La tormentata decisione 

Serie: Fino all'ultima paura

Settembre 2006

Bergamo

Venerdì 29 settembre ore 7:55 e la bicicletta aveva trovato l’appoggio al solito palo di un cartellone pubblicitario e il pullman era arrivato in orario, un cielo grigiastro faceva da sfondo ad un annuncio di temporale, la cartella mi pesava addosso come un macigno ruvido e grezzo, io e gli altri eravamo accalcati stretti contro formule da imparare a memoria e finestrini sporchi di ogni nostra storia.

Cuffie e occhiali isolavano il mondo dei ragazzi da quelli degli adulti, infiniti zaini sgualciti e colorati e pochissime valigette scure e opache.

Bastarono poche fermate e l’automobile azzurra dei miei genitori era già incollata al bus come in una gara di formula 1, un sorpasso veloce mentre io guardavo, tra sudore e i capelli, i gesti che mi venivano fatti e non li capivo, poi la macchina ha rallentato, si è fermata e ha aspettato per ripartire insieme, versioni di latino si srotolavano sulle schiene di giovani ragazze mentre dall’altra parte qualcuno contava le sigarette rimaste, la macchina azzurra fece un nuovo sorpasso e ancora non intuivo cosa dovessi fare, forse era la tensione che mi bloccava al pavimento galleggiante di ruote in cui dovevo decidere la mia sorte.

Un cespuglio voluminoso di capelli come more mature stava spuntando tra le porte automatiche, mia madre era salita in corsa e mi guardava per raggiungermi, ci spostammo insieme, passi lenti che ci portarono alla metà della nostra distanza mentre gli occhi di tutti erano ormai puntati su noi due.

“Ti abbiamo fatto segno di scendere due fermate fa.”

“Non ho capito, c’è troppa gente.”

Incontrai lo sguardo bellissimo di Fabio, lui mi sorrise, poco più grande di me e decisamente molto più abbronzato, il suo sorriso bianco nell’incarnato perfetto sciolse la preoccupazione, sembrare naturale era indispensabile.

Notai ancora, nonostante la paura, la sua incredibile bellezza, era affascinante e lo sapeva, giocava bene i suoi occhi negli sguardi delle ragazze, era come un Nicolas Vaporidis in “Notte prima degli esami” ma ancora più gentile nei lineamenti, delicato e indimenticabile nel suo insieme sensuale, si sporgeva nei pensieri di una fuga come qualcosa che non avrei mai vissuto e per questo ancora più desiderabile.

Mi sorrise di nuovo, lo salutai con la mano e tornai a parlare a mia madre, come se fosse una sconosciuta qualsiasi in mezzo ad altri estranei.

“Io scendo qui, tu alla prossima. Ti aspettiamo dietro la rotonda dei mille, poi andiamo al parcheggio, ti cambi e possiamo partire. Pronta?”

“Pronta.”

Il pullman frenò bruscamente, spalle di ragazzi mi piovvero addosso mentre mia madre accoglieva il saluto elegante di Fabio che ancora una volta mi sorrise piano e mi stuzzicava con le sue occhiate fugaci, non potei faro altro che ridere, nervosa e ansiosa durante il corso di quell’assurda situazione contrastante di eventi dentro cui stavo viaggiando.

Appena mia madre fu corsa giù prenotai veloce la fermata successiva, mi spinsi con fatica nel fondo del bus per essere lontana da tutti e pochi minuti dopo, senza farmi vedere, scesi anche io, le ballerine di pitone toccarono terra con una pesantezza immensa, qualcuno mi toccò il braccio e mi spinse dentro un vicolo riparato, sentii solo, all’improvviso, un enorme boato di gomme.

Settembre 2016

Lucca

La camicia bianca sulla pelle abbronzata è un invito alla bellezza, una luce marmorea che si accende per far risaltare l’ombra scura dei muscoli, Beatrice osserva la pelle del commissario contrarsi ad ogni movenza, una venga gonfia gli pulsa lungo il collo sinuoso, sotto i bottoni della camicia sono strattonati dal ritmo frenetico del petto contro il fiato, l’avambraccio lasciato scoperto da polsini arrotolati si immerge nella tensione di sostenere il cellulare, lui, il commissario, se ne sta a parlare lasciando lei minuti interminabili a pensare, a decidere se affrontare nuovamente il passato con le proprie paure o andare in contro, forse fin troppo velocemente, al futuro zeppo di insicurezza e indecisione, e nel mezzo quel presente così stretto, come pugni improvvisi e venuti male in cui non si riesce più ad afferrare il senso dei propri eventi e nemmeno quello dei sentimenti altrui.

Perché Giacomo se ne è andato, perché proprio in quel momento e poi voler tornare, perché Fabrizio ora la sta guardare?

Il suo vestito di Jeans si riempie di seno mentre cerca, con un lungo sbuffo, di allontanare quelle scomode domande dalla sua testa e senza farle passare dal cuore.

Il ventilatore che ha sopra la testa sparge aria calda mischiata a polvere, le voci e i profumi dell’ora di pranzo sono sparite, ci sono radiomobili che avvertono il proprio rientro e il ronzio costante dei computer in caricamento, le pile di cartellette sormontano mobili vecchi e tristi, fuori la vita scorre allegra per i bambini e gli ultimi turisti.

La borsa vibra, Beatrice prendo in mano il cellulare, fortunatamente non è Giacomo.

“Mamma, ciao.”

“Bea stiamo tornando, fra non molto siamo a casa. Che hai?”

“Sono da carabinieri.”

“Come dai carabinieri? Che succede?”

“Per la fuga.”

“Dopo tutto questo tempo?”

“Già, assurdo.”

“Giacomo è lì con te? Sennò ti passiamo a prendere noi.”

“Giacomo se ne è andato.”

“Poi mi spieghi, tra poco arriviamo, mi raccomando Bea, stai su.”

Fabrizio la sta fissando, il telefono ormai spento nelle mani, gli occhi a capire quale sarà la sua risposta.

“Devo andare, ti dico tutto più tardi.”

Quando la telefonata si chiude le parole di Giacomo sono ancora lì, stampate nitide sul messaggio aperto, troppe persone a cui Beatrice deve dare una risposta senza saperla.

“Sua madre?”

“Sì, era lei.”

“Quindi siete rimasti insieme, da allora.”

“Sì, siamo ancora uniti.”

Il commissario si siede nuovamente alla scrivania, ha Beatrice di fronte, i loro visi sono allineati negli sguardi diretti che adesso si stanno ricambiando, il volto stanco di entrambi è il chiaro segnale che uno dei due dovrà cedere alla decisione dell’altro.

“Cosa ha deciso, Beatrice?”

La tormentata decisione era ormai arrivata a destinazione.

“Accetto. Ad una condizione.”

Le mani del commissario si dirigono sulle tempie stanche, adesso anche lui ha una decisione da prendere.

Settembre 2016

Autostrada A14

Nel vicolo avevo avuto paura, ma una volta visto il volto di mia madre avevo capito di essere libera, mio padre ci raggiunse sgommando sulla strada liscia, ci nascondemmo dietro l’edicola di un grande parcheggio dove io avevo potuto togliermi tutti gli strati di vestiti e mettermi quelli puliti già preparati nella mia valigia, adesso l’auto sfrecciava limpida lungo l’autostrada, sulle gambe avevo il grande PC portatile aperto sulla cartella della mia musica preferita, per ora, professori a parte, nessuno sapeva ancora che ero sparita, avevamo davanti un tempo ampio in cui spingerci il più lontano possibile dalla nostra città, io passavo dall’allegria alla paura, dal pianto alle risate, guardavo ogni cosa come se non sapessi cos’era, ritornare nel mondo era bello quanto speravo, ma non così facile come immaginavo.

Sapevo le mie ragioni, le capivo, sapevo anche, nel profondo, di essere nel giusto ma per chi, come tutti noi, non aveva mai infranto la legge, quella scelta rappresentava un peso morale altissimo da provare, nonostante tutti i torti subiti, andare contro la giustizia non era qualcosa che poteva lasciarci illesi dai nostri valori e inoltre pensare alle conseguenze paralizzava, annientava l’esistenza nell’intricata insicurezza di capire se davvero ci sarebbe stata la nostra salvezza.

Cominciai come una ruota in discesa a dare voce a tutti quei miei pensieri, dentro la macchina mamma e papà mi ascoltavano con il respiro lento e le lacrime riparate dagli occhiali da sole, da quel momento eravamo irraggiungibili, i cellulari spenti e senza batteria per non farci trovare, la ricerca di posti in cui ci avrebbero fatto soggiornare senza chiederci i documenti, la vita normale che tutti noi stavamo scaraventando nel luogo del ricordo, i nonni e gli zii che sarebbero stati interrogati e noi che non potevamo essere trovati, nemmeno da loro, il rischio altissimo che i miei genitori stavano correndo per ridarmi la vita, poteva voler dire far finire la loro e quindi anche la nostra.

Passata Brescia ci fermammo in un piccolo autogrill vicino a Peschiera del Garda, mio padre andò in spedizione per caffè e panini mentre io e mamma, fuori dall’auto, cercavamo di dare un senso a tutte quelle riflessioni.

“Bea sei hai paura, se non vuoi farlo e pensi che sia sbagliato, noi ti riportiamo indietro, siamo ancora in tempo, basta che lo dici. Vogliamo solo il tuo bene.”

Scoppiai a piangere in modo incoerente, come quando sai che per fare il tuo bene sei costretto a fare qualcosa che non vuoi.

“Ma io voglio stare con voi, solo che ho paura.”

Mia madre guardò mio padre scendere dalle scalinate di sasso, un muffin enorme ai mirtilli mi aspettava per essere mangiato con golosità.

Gli alberi oscillavano con il ritmo di una penna sul foglio, fluido e irregolare, un cane cercava il suo bagno personale sotto di essi, il profumo dei Camogli riscaldati si fondeva a quello della Benzina, sembrava di essere in una cucina acrilica.

“Cosa hai deciso, Beatrice?”

La tormentata decisione era ormai arrivata a destinazione.

“Partiamo. Ad una condizione.”

In quel momento non ebbi più alcuna esitazione, le mani decise sulla portiera e l’idea di una ringhiera sul mare in cui cenare quella prima sera. 

Serie: Fino all'ultima paura
  • Episodio 1: Sentimenti negati 
  • Episodio 2: La paura del passato 
  • Episodio 3: Operazione cena fuori al via 
  • Episodio 4: La tormentata decisione 
  • Episodio 5: Il dolore di essere persone nuove
  • Episodio 6: La condizione dei ricordi
  • Episodio 7: L’amore è quello che facevo
  • Episodio 8: L’intromissione delle domande 
  • Episodio 9: Il male è alla luce del sole 
  • Episodio 10: Armi invisibili
  • Episodio 11: Resistere per non soffrire 
  • Episodio 12: È così che deve finire  
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    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Ciao Marta, questo doppio filo che lega il peso dei ricordi di Beatrice con il presente pronta a ripresentare la realtà di un passato tutto da dimenticare diventa sempre più intrigante e coinvolgente, ma la cosa che più travolge la mia lettura è il tuo modo di caratterizzare le emozioni e ogni singolo gesto di Beatrice, in perfetta sintonia con ciò che la circonda, e alcuni passaggi rasentano una grande armonia tra la realtà della scena e la tua abilità descrittiva, tanto da doverli leggere con assoluta calma per poterli gustare. La doppia condizione tra passato e presente suscita curiosità e suspense, un vero tocco di classe. Un saluto Marta, alla prossima!

      1. Marta Borroni Post author

        Ma se la dico subito non condiziono nessuno ad aspettare, in suspense, i nuovi episodi 😉