
La storia del Re triste
Serie: Sicilia
- Episodio 1: I vasi delle teste di moro
- Episodio 2: Le storie di zu Pippinu
- Episodio 3: La vecchia dell’aceto
- Episodio 4: Le sette fate
- Episodio 5: Le sette fate – la città si riunisce
- Episodio 6: Le sette fate- Non si preoccupi Capitano, non è un problema
- Episodio 7: La storia del Re triste
- Episodio 8: Il castello incantato
- Episodio 9: La storia del Re triste. Il rientro
- Episodio 10: Al convento dei cappuccini
- Episodio 1: Al convento dei cappuccini- parte finale
- Episodio 2: San Giorgiu
- Episodio 3: Una fimmina valorosa
- Episodio 4: Una fimmina valorosa. Il riscatto
- Episodio 5: La matri di San Pietru
- Episodio 6: San Pietru aiuta la matri
- Episodio 7: Il giorno del matrimonio
- Episodio 8: L’Attesa
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Era na matina di dicembre. Tirava un’aria frizzantina. Ti venia voglia di respirarla tutta tu quell’aria che si apprisintava con tutto il fresco dell’universo. Era ammischiata con dei raggi di sole, i quali, timidi timidi, cercavano ristoro nel fresco alito di fine anno, e all’aria non dispiaceva neppure la presenza di quel piccolo calduccio e a mia, il loro sposalizio, mi giovava, ne ero contentu.
E vidi ca era contentu anchi lu zu Pippinu. Assittatu o solito postu, anche se era il dieci di dicembre. Aveva la sua coperta sulle gambe, uno scialle sulle spalle curve, e poi, solita pipa, solita aria di serenità mista a saggezza. Chi lo fissava per un paio di minuti, come d’incanto, gli passava tutto il momento grigio e nero, che sappiamo tutti quanti quanto sia difficile superare. Unu, taliava lo zu Pippinu, e le cose si risolvevano, così, di botto.
Mi avvicinai a lui piano piano. Ero sicuro di aver fatto tanto piano di non averi attiratu l’attenzioni del nostro vecchietto. Ma iddu, senza aver mosso nessun muscolo, né girato o alzato la testa, disse.
«Giovanottu, assittiti qua, oggi ti devo cuntari una storia di un Re. È una leggenda ca voli diri tantu.»
Arrivati a quel punto non c’era abbisognu che camminassi sulle punta dei piedi o trattenessi il respiro. Mi rilassai e dissi ca era contentu di ascutarlo. Mi sedetti vicino a lui su una sedia che parìa ca era stata messa li apposta pi mia. E forse era davveru accussì.
Chiuse gli occhi e cominciò a cuntari.
«Chista storia, è na leggenda ca insegna assai. Si tratta di alcuni detti proverbiali della nostra terra, e come ogni proverbio, comu in tutte le parti del mondo, ha dentro di sé la verità, dentro è nascosta la morale, l’insegnamento.
Ascuta.
Tantu tiempu fa, un Re avìa dei problemi di tristezza. Era sempre malinconico. Tu ti immagini cosa può mancare a un Re, nulla! Eppuri, questo sovrano avìa un sensu di insoddisfazioni grandi. Suddati, cavaddi, terre, sudditi, averi a nun finiri, eppuri stava mali, era sempre tristi. Lu vidienu girari per il regno con la testa calata, nun sorrideva mai, e forse qualcunu cunta ca una volta hanno veduto delle lacrime sul suo volto.
Un Re che piange non si può vidiri!
I duttura del regno si preoccuparono e consigliarono al sovrano di uscire, staccarsi per un pò delle cose che facìa sempri e andare in giro per il mondo. Il Re prima non si convinse del tuttu, si dicìa fra iddu, picchì devo andari piedi piedi se ho tutto a portata di manu qua? Poi, riflettendoci, prese per buono quel consiglio/medicina e accettò di farlo. Anchi picchì si vidìa ca era sciupatu, stava deperiennu sempri di più, e vulìa provari qualsiasi cosa per togliersi da quello stato d’animo.
Taliava autri personi ca nun avieunu quasi nenti e li vidìa cuntenti, sorridere, scherzari. Ma chi fa schirzamu? Si dissi. Io ho tuttu e sono triste e questi nun hanno nenti e sono felici?
Beni, proviamo.
Decisi però di travestirsi, si mise degli abiti non proprio da Re, mise una barba finta, lunga, per non farsi accanusciri, e partì alla ricerca di un picchì.
Si truvau per le strade polverose del suo regno. Taliava ogni persona ca incontrava con attenzioni. Taliava quella gente comu se uomini non avesse vistu mai. Era sconvolto. La sai a storia del Budda? Beh! La stissa! Parìa ca nel mondo, chiddu suo, c’erunu sulu suddati, cavaddi, oro, tutto il resto nun lo sapìa o se lo immaginava, mai comu a chiddu ca stava viriennu in quella prima uscita. Gli fecero impressioni gli abiti che l’autri indossavano, i capelli arruffati, comu se chiddi persone si erunu appena alzate dal letto. E chiddi facce! Sporche, rugose, alcuni avieunu delle cicatrici lunghe e storte, occhi di fuori e bocche sdendate.
Gli fece tuttu impressioni.
Un picciriddu gli si avvicinò e lo strattonò per i pantaloni.
«Signuri, signuri, mi duna qualcosa da mangiari? Ah signuri, signuri, non ho nenti, pi favuri!»
e con l’autra manu aspettava un’elemosina.
Il Re si sentì in colpa per chiddu ca stava viriennu. Nun avìa nenti appresso. Diede solo una carezza a quel picciriddu. E andò via. Lui era uscito per altro.
Mentri ca si allontanava dal picciriddu, una donna si fece avanti con portamento sensuale. Iddu la vidi ammiccari, avvicinarsi a lui, mostrando la coscia ben in vista.
«Amori, nun ti piaccio? Vieni qua, aiutami a trovari casa, mi sono smarrita.»
Il Re la taliò con voglia chidda fimmina, era una bedda fimmina e siccome avìa tanto tiempu ca nun facìa l’amuri, gli venni l’istintu di saltari addosso a quella fimmina e consumari lì, dove si trovavanu, in un angolo.
Alla fini iddu era il Re, e putìa fari quello che vulìa.
Ma lui era uscito per altro.
Si allontanò con dispiaceri e proseguì per la sua strada.
Tuttu si contrapponeva al suo mondo dorato. Era alla scoperta di qualcosa di inimmaginabile esistesse per lui. L’espressione di quella gente lo facìa cadere nella riflessioni ca il mondo portava con sé tantu dolore.
Un gruppettu di picciriddi ca giocavano in mezza alla strada lo rallegrò un pò. Si fermò e si mise a taliari quanta gioia usciva dagli schiamazzi di quei ragazzini. Si sedette su una pietra e dimenticando tuttu si misi a taliari comu con nenti si putìa arrivari all’allegria. Poi Tornò indietro nel tempo e si vide bambino, ma non ricordò affatto di aver giocato con altri con tutta quella allegria addosso. Non seppe capiri con quali gioco quei picciriddi si divertivano. Nella sua menti si presentarono suo padre il Re, sua madre la Regina e na picca di genti attorno che badava a iddu, ma quel picciriddu non sorrideva. Chistu lo fece piangere.
Serie: Sicilia
- Episodio 1: I vasi delle teste di moro
- Episodio 2: Le storie di zu Pippinu
- Episodio 3: La vecchia dell’aceto
- Episodio 4: Le sette fate
- Episodio 5: Le sette fate – la città si riunisce
- Episodio 6: Le sette fate- Non si preoccupi Capitano, non è un problema
- Episodio 7: La storia del Re triste
- Episodio 8: Il castello incantato
- Episodio 9: La storia del Re triste. Il rientro
- Episodio 10: Al convento dei cappuccini
Che piacevole! Passo al prossimo.
Grazie Francesca
“orse qualcunu cunta “
❤️ Questo forse, rende la frase speciale.
“problemi di tristezza”
❤️ Basta questa frase per renderci simpatico un re
Problemi senza ceto sociale
Avere tutto, essere Re, non vuol dire essere felici a tutti i costi. Tutti abbiamo qualcosa che ci manca. Forse per questo il Re piange.
Ciao Dea. Non ci accorgiamo che abbiamo certi valori che non vediamo, non sentiamo come importanti, e cerchiamo, cerchiamo. Ora, cercare è sacrosanto, vitale, ma come dici tu ci mancherà sempre qualcosa, sempre. Grazie
“Un Re che piange non si può vidiri!”
Mi ha colpito molto questo passaggio. Il modo distorto che abbiamo di vedere il pianto, come un difetto, una debolezza, e non l’espressione legittima di un sentimento.
E già il fatto di che in molti non capiscano che piangere è un diritto sacrosanto, è un ottimo motivo per piangere. 😂
Ciao Dea, ben trovata. Il piangere è un linguaggio che appartiene a gente sensibile, matura. È il linguaggio dell’anima. Ma che fa? Piange davanti ai figli? Un uomo non deve piangere mai! Quante volte abbiamo sentito ste cazzate qua. Bella la frase che chiude il tuo commento 😂😂 grazie Dea
Quando lo zio Pippinu ha iniziato a raccontare la storia del re, mi è tornata subito in mente la voce del mio bisnonno che, siciliano anche lui, mi insegnava vecchie filastrocche 🙂
Ciao Arianna, sono sempre dei bellissimi ricordi
“Chistu lo fece piangere.”
Credo che, della serie, questo sia l’episodio che ho preferito. Tante le belle immagini e altrettanta l’emozione che hai saputo smuovere. Credo che il Re pianga semplicemente per un vuoto dentro, per una mancanza che, forse, saprà colmare con occhi bene aperti. Un piacere sempre leggere il tuo dialetto.
Ciao Cristiana. Grazie intanto per il tuo commento. Il Re in questa fiaba si accorge del valore delle cose, le più insignificanti, le più scontate, le più irrilevanti. Eppure ritrova se stesso scrollandosi di dosso la sua natura fredda, vuota. Ritrova la vita in quelli senza nulla! Accorgendosi che chi non aveva nulla era la sua ricchezza delle cose materiali. Entra in un altro mondo dorato.
“Mi rilassai e dissi ca era contentu di ascutarlo”
È quella gioia del mettersi in ascolto che, forse, abbiamo un po’ perso, soprattutto nei confronti di bambini e anziani che avrebbero tanto da dire se imparassimo ad ascoltarli con piacere e interesse.
Ciao Cristiana. Questo che dici, il fatto che non ci mettiamo, fermi, tranquilli a casa, davanti ai nostri bambini, raccontando loro storie, le più svariate, parlargli, leggere fiabe -Sì, magari lo facciamo in un primo momento, poi si molla- è una cosa che mi fa arrabbiare tanto.
Ma la cosa peggiore è che abbiamo trasmesso, inconsapevolmente, ai giovani l’inutilità di quanto detto, e questo non lo capisco affatto.
Io metto spesso come foto un nonno che racconta, “ca cunta” per usare il mio dialetto, proprio per questo motivo, mi piace vedere questa immagine. Dobbiamo metterci nuovamenti a cuntari i storie e picciuotti.
“il loro sposalizio, mi giovava, ne ero contentu.”
Che bello questo inizio: il calduccio del sole e l’aria frizzantina che, semplicemente, ti fanno contento. Basta così poco…
A volte basta niente, vero.
Da quale zona della Sicilia vieni? La cosa curiosa è che da parte di mio padre sono siciliano, ma non conosco il diletto, tranne pochissime parole, e anzi, non conosco nessun dialetto italiano (abito a Varese). Il fatto è che il mio nonno paterno, che nacque centoventiquattro anni fa, era appuntato della Guardia di Finanza e lo fece in tutta Italia, quindi perse l’idea di parlare il dialetto e insegnò a mio padre e a mio zio di parlare solo l’italiano!
Ciao, io sono di Modica. Un peccato perdere il valore del dialetto, io mi ostino a definirlo una lingua a tutti gli effetti. Le mie figlie capiscono il siciliano, non lo parlano benissimo, però penso sia stato giusto non far perdere loro quantomeno la familiarità e l’approccio con una regione dove lo si parla, in famiglia, tra amici, moltissimo. Poi, certo mica potevate imparare il dialetto ovunque, quindi come nel caso vostro è stato giusto così. Ma non perdiamo questo valore.