale che si vuole gettare da un palazzo, e poi si gettano sul serio
Alla fine, sempre di folli si tratta, più o meno lucidi. Grazie della tua lettura
Mi piace molto la protagonista. La sentiamo subito “dei nostri”. Bello anche il dialogo che regge tutto il racconto.
Il maresciallo ‘de noantri’. Forse perchè non è proprio così gentile e accomodante. Grazie per la tua lettura
Questo racconto ha una morale non indifferente. Siamo spesso così presi dai nostri problemi, facciamo drammi per cose così stupide, da dimenticarci che ci sono persone che se la passano molto peggio.
… oppure semplicemente il dramma ce lo inventiamo per costruirci un mondo diverso. Grazie per la tua lettura