LA VOCE

Giugno, ore 11.30 della sera


“Fallo.”

Un colpo.

Un respiro smorzato.

“Fallo.”

Un altro colpo.

Un lamento.

“Finisci il lavoro.”

Un taglio netto.

Il silenzio.

Una risata echeggiò per tutta la casa.

Maligna.

Gutturale.

Sembrava provenire dall’Inferno.

“Cosa ho fatto!”

Gli occhi di Nivy guardavano la scena con orrore mentre le sue mani tremanti e insanguinate stringevano, ancora, il coltello da cucina che aveva appena usato.

“Hai fatto quello che dovevi” le rispose la voce.

“Tu me l’hai fatto fare!” urlò Nivy in preda alla disperazione.

“Io? Io sono solo una voce, bimba.”

Si prendeva gioco di lei.

Rideva e la scherniva.

“Nessuno crederà alla verità” le diceva.

“Per tutti, sarai solo pazza” continuava.

Riprendeva a ridere.

Nivy tremava.

Si sentiva in trance mentre compiva quell’indicibile atto.

Il corpo del povero Carter giaceva inerme in una pozza di sangue.

I suoi occhi spalancati e vitrei fissavano ancora il suo aguzzino: la sua amata Nivy.

Non sapeva se credersi pazza o realmente posseduta.

Fin da quando era piccola, la voce accompagnava le sue giornate.

Inizialmente non era spaventosa, non rasentava nemmeno il diabolico.

Ma crescendo, con lei, è cresciuta anche la cattiveria di questa sua eterea compagna.

Il bisogno di far del male era diventato insopportabile.

Ogni oggetto rappresentava un modo creativo per porre fine alla vita di qualcuno.

Era riuscita a resistere alle tentazioni di quella voce per molto tempo.

Ma il peggio era sopraggiunto ugualmente, nonostante tutti gli sforzi della ragazza.

“Carter, se solo potessi tornare indietro.”

Ferma, in ginocchio davanti al cadavere del suo defunto fidanzato, si incolpava e si lasciava andare ad un pianto disperato.

“Sai che non finirà qui. Io sono te e tu sei me. Siamo una cosa sola. Lo volevi tanto quanto lo volevo io” riprese a parlare la voce.

“Carter è solo il primo della lista.”

“Non ucciderò più nessuno, io non sono te. Sei solo cattiveria, non sono così” cercò di controbattere Nivy.

Tuttavia, non era più sicura di chi fosse.

Non sapeva dove finiva la voce e dove iniziava lei.

Aveva paura che le stesse dicendo la verità, che fosse solo la sua coscienza.

Questo la induceva a pensare che non avesse tutti i torti: era cattiva.

Si sentiva malata.

Sentiva di possedere, dentro di sé, un’oscurità che la divorava giorno dopo giorno.

Sentiva di star diventando la voce lei stessa.

“Sono solo la rappresentazione dei desideri più reconditi di voi stupidi umani” le disse la voce.

Credete di avere tutto sotto controllo fino a quando non mi presento alla vostra porta mostrandovi chi siete realmente. Gridate alla possessione e pensate di essere pazzi quando, nella realtà, siete solo diabolici. Io sono voi.

A quelle affermazioni Nivy scuoteva la testa con vigore.

Non voleva credere a quello che sentiva e non voleva credere di aver voluto, nel profondo, quella morte.

Non riusciva a capacitarsi di come avrebbe mai potuto desiderare la morte del ragazzo che amava.

E si sentiva ancora più anormale nel dare adito e nel confrontare le idiozie che la voce stava dicendo.

“Vai via, lasciami in pace” sussurrò Nivy, stremata da quella situazione.

“Non puoi mandarmi via, io sono te” ripeté la voce.

No, sei un demonio” urlò la ragazza.

“Se ti fa sentire meglio pensarlo, allora si, sono un demonio” la schernì.

Nivy sentì la sua risata e si tappò le orecchie.

Non ne poteva più di convivere con quell’abominio.

Si accasciò sul petto senza vita e sporco di sangue di Carter e chiuse gli occhi.

Voleva rimanere lì fino a che non l’avessero trovata.

Ed effettivamente non ci volle molto: i genitori di Carter tornarono a casa poco dopo e, quando videro la scena, urlarono.

Un urlo che Nivy non scorderà mai più.

L’urlo di chi capisce di aver perso la persona amata.

Impossibile da spiegare e atroce da ascoltare.

Riuscirono solo a chiederle perché, prima di chiamare i soccorsi.

Dicembre, ore 9.00 del mattino


Carter non c’era più.

Nivy non riusciva a provare nulla.

La morte del suo fidanzato aveva portato via con sé anche le emozioni della ragazza.

L’apatia e la consapevolezza di essere lei la causa, la fecero sprofondare nel buio totale.

Non vedeva via di uscita.

I dottori le dissero che la sua schizofrenia era peggiorata.

L’omicidio che aveva commesso l’aveva resa irrecuperabile.

Quel briciolo di salute mentale che poteva essere salvata, ora, era marcia come il resto.

Ma, in fondo, sapeva di essere malata.

L’aveva sempre sospettato.

La voce aveva ragione: era cattiva.

“Non puoi scappare da me, sarebbe come scappare da te stessa.” 

Era la frase che le sentiva dire più spesso.

Ormai non aveva neanche le forze per controbattere.

Perché, poi? era chiaro che avrebbe litigato con sé stessa rendendo il tutto ancora più assurdo e inquietante.

“C’é un modo per non sentirti più” disse Nivy.

“La mia morte” continuò, senza espressione.

“Chi ti dice che funzionerà?” le chiese la voce, senza un minimo accenno di preoccupazione.

“Potresti perseguitarmi anche nell’aldilà, è vero, ma vale la pena tentare” sospirò. “Non ho più nulla da perdere.”

La voce rise.

Anche in quella circostanza non riusciva a smettere di ridere.

Quella risata maligna fu l’ultima cosa che Nivy sentì, prima di volare via dalla finestra del manicomio.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Mi sono goduta con piacere la lettura del tuo testo e ho apprezzato lo stile fresco e moderno, nonché il tema attuale che abbraccia la psicologia e i fatti di cronaca all’ordine del giorno. La mente umana è strana e tu ci sei entrata molto bene.

  2. Lo stile didascalico che hai usato in questo testo è particolarmente adatto ad una narrazione che si prefigge non tanto di raccontare quanto di esprimere i pensieri e, in parte, anche i sentimenti della ragazza.
    Sembra quasi di leggere un fumetto d’altri tempi, sei stata davvero molto brava.
    Credo solo che la categoria più adatta dovrebbe essere, in mancanza del genere “psicologico”, quella “horror”, in quanto la categoria “narrativa” è, forse, troppo generica per questo testo e non ne esprime bene la sua natura.

  3. Che bella sorpresa. Una scrittura limpida, affilata. Non ho potuto fare a meno di esprimere una sincera, genuina ammirazione.
    Perché quando il saper scrivere s’incontra con quella certa profondità d’animo, ci si trova dinanzi a una magia il cui tratto caratteristico è sempre lo stesso: il lettore scorge nelle righe qualcosa di sé.
    L’universalità nobilita qualsiasi forma narrativa, a mio modesto parere: ascolto ed empatia, questo fa la differenza.

    Aggiungo che la forma a righe “rapide” rende.

    Davvero brava… molto.