L’AEROPORTO

Serie: FRASTUONO


Il ritorno in ufficio fu traumatico. Tutti i colleghi sembravano avere una morbosa curiosità nei suoi confronti. Sbirciavano dalla porta, lo interpellavano per questioni di nessuna importanza, parlottavano tra loro a gruppi di due o tre.

Dino cercava di occupare con impegno le poche ore lavorative, per uscire finalmente in cerca di rumore che coprisse il suo eterno ronzio. A casa, poi, aveva preso l’abitudine di tenere al massimo il volume del televisore, ma immancabilmente, dopo un po’, il vicino, quando c’era, gli batteva alla parete. La notte si era deciso di usare delle cuffie, con musica sinfonica, ovviamente a tutti decibel. A volte, quando capitava un ‘pianissimo’ si svegliava di malumore e cambiava brano.

Fu all’inizio di giugno, dopo più di quattro mesi, che il fruscio, improvvisamente, sparì.

Dino non se ne accorse subito: era in un tunnel della metropolitana, a bearsi del passaggio continuo delle vetture. Quando lasciò la scala mobile, avviandosi verso casa, capì che qualcosa era cambiato. Si guardò intorno, ma il traffico della città sembrava lo stesso di ogni giorno. Non sapeva cosa pensare. Provò ad isolarsi: spinse il portone di una chiesa, non c’era messa a quell’ora, e pochissimi turisti. Silenzio quasi assoluto. Un prete ciabattando attraversò la navata, si inginocchiò verso l’altare e sparì oltre una minuscola apertura sul muro, coperta da una tenda.

Come può essere finito, pensò Dino, senza un’avvisaglia, un qualche preavviso. Tolse un pezzo di cera da una candela, la scaldò tra le mani e la adattò alle orecchie: niente, il niente completo, come essere sotto acqua. Solo i suoi pensieri facevano rumore, ma quelli non erano percepibili dall’apparato uditivo.

Si chiuse in casa. Ora sentiva ogni minimo scricchiolio dei mobili, il leggero mormorio del frigorifero, i passi dell’inquilino dal piano superiore. Ora non sapeva cosa fare.

Aspettò la notte con preoccupazione; non riusciva ad immaginare un sonno continuo, nel silenzio.

E infatti non riuscì a dormire: nel vuoto delle sue orecchie ogni lieve rumore lo faceva sobbalzare. Provò con le cuffie, ma non era come prima. Si rigirò mille volte, finché vide le 06.00 sulla sveglia e si alzò.

Stanco e assonnato entrò nel suo ufficio. Subito apparve il direttore che gli chiese, quasi urlando, come stava.

Le parole gli arrivarono chiare, precise come non era più abituato a sentire. Ma non sapeva cosa rispondere.

Comunque disse: “bene, grazie, oggi mi sento in forma.”

Fu un andirivieni di colleghi. Dino sembrava diverso, ai loro occhi. Qualcuno pensò che, magari, si era finalmente innamorato. Gli offrirono anche qualche caffè al distributore, ma il timido rumore del macinino dei grani lo infastidiva.

La giornata lavorativa terminò, ma non il malessere: questo improvviso vuoto nella testa era alienante.

Verso sera Dino credette di stare meglio; si immaginò che nel giro di qualche giorno tutto sarebbe rientrato nella normalità, quella che viveva prima del fruscio.

Arrivò un messaggio al telefono. Era di Silene.

<perché sparisti… vediamoci ancora>.

No, proprio non se la sentiva di entrare in discoteca senza il fruscio, e sarebbe stato in difficoltà anche in qualche altro locale. E poi manco mi piace, quella ragazza, disse tra sé. Ma non era vero.

Mentre pensava ricevette altri quattro messaggi; nemmeno li lesse e alla fine bloccò il numero.

Voleva provare a starsene in pace con il suo nuovo silenzio.

Dopo una settimana intera di patimento, la decisione era ormai presa. Dino ci aveva riflettuto a lungo e si era convinto che il disturbo non sarebbe più tornato, che la sua testa così silenziosa funzionava male. Quindi aveva progettato un rimedio definitivo.

Per prima cosa presentò le proprie dimissioni al direttore, con effetto immediato; si tenessero pure i soldi del mancato preavviso. Fece tutto tramite e-mail, non voleva farsi vedere.

Come seconda mossa si mise a cercare, ovviamente online, un nuovo appartamento: bilocale, autonomo, in zona ben definita.

Il direttore della biblioteca cercò più volte di contattarlo al telefono, ma lui preferì non rispondere.

Accettò invece, con entusiasmo, un appuntamento per visionare un’abitazione che rispondeva in pieno alle sue richieste; era composta da due locali già ammobiliati, più soffitta e cantina.

L’agente fu molto professionale, e gli mostrò tutto ciò che c’era da vedere. Alla fine, però, si sentì in dovere di chiarire alcune caratteristiche della zona.

“Signor Dino” cominciò “lei sa bene che siamo a ridosso di un grandissimo aeroporto internazionale. È vero che ci sono doppi vetri insonorizzati su tutte le finestre, ma il rumore entra lo stesso.”

“Il posto mi va bene” disse Dino.

“Da qui partono quasi mille voli al giorno” continuò l’altro “e altrettanti ne arrivano. Vale a dire che circa ogni minuto della giornata c’è un decollo o un atterraggio; di notte forse meno” e lo guardò bene in faccia per essere certo che avesse capito.

“Quanti mesi vuole in anticipo?” chiese allora Dino.

L’agente immobiliare lo guardò nuovamente, cercando di mantenere un atteggiamento imparziale. Aveva sempre fatto fatica a piazzare quell’appartamento: solo a persone in difficoltà e per poco tempo; piloti e hostess di volo che in breve, appunto, prendevano il volo.

“Bastano due mesi, signor Dino. E spero che si troverà bene.”

“Mi troverò molto bene” lo rassicurò l’ex bibliotecario.

In due giorni trasportò le poche cose necessarie dall’altra casa, di cui era proprietaria sua mamma, la quale però non riuscì a capire tutta questa fretta. Ma sapeva che suo figlio era un poco strano, e non fece troppe domande.

Dino parcheggiò nel vialetto, guardò in su: il cielo era solcato da numerose scie di aeroplano, il rombo era costante, quasi continuo tra un passaggio e un altro.

I primi giorni usò il fonometro: registrava tra 80 e 90 decibel, con punte di 100 al decollo di Boeing intercontinentali.

Naturalmente con le finestre aperte, che Dino teneva giorno e notte, abbassando soltanto la zanzariera.

E così si sentiva tranquillo, con la testa piena di nuovo rumore, ma anche di completa pacatezza.

Dopo una settimana buttò via anche il misuratore digitale; non gli serviva più.

Tra un paio di mesi avrebbe ricevuto la liquidazione, così che problemi economici per un po’ non ce ne sarebbero stati. L’affitto della nuova abitazione era molto basso.

Alla fine, pensava, qualcosa sarebbe saltato fuori, per continuare a vivere in santa pace.

Serie: FRASTUONO


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Discussioni

  1. Leggendoti mi è salita la cosiddetta ansia. Nel senso che veramente sei riuscito a rendere benissimo il disagio che il tuo protagonista vive e che non ho ancora capito se è fisico o psicologico. In ogni caso, i tre episodi si leggono d’un fiato perché si ha come la necessità di voler sapere. Molto bravo